Remorse

Questa volta Gianluca intervista i Remorse, hardcore band veneta dai molti aspetti atipici: vuoi per la formazione a 3 elementi, contro quella più tipicamente a 4 o addirittura a 5 dei gruppi hardcore italiani; vuoi per il fatto di essere stata una delle prime band (soprattutto nel campo hardcore) ad uscire con un videoclip; vuoi infine per le idee, molto singolari per gli elementi di un gruppo simile. Vediamole insieme...

Gianluca: Cominciamo dall'inizio. Come nascono i Remorse? In che modo nascono? Più che una biografia vi chiedo quali sono state le "tappe" principali del vostro cammino, i passaggi attraverso i quali avete sviluppato il vostro modo di essere e suonare.

Daniele: Inizialmente i Remorse erano un gruppo di persone giovani e con le idee poco chiare, suonavano una sorta di punk, poi il gruppo ha preso una prima svolta quando si cambiò batterista e quando rimase una sola chitarra, con questa formazione a tre i Remorse mossero i loro primi e gloriosi passi nell'underground; in questo periodo esce "Craker", forse l'album più apprezzato del gruppo. Successivamente viene allontanato il bassista e ne subentra uno con un background decisamente più metal, in questo modo comincia sempre di più a perdersi la vena punk e si fa largo un sound più hardcore/metal/funky. In questo periodo esce "Handle With Care" supportato da una tourneè italiana di spalla ai Burning Heads.
L'ultima tappa coincide con l'entrata del nuovo batterista, anch'egli di estrazione metal, questo ha rinforzato ancora di più la granitica base ritmica dando origine al sound attuale della band.
Per quanto riguarda il modo d'essere, ti posso dire che ogni addio dato ad un membro ci ha portati ad essere sempre più determinati, più seri e anche più duri visto che a tutt'oggi ci sono un sacco di persone che parlano male di noi solo perché sono dei falliti.


G: Si discute spesso su quale sia il numero ideale di persone per comporre un gruppo musicale e far sì che funzioni al meglio. Di certo è più difficile lavorare quando ci sono tante persone, ognuna con i propri impegni, idee, intuizioni ecc ecc. D'altro canto però, probabilisticamente parlando, un numero maggiore di persone ha più possibilità di creare qualcosa di positivo, essendo le energie impiegate maggiori. Voi che siete in 3 (cosa già di per se atipica per questo genere musicale) come vi trovate? Come gestite e organizzate il vostro lavoro?

D: Essere in tre è ottimale per tutto, ogni strumento ha tutto lo spazio che vuole, le decisioni si prendono in un attimo, nessuno ha problemi di ego, si litiga meno. Certo in questo modo alcuni arrangiamenti risultano più scarni, dal vivo magari abbiamo meno "muro", ma abbiamo il groove e il feeling derivanti dal fatto di andare d'accordo e di sentirci liberi di fare quello che vogliamo.

G: Dicevamo appunto, nell'hardcore, si usa avere due chitarre, soprattutto nelle band esplose in questi ultimi anni. Probabilmente perché così si da al suono una compattezza maggiore, e ci si consentono variazioni che con una sola chitarra non sarebbero possibili. Voi cosa ne pensate?
Noto peraltro che sul vostro disco sono presenti alcune collaborazioni "eccellenti". Al riguardo potete raccontarmi com'è nata l'idea di usufruirne?

D: Mmm, io non seguo gli schemi dell'hardcore, non seguo nessuno schema, faccio quello che voglio e così anche gli altri, le variazioni della seconda chitarra al massimo le faccio io col basso.

Samuele:
Concordo con Lele: hardcore per me significa ben altro. Non credo serva "essere" come gli altri gruppi per essere in questo o quel ramo. Noi facciamo musica nei Remorse; o qui o lì, francamente non è l'etichetta che ci importa... quello che è fondamentale è la nostra musica ed i nostri pensieri/idee/testi.

G: Ho notato (con piacere) che le emittenti televisive, piccole e grandi, hanno cominciato a trasmettere numerosi videoclip di gruppi punk rock e hardcore. Evidentemente non si tratta più di un genere di nicchia ma di un qualcosa che sta prendendo piede. Alla lontana mi ricorda il fenomeno dei demotape che scoppiò diversi anni fa tra le varie band, in particolar modo quelle punk. L'abbassamento dei costi consentiva di far girare al di fuori del solito circuito prodotti altrimenti destinati a pochi. Voi siete stati tra i primi che hanno realizzato un video, che ha girato (e gira tuttora credo) anche su emittenti televisive molto note. Che vantaggi vi ha procurato questo? Avete avuto un riscontro concreto o no?

S: Non so se punk o hardcore sia nicchia, oramai... Manco sappiamo se c'è stato un "fenomeno" o ci sarà... Sicuramente il video è servito per farci conoscere "certe" cose al di fuori della situazione in cui eravam. Francamente il video, a livello di riscontro monetario, ha servito ben a poco: probabilemte a livello di "soddisfazioni" personali, quello è servito, più che altro per farci capire che la via che stiamo seguendo è quella giusta e magari fare da "ariete" per le bands che muovono i primi passi verso questo mercato...

G: Sempre in tema di videoclip. Suonando da diverso tempo ho acquisito una certa dimestichezza con i vari impianti di registrazione e le tecniche utilizzate. Ritengo di essere in grado di saper distinguere un buon prodotto da un prodotto scarso. Mi ritengo invece abbastanza ignorante in tema di video musicali. Però ho l'impressione che molti dei video che girano ora, soprattutto se fatti da gruppi meno noti, siano un po' scarsi, sia a livello tecnico che, soprattutto, a livello di idee. Il più delle volte si tratta di collages tra esibizioni dal vivo e prese in studio.
Potete raccontarci come si svolge la realizzazione di un video, quanto spazio è lasciato al gruppo e quanto invece al regista nelle scelte sul come realizzarlo? Quali sono i tempi di realizzazione e i costi?

D: Beh noi abbiamo fatto tutto in amicizia; comunque un video fatto su pellicola costa tantissimo, non so dirti niente su come si fa, in quanto per noi si è trattato solo di una ripresa live successivamente messa su nastro con un pò d'effetti, niente di esaltante quindi.

G: Un merito particolare devo riconoscervelo per quanto riguarda la realizzazione del booklet interno del vostro CD ("Balance Of Visions"). L'ho trovato semplice ma molto ben realizzato, sia nei materiali che nella scelta dei colori e dei particolari. Vi siete ispirati a qualcuno in particolare?
Solitamente poi un ostacolo sono i costi di realizzazione: quanto hanno influito sulle vostre idee in merito?

D: Per il booklet bisogna parlare con l'artista che ce l'ha fatto, lui ci ha proposto delle idee e noi abbiamo valutato, l'unico consiglio che gli abbiamo dato è stato quello di utilizzare degli ingranaggi. I costi non hanno pesantemente influenzato il CD, anzi a parità di prezzo è venuto meglio di molti altri.

G: Vi chiedo di raccontarci un episodio piacevole e uno spiacevole vissuto con una band non italiana con la quale vi sia capitato di suonare. Alla luce dei fatti riscontrate delle differenze tra le bands italiane e quelle europee o americane? Si può parlare ancora di un credito di professionalità delle seconde verso le prime, oppure oramai abbiamo raggiunto il loro livello? (se fosse così però sarebbe difficilmente spiegabile il fatto che i gruppi che vanno per la maggiore continuano ad essere principalmente americani, o comunque non italiani).

D: Non ci sono episodi né spiacevoli, né piacevoli. Non ho legato molto con le bands straniere. A livello tecnico non abbiamo niente da invidiare a loro, magari ci manca l'attitudine; è anche vero che se un americano fa spettacolo è un grande, se lo fa un italiano è ridicolo. I gruppi italiani non emergono per l'abitudine che ha il pubblico nel considerarli inferiori, inoltre c'è il discorso della registrazione: i nostri studi di registrazione (escludendo i bigs) sono molto scarsi.

S: Aggiungo qualcosa in velocità: secondo me è l'italiano che è ladro quando può! Non credo sia questione di questo o quello... se cominciassimo a comprare dischi e non a masterizzarli, se facessimo un po' di cernita di bands-cacca estere, allora qualcosa cambierebbe. Se non posso permettermi un disco non lo compro e non lo masterizzo! Io non ho manco un disco masterizzato. Perché?...

G: Venezia non è un grosso centro. Quindi presumo che se di scena possa parlarsi la si debba riferire più in generale alla vostra zona. In ogni caso mi interessa sapere qual è la vostra idea sulla situazione della vostra città per quanto riguarda la musica in generale, e quella hardcore/punk in particolare. Ci sono spazi e/o eventi in cui poter suonare? Negozi di musica specializzati? Centri sociali?

D: Dalle nostre parti qualche concerto lo puoi fare ma non esiste assolutamente una scena hardcore, va molto di più il power o il nu metal. L'unico centro sociale è il Rivolta, ma suonare lì è un'impresa: quel posto ha smesso di essere un centro sociale da un bel po'.

G: A proposito di centri sociali: gli eventi di quest'ultimo periodo - mi riferisco al G8 e le relative manifestazioni - hanno messo in luce un notevole sforzo coordinativo tra alcuni dei centri sociali più grandi d'Italia, che hanno cercato di unire le loro forze per un obiettivo comune. Lo trovo un intento encomiabile, che di certo attirerà una repressione maggiore (di cui probabilmente faranno le spese più i centri piccoli che quelli grandi) ma che ha reso evidente come sia possibile trovare un organizzazione alternativa a quella statale. Cosa ne pensate?

D: Pochi sono i centri sociali che io stimo, la maggior parte sono più imprenditoriali di Berlusconi.

S: ...premetto che la parola "alternativa" mi fa un po' ridere! ...dipende da che parte stai! Alternativo non significa nulla! Premesso questo: di politica, ultimamente, capisco poco e voglio capire poco! Non è il mio mondo! Conoscendo certe posizioni di "certi" individui nella palustre zona veneziana/marghera, lascio a loro la voce. Io stò a guardare: a volte mi sento partecipe, a volte il sorriso prevale sulla "comicita'" degli interventi senza idee, ma "contro" comunque... Ho frequentato (e frequento tutt'ora) c.s.o. dal '92 e la situazione è mutata considerevolmente (in peggio): prima in questi/certi posti si faceva (o cercava di fare) arte e musica; oggi si fa art€ e mu$ica...

G: A che prezzo vendete il vostro CD? Ve lo chiedo perché ho notato la tendenza di molti gruppi a vendere a prezzi esorbitanti il proprio materiale (spesso anche scadente!), quando uno dei capisaldi di questo genere musicale dovrebbe essere proprio l'accessibilità a tutte le tasche.
D'altronde è anche vero che - come dicevamo prima - un prodotto ben curato ha un costo maggiore per chi lo realizza, e conseguentemente anche per chi lo compra. Che opinione avete in merito?

D: Il prezzo lo fa la casa discografica, poi il distributore ci mette del suo, poi il negoziante ci aggiunge la sua parte... noi non c'entriamo niente col prezzo, comunque un gruppo come il nostro non dovrebbe costare come uno famoso, se non altro per la qualità di registrazione. Mi sembra che alle etichette questo non interessi con la conseguenza che così non emerge nessuno.

S: Come dice Lele, il prezzo nei negozi non lo sappiamo esattamente; quello che possiamo dirti è che noi ai concerti lo vendiamo a 10 euro: credo sia un prezzo onesto e giusto per un disco di un certo tipo.

G: Vorrei una vostra opinione sincera sul movimento straight edge, in tutti i suoi aspetti, anche quelli più controversi o discutibili.

S: SXE per me non significa nulla! Ognuno è libero di fare/pensare quello che vuole! Essere vegetariano, non bere alcolici, essere animalista al 100%, quello che io sono, non comporta nulla se non a me stesso. Lo faccio perché ci credo! E basta! Non critico chi mangia carne e fa altre cose che io non faccio. Lo rispetto per quello che è e non per quello che fa! Spero di essermi spiegato; a volte "criticare" chi non è come te, può sfociare in qualcosa che "costruttivo" non lo è proprio per niente... chiudo!

D: Io sono vegetariano ma non so niente del movimento straight edge, comunque se non fai del male a nessuno e rispetti tutti gli esseri viventi mi trovi dalla tua parte.

G: Chiudo l'intervista traendo spunto dal titolo di una vostra canzone che mi ha colpito: Silence Kills. Si tratta di un concetto certamente non nuovo ma secondo me sempre valido. C'è la necessita di far sentire le proprie ragioni, magari alzando la voce se serve. Il rischio però è quello di parlare a vanvera e riempirsi la bocca di parole e concetti fini a se stessi no?
Gradirei conoscere la vostra opinione in merito. Quando serve parlare, e quando restare in silenzio secondo voi? Come si applica questo discorso ad una band musicale, che fa del linguaggio, e quindi della parola, uno dei suoi strumenti primari?

S: Come avrai ben capito, i testi per i Remorse sono sempre stati curati al meglio, nel limite delle nostre/mie possibilità! Silence Kills l'ho scritta in un momento della mia vita in cui stavano cambiando delle cosa per colpa della "mia" chiusura, rendendomi conto che il silenzio, alle volte, può veramente uccidere! Non fisicamente, sia chiaro, ma mentalmente! Ecco perchè ho cercato di "renderla" agli ascoltatori. Io, di solito, non alzo mai la voce; preferisco farmi spiegare e spiegarmi, prima di alzare il tono (sonoro); ma a volte non basta, a volte molte persone cercano di "farti" alzare la voce per mettersi in competizione su dei livelli abbastanza "poveri", per me... qui meglio stare zitti! ...tanto, prima o poi, il silenzio li uccide.

D: Serve molto di più stare in silenzio, questo è una cosa che devo imparare! Le uniche cose che devono parlare sono la musica ed i testi, ma non ti puoi aspettare che la gente vada sempre a ricercarli, anche perchè molti musicisti non danno importanza a cosa si vuole dire, ma solo al come... Come posso chiamare questa gente artisti?...

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www.remorse3.com