Total Chaos
Nati quasi 20 anni fa con l'intento di salvare un genere – il punk rock – che in quel periodo stava perdendo popolarità all'interno della stessa scena punk/hardcore, e un messaggio sociale e politico che sembrava destinato a passare in secondo piano, i californiani Total Chaos sono oramai dei veterani, con un'esperienza di centinaia di concerti alle spalle e un notevole riscontro anche in numeri di dischi venduti. Li ho incontrati durante il loro tour europeo (che comprende anche date in Italia), di presentazione del loro nuovo disco, "Avoid All Sides": in occasione del concerto a Ratisbona del 23 gennaio 2008 – aperto dai locali Turbomongo (tribute-band dei Turbonegro) – ho intervistato il chitarrista Shawn Smash.
Marco: Sin dagli inizi, mi sembra che le influenze del vostro gruppo siano state soprattutto i gruppi europei (in particolare britannici) degli anni '80, è così? E in che modo è evoluto il vostro suono dal 1989 ad oggi?
Shawn: Sì, le nostre influenze principali sono sempre state gruppi come per esempio Discharge, Exploited, Stiff Little Fingers, ma anche gli americani Black Flag. Nel corso degli anni credo che abbiamo seguito un nostro percorso coerente con lo stile di fondo del nostro gruppo, che è sempre stato il punk rock. Naturalmente, però, si possono avvertire influenze diverse nei nostri vari dischi e in momenti diversi della storia del gruppo. Comunque direi che abbiamo sempre cercato di non "copiare" qualcuno, ma di suonare in uno stile che sentissimo "nostro", "personale".
M: Siete stati nel roster della Epitaph nel momento – poco prima della metà degli anni '90 – in cui la popolarità del punk è improvvisamente esplosa su scala planetaria. Che cosa ci puoi dire di quel momento, e di quell'esperienza?
S: Sì, abbiamo firmato per la Epitaph nel 1993, e registrato il disco all'inizio del 1994, proprio nel momento in cui il punk stava improvvisamente diventando così popolare. Per noi (come per tutte le altre band della scena) questo fu una sorpresa – qualcosa di totalmente inaspettato. In un certo senso è stato veramente figo, anche perché non abbiamo cambiato il nostro stile e il nostro modo di suonare, né quello che facevamo.
M: Ma secondo te come è avvenuto che il punk e i generi affini – che erano sempre stati parte di una nicchia dell'underground – improvvisamente diventassero così di moda, e ricevessero così tanta esposizione anche sui media più mainstream come MTv?
S: Credo che ci sia stato un cambiamento culturale: alcuni dei generi che andavano per la maggiore negli anni '80 (generi legati al pop, ma anche al rap o al metal) avevano fatto il loro corso, mentre, fuori dalla luce dei riflettori, c'era tutta una scena "alternativa" che nel frattempo era cresciuta. Ad un certo punto il grande pubblico si è accorto dell'esistenza di questa scena, e l'ha accolta nel mainstream.
M: Uhm... quindi credi che sia stato un fenomeno spontaneo? Una cambiamento culturale nato dal basso, non pilotato dall'industria culturale?
S: Sicuramente l'industria ha sfruttato il momento propizio, si è buttata sul fenomeno e l'ha venduto su larga scala, amplificandolo. Però credo che alla base ci sia stato anche un cambiamento culturale rispetto al decennio precedente. Credo che il punto di svolta si sia avuto con i Nirvana: i Nirvana erano un gruppo come tanti che suonava in piccoli club, in una città che non era una delle principali metropoli degli Stati Uniti. I discografici hanno preso questo gruppo – anzi hanno lanciato una sola loro canzone, "Smells Like Teen Spirit" – che immediatamente ha avuto un successo mondiale, e questo perché probabilmente i tempi erano maturi per un cambiamento che consentisse alle band underground di venire alla ribalta. Con i Nirvana l'industria ha capito le potenzialità commerciali di questo mondo che fino ad allora era rimasto sotterraneo, e ci si è buttata a capofitto.
M: Capito. Quindi anche tu concordi sul fatto che il successo dei Nirvana si possa identificare come il momento simbolico in cui è nata questa "moda dell'alternativo" che c'e' stata negli anni '90.
S: Sì: in un certo senso, il caso-Nirvana ha spalancato la porta verso l'esposizione mediatica – e quindi verso un potenziale successo commerciale – per le band underground.
M: Passiamo ad un altro argomento. Parlami di quando suonaste al "Chaos Tag" di Hannover nel 1995: ho letto che fu una situazione un po' particolare...
S: Sì, infatti c'era questo meeting di punx e noi, a dire il vero, eravamo lì solo per partecipare all'evento, non per suonare. Tuttavia diversa gente ci riconobbe e ci chiese di suonare... In un parco vicino c'era una specie di festival folk-rock, e i fans costrinsero gli organizzatori a farci suonare lì, minacciando di fare un casino pazzesco nel caso avessero rifiutato! Così alla fine suonammo, e, dato che c'era una grossa presenza di poliziotti in città per via della manifestazione, la situazione fu molto tesa – ma anche molto elettrizzante.
M: Veniamo ai giorni nostri. Il contenuto politico e sociale nei testi dei vostri pezzi è sempre stato evidente, ma recentemente avete dichiarato che oggi più che mai – con la particolare situazione del governo americano sotto l'amministrazione Bush – il messaggio è fondamentale. Credi che oggi il pubblico sia più o meno ricettivo a messaggi impegnati di questo tipo rispetto al passato?
S: E' difficile a dirsi se ci sia più disponibilità a ricevere un messaggio oggi o in passato. Come è sempre avvenuto, nella scena ci sono sia le persone che seguono soltanto la moda, che quelle che si interessano anche dei messaggi che il punk può trasmettere. Il punk solleva delle questioni – mette in luce dei problemi – poi è chiaro che qualcuno se ne interessa, mentre altri se ne sbattono. Come è sempre stato, nella scena ci sono quelli cui interessa solo "vestirsi fighi", che oggi li vedi al concerto con la cresta, e magari dopo due mesi non li vedi più – ma ci sono anche quelli che sono convinti, che si interessano anche di quello che la musica dice, e che credono seriamente in certe cose.
(A questo punto interviene la ragazza tedesca che guida il furgone del tour del gruppo, di cui purtroppo non ricordo il nome - scusami, ndr): Il punk è ciò che sta nella testa, non ciò che sta sulla testa.
S: Giusto, condivido in pieno questa affermazione; scrivilo: "Il punk è ciò che sta nella testa, non ciò che sta sulla testa."
M: Prendo nota – e sottoscrivo. Per finire, che cosa ci puoi dire della situazione attuale del vostro paese, per quanto riguarda i movimenti di ispirazione Do-It-Yourself, l'attivismo, i movimenti Grassroots?
S: Beh, onestamente non posso parlare con piena cognizione di causa, perché per via della mia attività con la band sono spesso all'estero e quindi non posso testimoniare riguardo alle difficoltà che ogni giorno devono affrontare questi gruppi. In realtà non credo che la situazione negli Stati Uniti sia molto peggiore rispetto ad altri paesi, perché un po' ovunque vediamo la stessa concentrazione di potere politico e di informazione nelle stesse mani.
M: Credi che oggi, con le nuove tecnologie e la possibilità di comunicare più facilmente e più velocemente, sia più facile liberarsi dalle briglie dell'informazione massificata che propinano i media mainstream? O pensi che le nuove generazioni, pur essendo molto familiari con la tecnologia, non riescano ad utilizzarne appieno le potenzialità e la libertà che offrono, e siano comunque succubi dell'influsso dei media mainstream? A volte si sente dire che la generazione dei giovani di oggi non è sufficientemente motivata, non ha veramente idee nuove, ma fruisce passivamente e si limita a copiare modelli che si rifanno al passato.
S: Non saprei: è difficile generalizzare. Probabilmente è vero che oggi le persone che in partenza non sono attente a certe questioni e a certi problemi sono ancora più ottuse che in passato, perché se uno non ha spirito critico crede ciecamente a tutto ciò che sente dire al telegiornale, e il rintontimento dovuto ai media è sempre più forte. Il potere stabilito cerca di tenere ognuno in costante apprensione, di fomentare sempre nuove paure e di coltivare l'ignoranza, per dividerci e indebolirci. Tuttavia credo che in giro ci siano anche molte altre persone che invece hanno gli occhi aperti, che non si lasciano convincere dai pregiudizi o dall'unico punto di vista che i media propongono, ma continuano ad impegnarsi nelle cause in cui credono.
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