Rancore
Che la scena punk italiana e internazionale sia cambiata (e stia cambiando) non c'è neanche bisogno di farlo notare. Eppure lo spirito ribelle e di protesta sociale presente fin dal primo punk e letteralmente esploso negli anni '80, ancora rinvigora gli animi di molti punk rockers contemporanei.
Andando a cercare tra le nuove leve, piuttosto che grattare su un fondo troppo unto, Gianluca intervista i Rancore, band romana dedita ad un punk rabbioso e incazzato di vecchia scuola.
Gianluca: I Rancore sono un gruppo che si affaccia alla scena punk da un periodo di tempo relativamente breve. Tuttavia mi pare che stiate cercando di essere il più attivi possibile, o sbaglio? Come riuscite a conciliare l'attività del gruppo con le vostre attività personali (lavoro, studio…)?
Rancore: Riusciamo con un po' di difficoltà, in quanto tutti e quattro abbiamo diversi impegni sia lavorativi che universitari, ma per noi suonare è veramente molto importante, e il sacrificio è ampiamente ripagato.
G: La sensazione infatti per la maggior parte dei gruppi gravitanti attorno al circuito punk-hardcore, è quella di non avere mai abbastanza tempo per potersi promuovere come si vorrebbe. Ciò anche a causa del fatto che raramente si viene pagati, o perlomeno pagati a sufficienza per rientrare delle spese affrontate. Quali sono le vostre esperienze in merito?
R: Le nostre esperienze in merito prevedono un compenso che va dall'applauso, alle birre gratis e nella migliore delle ipotesi al rimborso per il viaggio, ma la risposta positiva della gente è l'unica gratifica che sinceramente ci interessa.
G: Proprio in quanto gruppo "fresco" in voi vedo una carica che molti altri gruppi più rodati hanno perso o comunque parzialmente dimenticato. All'entusiasmo subentra l'esperienza, ma questo non sempre è un bene. Voi che rapporto avete con gli altri gruppi, soprattutto: che impressione ne avete avuto?
R: Secondo noi entusiasmo ed esperienza possono tranquillamente convivere insieme, non pensiamo affatto che uno escluda l'altro.
Salvo particolari casi di immediato affiatamento abbiamo avuto poche occasioni di condividere spazio e tempo con altri gruppi.
G: Andiamo più nello specifico: vorrei sapere qual è la vostra idea della scena di Roma, dei suoi gruppi, le persone che la compongono, dei suoi contrasti ma anche dei suoi pregi. Sentite di farne parte? In che modo?
R: Non siamo ancora ben inseriti nella scena romana forse neanche ci interessa, abbiamo solo voglia di suonare, non di appartenere, ma da spettatori ci rendiamo conto che forse è un po' chiusa a compartimenti stagni e rilegata in spazi spesso troppo in ombra.
G: Il vostro promo presenta 4 pezzi piuttosto interessanti. Cominciamo a parlare dei testi, chi li scrive? Quali sono le fonti di ispirazione? Ho visto che la matrice politica è ben evidente...
R: Spesso i testi sono composizioni a quattro mani, le nostre intenzioni sono quelle di dare suono alla nostra rabbia e comunque le ispirazioni non mancano, basta guardarsi attorno...
G: Alcuni gruppi si schierano apertamente contro testi politicamente impegnati. Altri preferiscono concepire il punk come una forma di musica equivalente alle altre, e quindi rinunciano quasi del tutto a darne un immagine "contro", preferendo trattare argomenti leggeri, o comunque introspettivi. In questo senso la vostra scelta, seppure non isolata, è comunque -paradossalmente- contraria al trend attuale di molte band. Sapreste spiegarmi perché testi di questo tipo e non, magari, qualcosa di diverso?
R: Le scelte degli altri gruppi assolutamente non ci interessano; noi, indipendentemente dal genere musicale, vorremmo cercare di accendere il dubbio in coloro che ci ascoltano, su fatti e situazioni che molto spesso vengono ignorate e nello stesso tempo vorremmo far conoscere storie ingiustamente sepolte - il brano 434-76 racconta le ultime ore di un giovane anarchico, Franco Serrantini ucciso nel 1972 a Pisa- sperando che tutto ciò non puzzi di didattico.
G: In ogni caso: siete d'accordo con chi interpreta il punk come un genere musicale e basta, oppure ritenete che un minimo di contesto sociale e politico debba sempre essere presente?
R: Il genere musicale è semplicemente il modo migliore e più idoneo per una band di esprimersi, poi sta alla sensibilità e coscienza del singolo esporsi e affrontare certe tematiche.
G: Qui si potrebbe aprire anche un altro discorso. Molti degli attuali gruppi punk-hardcore che hanno fatto successo, e che appaiono in televisione e sui giornali, sono gruppi profondamente contraddittori. Nel senso che alcuni di loro, non tutti, continuano a prendere posizioni di minoranza contro determinati assetti politici ed istituzionali, però al tempo stesso fanno parte di una realtà (quella del music-business) decisamente poco pulita. A questo punto sorge il solito interrogstivo: fino a che punto secondo voi un gruppo punk-hc dovrebbe e potrebbe spingersi per avere riscontro di pubblico, e oltre quale limite non dovrebbe andare? Esiste poi un limite o è soggettivo?
R: Il limite è soggettivo, le scelte di moltissimi gruppi sono più o meno condivisibili, per quanto ci riguarda se ci capiterà cercheremo di dosare scelte, rinunce e condizioni con coerenza, restando fedeli alla linea.
G: Secondo me un limite c'è, ma è molto soggettivo e comunque labile, nel senso che ci sono duemila fattori da considerare quando un gruppo ha successo, sul come lo abbia raggiunto. Voi come gruppo fino a che punto sareste disposti a spingervi?
R: Fino alla variazione del colore della copertina.
G: Parliamo un po' della vostra musica, vi faccio una domanda classica: quali sono le vostre influenze? Fino a che punto sono determinanti nella musica che scrivete?
R: Tutti e quattro proveniamo da scene musicali e situazioni molto differenti ed è bello che ognuno esponga il suo modo di concepire un pezzo. Chiaramente sono influenze, quindi sono determinanti, molto...
G: Sempre in riferimento alla vostra musica: qual è stato il complimento che vi ha fatto più piacere? E quale la critica negativa che più vi ha colpito? Perché?
R: Testualmente il miglior complimento: "Spignete 'na cifra!". La critica peggiore "Annate a lavorà!". Ci hanno colpito perchè entrambe erano spontanee.
G: Suonando in giro si viene a conoscenza di moltissime situazioni particolari. Dalla vostra esperienza concertistica cosa avete imparato? Avete mai avuto problemi di qualunque tipo con le persone dei posti nei quali avete suonato?
R: Questa domanda chiaramente verrà risolta da tutti e quattro indipendentemente.
Andrea:"C'è sempre da imparare"
Fabrizio:"Sul palco - quando c'è - fa sempre molto caldo"
Cristiano:"Arrivare per primi è sempre un'inculata"
Alessandro:"Torno sempre con qualcosa di meno".
G: Solitamente alla domanda precedente i gruppi che intervisto mi rispondono diversamente a seconda che preferiscano suonare nei centri sociali/squat o piuttosto nei locali. Di sicuro c'è solo che i posti presentano tra di loro notevolissime differenze. Voi come vi ponete in merito? Dov'è che preferite suonare e perché?
R: Preferiamo suonare in quei luoghi dove la gente ha più voglia di ascoltare certe tematiche e questo avviene principalmente nei centri sociali/squat dove generalmente ci sentiamo "a casa".
G: Non vi chiedo cosa ne pensate dell'attuale governo, lo do per scontato. Piuttosto però vi chiedo in che modo pensate che un gruppo come il vostro possa effettivamente aiutare a cambiare le cose, il governo, come, più in generale, il modo di pensare della gente. Se invece non è l'azione di ogni singolo ad essere importante, ancor più del gruppo in se.
R: Certamente l'azione del singolo è fondamentale, citando gli Assalti Frontali:"Una piccola parte insieme a tutte quante le altre può farne una grande"; suonare per noi non significa nascondersi dietro ad una canzone, significa credere cecamente in ciò che si scrive nei testi e... comportarsi di conseguenza.
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