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The Deadwalk!

Questo è il loro decimo anniversario, inaugurato con l'ultima release "Like Raging Wolves". The Deadwalk! è una band hardcore con forti inserti metal, benché venga strizzato l'occhio alla vecchia scuola. Ci sono le melodie, ci sono i testi in inglese, c'è la giusta dose di rabbia. Dieci anni sono un cammino a cui sono arrivate diverse band underground, ma non molte, ed un percorso che lascia tracce da raccontare.

Piter: Dunque, iniziamo da "Like Raging Wolves", ultimo disco dei Deadwalk! che decidono di autoprodursi completamente. Come mai? Non si tratta del vostro primo disco e siete in giro da abbastanza tempo da non dover avere troppe difficoltà a trovare qualche etichetta disposta a darvi una mano.

Marcello: Sì, su questo hai ragione ed infatti cercare un'etichetta è stata la prima idea che abbiamo avuto una volta in possesso del master definitivo. Abbiamo spedito qualche CD - non molti a dir la verità - e abbiamo avuto pure qualche proposta, ma ci siamo resi conto presto che, di questi tempi, o trovi un'etichetta seria e diciamo pure che in qualche modo ti faccia fare un "salto di qualità" in ambito di promozione, distribuzione ecc., oppure ciò che fanno, anche bene, le piccole etichette ora possiamo benissimo farlo anche noi, sbattendoci un po' più di quello che ci siamo sempre e comunque sbattuti per il gruppo.
Mettici in più il piacere di avere tutto sotto controllo, dalle spedizioni dei CD, alle copie stesse che vengono tutte gestite da noi, dal cercare di promuoversi in qualche modo, all'organizzazione dei concerti (cosa questa che comunque facciamo da sempre). Questo non significa che se in futuro capitasse di poter lavorare con qualcuno ad un altro livello, lo escluderemmo a priori, ma l'autoproduzione in questo preciso momento è la scelta più adatta per i Deadwalk!.

P: Non avete pensato alle coproduzioni? Poteva essere una buona via di mezzo...

M: A dire la verità non l'abbiamo preso in considerazione... Dopo le esperienze con le passate etichette abbiamo visto il tutto un po' come una sfida personale, nel senso: "vediamo cosa riusciamo a fare totalmente da soli". E, tornando un attimo alla precedente domanda, un altro aspetto importantissimo di tutta la faccenda è che così facendo siamo riusciti a contenere il prezzo del CDnei limiti dei 6 euro in formato digipack. A questo teniamo molto.

P: La soddisfazione del do it yourself... Che poi oggi per alcuni sembra rivelare sempre più il suo aspetto di scelta più che di necessità, nel senso che il fatto che ci siano mezzi sempre più facili da raggiungere per distaccarsi dal vecchio concetto di "autoproduzione" fa sì che chi la scelta lo faccia con maggiore consapevolezza.

M: Sì, concordo, penso proprio che di questi tempi uno scelga questa via piuttosto che accontentarsi di seguirla. Certamente comunque non sono molti i gruppi che si affidano al do it yourself...

P: No? All'estero non saprei fare una stima, ma in Italia direi che ce ne sono invece parecchi. Nel vostro giro non conoscete nessuno che ne faccia parte? E quelli che conoscete (fatemi qualche nome, che mi avete incuriosito) come fanno uscire i propri lavori?

M: Forse sono stato un po' avventato nella risposta, devo puntualizzare: in effetti ci sono eccome i gruppi che si "arrangiano". Quello che intendevo è che magari sono pochi quelli che conosco che se la sentono di produrre tipo 500 copie stampate in fabbrica con tanto di custodie e bollini SIAE, mentre sono tanti quelli che masterizzano in proprio il CD e si stampano da soli le copertine. Insomma, ognuno la vede a modo proprio. Alcuni gruppi con i quali abbiamo suonato spesso che si autoproducono sono: Deep Throat, Solecismi Pedestri, Something Burns, Killdaddies...

P: Torniamo al vostro ultimo disco... Cosa ci avete messo dentro?

M: Un po' di tutto, come al solito! E questo non è sempre un bene quando per suonare devi essere inserito sempre in una "scena", catalogato in un "genere"... Noi ci definiamo "rock-n-roll-core", ma non vuol dire niente, giusto per dire qualcosa quando ce lo chiedono. In realtà nei nostri pezzi c'è di tutto: amiamo mischiare e moriremmo se dovessimo suonare, per dire, 10 pezzi tutti uguali... Poi ognuno ci vede le sfumature che crede. Comunque di base c'è molto hardcore, anche come attitudine stessa dei pezzi, invischiato con metal di vecchio stampo, con il rock-n-roll vero e proprio (nella costruzione degli assoli ad esempio), qualcosa di rappato (sempre facendo riferimento alla old school), qualcosa alla Fugazi. Insomma è difficile far capire a parole quello che proponiamo. Ci sono cantati incazzati, qualcosa di più melodico, tre voci con tre timbri differenti, il tutto fatto sempre con una certa rabbia di base... Alla fine la musica è ancora dopo 10 anni la nostra valvola di sfogo, oltre che il mezzo per far girare le nostre idee, i nostri punti di vista...

P: E' certo meglio avere le idee chiare ma osare un minimo, provare a fare qualcosa di personale, che riproporre sempre le stesse cose. Secondo voi che direzione sta prendendo l'Italia in questo senso? Dal 2000 abbiamo iniziato a curare di più i suoni e la forma, a fare qualcosa di più capace per certi versi, però rischiando di copiare in carta carbone certi cliché e modi di fare (e di essere!) di altre nazioni. Insomma, un tempo si parlava di "italian hardcore", ma oggi mi chiedo se si possa ancora delineare questo genere.

M: Sarà perchè sono un po' nostalgico dei tempi passati, degli anni '80 e '90 che non credo che oggi si possa parlare così orgogliosamente di italian hardcore. Ovviamente con le dovute eccezioni, ma sono d'accordo in pieno su quello che dici tu: si suona bene, si registra anche meglio di questi tempi, ma non si rischia nulla; ci si allinea ai generi esistenti e si resta su quei binari, con la conseguenza appunto di copiare ciò che proviene dall'estero. Magari è quella la strada "giusta", chi lo sa... Noi, ti ripeto, non ne saremmo capaci, ci stancheremmo subito.
Così oggi ci sono centinaia di gruppi che suonano pressochè identici, la "scena" è inflazionata e la gente continua comunque a seguire solamente i nomi di rilievo.

P: Parlate anche di questo nei vostri testi? In generale di cosa parlate e di cosa avete parlato, in particolare, in questo disco?

M: I nostri testi, che sono scritti quasi tutti da me, parlano soprattutto di esperienze personali, ma pure valutazioni di come vanno le cose al giorno d'oggi - per me sempre peggio, per quanto riguarda i rapporti interpersonali, i comportamenti della gente, la politica ecc. Ogni cosa che ci/mi colpisce in senso positivo o negativo mi spinge a scrivere, a riflettere e a dire in un certo modo la mia sull'argomento. Magari uno può dire "le solite cose", ma d'altro canto se m'imbatto in situazioni che in poche parole mi stanno sui coglioni lo dico, così come posso raccontare di cose che mi fanno stare bene.
Tra i vari spunti c'è sicuramente anche quello di cui parlavamo prima sullo stato attuale della musica in Italia...

P: D'altronde ogni testo parla "delle solite cose", la differenza è nel come vengono dette. E come mai la scelta di cantare in in inglese?

M: La scelta di cantare in inglese, che ormai si protrae fin dal primo album del 2002, è dovuta in primo luogo alla musicalità della lingua. Quando ascolto la musica delle nostre canzoni le immagino già con i testi in inglese, non le vedo per niente applicabili alla lingua italiana. Poi potrei dirti anche per raggiungere più persone all'estero, ma anche questo è un po' un miraggio perché non è che tutti sanno l'inglese a menadito tanto da capire quello che dici mentre ascoltano il pezzo (io nemmeno, sia chiaro!).. Magari in futuro però potrei provare con un pezzo o due ad applicarmi in italiano: non è mai detta l'ultima!

P: Quindi avete già in mente qualcosa di nuovo, o vi state dedicando a concerti per far sentire un po' il disco in giro? E, a proposito, come sta andando?

M: No no, niente di nuovo. Ovviamente ognuno di noi se ha delle idee le registra al PC per eventuali prossimi pezzi, ma ora come ora il nostro obiettivo è suonare il più possibile live, per tutto quest'anno e sicuramente anche per tutto il prossimo!
Il disco sta procedendo piano, ovvero come può andare un disco senza nessun o quasi supporto pubblicitario (fatta eccezione la collaborazione con tre webzines: Punkadeka, Troublezine ed HateTV) se non il passaparola e la promozione che ci facciamo da soli ai concerti e tramite sito e myspace. E' comunque tutto nelle nostre aspettative: abbiamo stampato 500 copie e staremo in giro un bel po' per cercare di diffonderle!!

P: Beh, allora in bocca al lupo! Per me qui è tutto, se volete aggiungere altro lascio a voi l'ultima parola.

M: Ok! grazie mille per l'intervista e per il supporto che dai con Radio Riot alle band underground! Speriamo di incontrarci un giorno dal vivo... magari ad un nostro concerto!!

 

Visitate il sito dei Deadwalk!:
www.thedeadwalk.net

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