Marcello (The Snake Cult, DIE!)
Cos'è lo stile in un gruppo? Per alcuni non significa nulla, per altri è tutto, per altri ancora è l'unica cosa che viene realmente curata. Che si tratti di punk o di qualunque altro genere, lo stile determina il modo in cui viene presentato il contenuto: si può avere molto da dire ma non essere in grado di dirlo, o curare spropositatamente la forma senza avere un reale contenuto su cui basarsi.
The Snake Cult è un gruppo di cui pochi, oggi, avranno sentito parlare: si sono formati da una manciata di mesi. Eppure hanno già raccolto buoni consensi e sono prossimi ad uscire con una demo.
Ho iniziato a parlare di stile con Marcello, il cantante, e l'interesse suscitato da queste chiacchierate mi ha convinto a farne un'intervista da pubblicare. Che avesse molto da dire in proposito non lo mettevo in dubbio: Marcello è stato il primo cantante dei DIE!, per i quali lo stile era una parte essenziale di un gruppo.
Pit: L'esordio è stato lo scorso 8 dicembre al Traffic, con Anti-You, Cloak & Dagger, Life Long Tragedy: vi ho mancato per una mezz'ora ma so che avete avuto riscontri molto positivi. Quello che mi hai detto su The Snake Cult li rende un gruppo che ha bisogno di un'attenzione particolare da parte di chi li ascolta, a partire dal nome ad esempio...
Marcello: Ma in realtà io vorrei far si che il gruppo sia apprezzabile anche senza una particolare cognizione delle tante cose che stanno dietro di esso. Non c'è la ricerca cervellotica del pubblico sapiente e colto. Non c'è quella ricerca di complicità tra intenditori, ecco.
Se riuscissi a far divertire gente di estrazioni musicali diverse proponendo loro roba che attinge dai tardi Black Flag, dall'hard rock degli anni '70, dal noise, dallo stoner e dal punk rock senza che loro se ne accorgessero, sarei felice.
Il nome è un po' programmatico. E' preso in egual misura da due cose: la prima è il culto malvagio del serpente Seth che appare nei racconti, fumetti e film di Conan il barbaro, e poi è il nome del vecchio culto di Esculapio votato alla rigenerazione e alla cura, che veniva professato sull'isola Tiberina nella Roma pre-cristiana.
Quindi dietro questo nome volutamente tetro ed esoterico ci sta da una parte un baloccarsi con certi immaginari e suggestioni fanciullesche e dall'altra un'attenzione alla nostra provenienza culturale e geografica, come avveniva per le band di rock progressivo del passato.
Ho sempre pensato alla cosa come a "un immaginario esoterico visto con gli occhi di un ragazzino che gioca a Dungeons & Dragons e legge fumetti di avventura", quindi uno sdrammatizzare certi toni pur parlando di alcune cose...
P: Come a dire: "Prendeteci seriamente ma non prendiamoci troppo sul serio".
M: Sì, diciamo così.
P: Tutto questo è stranamente ambivalente rispetto alla scena hardcore degli ultimi anni, specialmente a quella romana. Perché da un lato c'è una dichiarata attenzione all'impatto scenico del gruppo, a quello che in altri nostri discorsi abbiamo definito lo "stile" di un gruppo (e dei suoi membri), ma dall'altro non è lo stile tipico appunto della scena HC romana degli ultimi anni (spesso troppo pomposo e di plastica).
Hai parlato di sdrammatizzare certi toni: frase più azzeccata di questa non avrei saputo trovarla...
Ma andiamo con ordine, ok? L'importanza dello stile.
M: Lo stile in un gruppo... Innanzitutto cominciamo a discernere lo stile dalla moda, lo stile dal voler piacere, lo stile dall'apparenza.
Io ritengo che ogni gruppo che abbia avuto un senso abbia avuto anche un suo stile, non necessariamente estetico, non necessariamente "vincente", ma una sua riconoscibilità, una sua rimarcabilità, a volte anche estetica.
Penso ai Black Flag: puoi riconoscere un loro testo, un loro brano, una loro locandina o copertina in una frazione di secondo, eppure non erano dei "piacioni" ecco, avevano solo stile... E così è per tutti i gruppi che adoro: dai Black Sabbath ai Minutemen, dagli Hawkwind ai Ramones, dai Byrds ai Devo... Ognuno aveva il suo perché, la sua riconoscibilità, il suo stile appunto. E non credo che sia una cosa che più di tanto puoi tirare fuori a tavolino: o certe cose le sai comunicare o non le sai comunicare.
Per me in ambito punk l'etichetta con più classe è stata la SST, eppure se vai a vedere chi ci suonava in quelle band erano tutti degli sfigati scoppiati... Però sfigati e scoppiati con stile, ognuno con una sua visione, una sua poetica e anche una sua estetica... Dal '78 all'88 non c'è una band che non abbia il suo perchè o che addirittura non sia imprescindibile: Black Flag, Dinosaur jr, Husker Dü, Minutemen, Bl'ast, Saint Vitus, Sonic Youth... Insomma come si suol dire: "Mica cazzi".
Per me è fondamentale pensare a cosa dire e immediatmente dopo a come dirlo, e se non lo sai dire spesso è inutile proprio dirlo.
Poi a Roma boh, in ambito strettamente punk-HC più che pomposo e di plastica a me pare che i gruppi (levate le solite esigue eccezioni) abbiano proprio poco da comunicare, poco da offrire, che pensino troppo a tatuarsi e girare su MySpace e meno a comperare dischi buoni.
Almeno però nel giro punk rock, garage e affini di cose buone ce ne sono...
P: E lo dice l'ex cantante dei DIE!, un gruppo che un lustro fa ha portato una ventata di freschezza non solo nella scena hardcore romana, ma in tutta quella italiana. Lo stile era fondamentale per voi...
M: Come dicevo, più che di stile in senso lezioso del termine si trattava di aver qualcosa di diverso da dire e di dirlo a modo proprio, fregandosene di quello che ci stava in giro... E soprattutto di farlo al momento giusto.
Non che ci fosse un calcolo dietro ma insomma... Non so come dire: "mi sentivo" che in quel periodo serviva qualcosa del genere e che una volta tanto (non avevo mai avuto un gruppo prima) avrei potuto farlo io, semplicemente facendo ricorso a cose che conoscevo bene.
Io non credo che sia stata una band che musicalmente abbia cambiato la storia del genere, però ha di sicuro cambiato le cose prima a Roma e poi in Italia. Se non tanto musicalmente quantomeno per tematiche, attitudine e immaginario siamo rimasti rimarcabili e siamo arrivati per primi a (ri)proporre quelle cose. Nel mio/nostro piccolo e nel ristagno della scena italiana è stato un piccolo traguardo, contando che poi non ci avrei mai scommesso un centesimo... Oh la gente stava presa dal metalcore, dal revival positive-HC e dall'emo, e quando cominciai a sentir riparlare i pischelli in giro dei Void, degli RKL e della Zorlac, quando li beccavo per concerti o mi intervistavano pensavo: "Cazzo ma che davvero?! Wow!".
P: Insomma, se dovessimo trarre un messaggio da tutto questo (un messaggio che, come hai teso a sottolineare, non voleva avere uno scopo didattico da parte vostra, ma era "solo" il vostro spontaneo modo di porsi), lo sintetizzerei con un'altra frase, presa a prestito dai Kalashnikov: "Perché essere punk quando puoi essere te stesso?". Ovviamente in essa c'è un intento contraddittoriamente provocatorio, ma se per "punk" intendiamo ciò che ci si aspetta che faccia, dica e suoni OGGI un gruppo punk... beh, rende l'idea.
Ma perché, poi, oggi tanti gruppi pensano "troppo a tatuarsi e girare su MySpace e meno a comperare dischi buoni"? E' possibile che non si accorgano di quanto sia paradossale un comportamento simile in una "società", quella del punk italiano, che dalle origini ha portato avanti concetti diametralmente opposti?
M: Beh, se mi guardo attorno vedo che non solo il punk ha perso ogni sua carica realmente eversiva ed espressiva, ma un po' tutto... Si è tutto un po' ammosciato e ridotto (quando va bene) a manierismo tout court.
Il problema della ricerca di una propria identità e di qualcosa da dire (non necessariamente qualcosa di complesso e rivoluzionario, semplicemente qualcosa di tuo, detto alla tua maniera) in Italia specialmente è ascrivibile a una mancanza di cultura diffusa già fra la gente comune, ma cronicamente radicata nella scena punk e "alternativa".
Si sa poco e male, si approccia tutto con superficialità, non si ampliano gli ascolti, si comperano pochi dischi, ci si limita a copiare quello che sembra essere figo... Il problema è che se non sei un minimo colto e preparato (e con i mezzi che ci sono oggi mi sembra quasi illegale non esserlo) non riesci ad essere neanche paraculo e a copiare bene qualora volessi, e finisci a copiare cose brutte e che oltretutto all'estero hanno già lasciato il tempo che han trovato... E si stagna nel provincialismo che contarddistingue il nostro Paese.
Ovviamente quando sei così poco stimolato sei poco stimolante a tua volta e di sicuro non ti accorgi di fare cose poco interessanti, e sicuramente non ti viene neanche voglia di metterti in gioco, perché dici: "A me piace il gruppo xxxxx, lo copio, faccio il concertino, la gente a cui piaccono gli xxxxx viene a vedermi e mi fa sentire forte per quei 30 minuti che suono: a me va benone così". Conoscere significa avere curiosità, avere curiosità significa volersi confrontare con più cose. Se non hai voglia di scoprire e di farti una cultura ti accontenterai sempre di essere l'idolo dei cretini.
E' in questa cosa, secondo me, la chiave di volta del vecchio punk italiano: non c'era un cazzo attorno a te e con quello che sapevi dovevi tirare fuori qualcosa di tuo, non emulare uno standard per soddisfare il tuo ego e scoparti le bimbine su MySpace.
Per contro poi c'è il versante di chi è molto preparato e colto su certe cose e che spesso finisce a fare progetti post-post-postqualcosa e a smaniare di gruppi inascoltabili postcoreelectrowavefunkytango-punk, e a emanare una pretenziosità che è controproducente quanto un ignorante, a mio avviso...
P: E The Snake Cult dove si colloca in tutto questo? Se forse è un po' ingenuo aspettarsi che abbiate un ruolo accostabile a quello dei DIE!, è più che lecito chiedersi in che modo e in quali forme condensiate tutti questi pensieri e idee (do per scontato che appartengano almeno in parte anche agli altri componenti) nel gruppo.
M: Non saprei bene... A differenza dei DIE! non vogliamo essere un gruppo dichiaratamente "HC", anche se un certo HC è tra le nostre influenze...
Ho imparato con l'esperienza che appena dici "facciamo HC" ti si accalcano addosso una serie di responsabilità non volute, di gente che si aspetta (esige addirittura) da te delle cose, pretende di poter mettere bocca su tutto quello che fai. Per me è meglio metterci l'HC senza dirlo, così fai come ti pare e nessuno ti rompe le scatole.
Quindi le premesse sono diverse. E' innanzitutto un gruppo di amicissimi, che ha iniziato a suonare per vedere che veniva fuori accostando alcune cose più rock e pesanti con alcune dissonanze e ruvidezze punk, senza un obiettivo preciso che non fosse suonare per divertirsi e suonare cose che avremmo ascoltato se le avesse fatte qualcun altro. Senza presunzione siamo un gruppo più "musicale", come dinamiche.
Di sicuro c'è il discorso del "parlare d'altro", che ci viene naturale... Abbiamo preso un po' di luoghi comuni dello stoner e li abbiamo rigirati nella nostra chiave più ironica... Quindi là dove nei gruppi stoner si parla di civilità aliene noi parliamo di libri Urania, quando si parla di space-rock parliamo di Silver Surfer e così via, sempre con rispetto e mai con sarcasmo. Poi c'è di mezzo l'angoscia dei rapporti personali, lo skate e tematiche più "punk". Metto a nudo molte più cose del "me" quando è da solo in cameretta, rispetto ai DIE!, che invece erano una elegia della mia adolescenza.
E poi abbiamo la faccia tosta di osare qualcosina di diverso musicalmente senza fare i post-punk annoiati.
Insomma salire sul palco di una serata HC e fare dei pezzi a metà strada tra i Sabbath e i Black Flag, che parlano di Dungeons & Dragons e ansiolitici, di video di skate e miti lovecraftiani è qualcosa di inedito, direi quantomeno qua a Roma.
Non so se siamo accostabili ai DIE!... Di sicuro c'è in comune l'intento di fare una cosa che a Roma non c'è divertendomi, con una certa ricercatezza negli argomenti. Quello che ne verrà fuoi verrà fuori... A noi va bene già di suonare quello che suoniamo, come del resto fu anche per i DIE!.
P: Silver Surfer, Dungeons & Dragons e Urania conditi con una musica fuori dai trend (e dai cliché) del momento. Certo l'ascoltatore è invitato a fare molta attenzione, piuttosto che a sgomitarsi sotto il palco. Non volete fare gli pseudo-intellettuali ma non siete nemmeno da punk rock low-sense alla Impossibili. Come hai detto, se suoni HC corri il rischio di vederti appioppate una serie di più o meno appropriate responsabilità; in questo caso invece qualcuno potrebbe gridare al qualunquismo...
M: Beh, al qualunquismo direi proprio di no... Da cosa suoniamo, da come ci poniamo e da come trattiamo gli argomenti (e gli argomenti stessi) direi che chi ha un minimo di cognizione di causa capisce che c'è di sicuro del punk alla base e che non stiamo li a gigioneggiare.
Diciamo che ci prendamo le responabilità che ci va di prenderci, non quelle che ci potrebbero appioppare alla cieca altre persone.
P: Di nuovo lo stile quindi: averne, ma averne uno proprio, personale. Anche se qui, più che di stile, forse è corretto parlare di personalità. Prima (fuori dall'intervista, ndPit) parlavamo di quel che dicevano i This Side Up in My Life: non esiste un libro pieno di regole da seguire per essere "un buon hardcorer"; siamo sei miliardi di persone, diamo spazio alle differenze!
M: Lo stile è conseguenza diretta della personalità appunto... Poi oh, a parlarne così tanto di stile sembra che siamo chissà chi e che facciamo chissà che... Alla fine siamo solo un gruppo di gente che viene dal punk e fa una roba un po' più variegata in più aspetti. Niente di trascendentale. Siamo noi stessi con tutti i limiti e vantaggi del caso.
P: E visto che siamo tornati più esplicitamente a voi: quando avremo modo di ascoltare (su disco) e vedere (in prossimi concerti) tutto questo condensato in musica?
M: Su disco a breve: stiamo registrando un demo di 4 pezzi. Gli strumenti ci son già tutti e appena mi sarà passata la bronchite registrerò il cantato e finiremo il tutto.
Live fra un pochino perchè il nostro batterista è via per un po' e quindi suoneremo al suo ritorno, verso marzo o se troviamo un sostituto temporaneo anche prima. Tanto abbiamo suonato da poco, non c'è fretta.
P: L'8 dicembre, appunto - dove mi dicevi che i C&D vi hanno fatto gran complimenti -, e a "Questa è Roma, mica...". Quali sono i primi riscontri dalla gente, sia secondo le vostre impressoni che in base a ciò che vi è stato detto?
M: Beh, sai quando son gli amici a farti i complimenti non ti fidi più di tanto: il fattore simpatia e il non voler offendere fanno sempre dire: "Bravi rigà!". Però, escluso ciò, abbiamo ricevuto un sacco di commenti entusiasti da gente mai vista, sia grande che giovanissima: dai Cloak & Dagger, come dicevi tu, e da persone che non avrebbero mai detto nulla, o che piuttosto che fare dei complimenti di circostanza avrebbero sorvolato o detto: "Che cazzo è sta roba?!"... Gente di cui mi fido insomma. Abbiamo ricevuto anche utili consigli sul come migliorare il suono live: sai, con una chitarra normale e una con il fuzz usate in maniera un po' convulsa fare dei buoni suoni sul palco è un po' complicato al secondo concerto, e consigli del genere, oltre a farci piacere perché dimostrano interesse e affetto da parte della gente, sono anche utili per migliorare!
Concludendo, in base alla poca esperienza avuta finora posso dire che musicalmente dobbiamo continuare su questa strada, che il pubblico più giovane è inaspettatamente bendisposto, e che dobbiamo lavorare molto sulla parte live e sui suoni.
P: Direi che abbiamo detto molto. Vuoi aggiungere qualcos'altro?
M: No dai, ho parlato abbastanza, rischio di essere una rottura di palle! Ti ringrazio per l'intervista e per la fiducia. Ci si becca in giro!
Visitate il sito myspace dei The Snake Cult:
www.myspace.com/thesnakecult



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