Marco Philopat

Marco Philopat è stato uno dei primi punk in Italia, e all'inizio degli anni '80 fu tra gli attivisti del centro sociale Virus di Milano. Alla fine di quell'esperienza ha continuato ad interessarsi ai nuovi movimenti e alle nuove forme di cultura alternativa che sono comparse sulla scena - particolarmente quelle influenzate dalla rivoluzione tecnologica degli anni '90. La sua attività di scrittore (ma lui preferisce definirsi "agitatore culturale"), iniziata sulle fanzine fotocopiate, prosegue oggi col lavoro nella cooperativa ShaKe: una piccola casa editrice particolarmente attenta a tematiche che tentano una descrizione critica del reale. Al suo romanzo di debutto ("Costretti a Sanguinare", ShaKe, 1997), in cui ha raccontato la propria esperienza nella scena punk milanese, hanno fatto seguito altri due ("La Banda Bellini", ShaKe, 2002, e "I Viaggi di Mel", ShaKe, 2004) dedicati alle vicende di personaggi che hanno attraversato i movimenti di contestazione degli anni '60 e '70.


Marco: Da venticinque anni sei coinvolto in attività a carattere controculturale: a partire dall'esperienza tra i punx anarchici di Milano, fino ad oggi con il lavoro nella ShaKe. Dal tuo punto di vista, quali sono i cambiamenti più profondi che hai visto nella società italiana, dagli anni '80 ad oggi?

Philopat: Non sono un sociologo, e non vorrei mai con questa risposta sembrarlo. Comunque ci provo... Dal mio punto di vista credo che il cambiamento più profondo è stato causato dal computer, che oltre a modificare l'intero sistema di produzione nel mondo del lavoro ha cambiato anche l'immaginario collettivo e il nostro modo di comunicare. In Italia questa trasformazione è stata accompagnata dapprima da un grande e spropositato entusiasmo, poi da un megariflusso apolitico. Eppure rispetto agli anni Ottanta, dove ci si contava sulle dita, ora esiste un grande e dispiegato movimento di critica radicale. Primo Moroni, poco prima della sua morte nel 1998, disse che il periodo "Aureolare" del capitale si sarebbe a breve esaurito... Per "Aureolare", intendeva dire che, dopo la sconfitta del grande movimento di opposizione degli anni Settanta, il padronato vittorioso aveva davanti a sé un periodo di grande ristrutturazione, come un alba di un nuovo giorno, e quindi i movimenti ci avrebbero messo almeno ventìanni per capirci qualcosa prima di essere incisivi. Secondo me, Genova prima, l'11 settembre poi, sono imputabili a una fase discendente del capitale, che infatti deve ricorrere alla guerra per non perdere posizioni. Le nuove tecnologie hanno creato una massa incredibile di precari, capaci di lavorare 24 ore al giorno per settimane, e per altre settimane stare a non far niente, in paranoia aspettando una telefonata. Ormai tutti se ne sono resi conto... Non può più andare avanti così, considerato il fatto che sono proprio i computer che spingono all'orizzontalità piuttosto che alla competizione, alla concorrenza... Le reti sono per natura "rizomatiche", chi si pone al vertice lo deve fare con la guerra, magari inizialmente camuffata, ma piano piano sempre chiara nella sua mostruosità. Con questo non voglio dire che sia in atto un ribaltamento così drastico della società, ma inevitabilmente i rapporti di forza cambieranno entro pochi anni.

M: E come sono cambiati, col passare degli anni, finalità e mezzi della critica al sistema sociale dominante?

P: La finalità è una sola. Un altro mondo. Il prossimo G8 sarà in Scozia ai primi di luglio: sono previsti almeno un milione di contestatori da tutto il mondo. Gli otto leader saranno come al solito seduti al tavolo a sbafare i migliori piatti di celebri Chef, ignari del loro tramonto perché circondati da migliaia di cyberlegionari armati di spade laser amputa-arti-di-manifestanti; le tenteranno di tutte per rimanere ad abbuffarsi al loro ricco banchetto... Ma i contestatori saranno sempre di più e sempre più preparati, in Scozia come nel resto d’Europa, e soprattutto in ogni Sud e periferia dell’impero... I mezzi devono venir fuori dalla collaborazione internazionale tra gli sfruttati...

M: Nella trilogia di romanzi che hai scritto hai percorso a ritroso quasi venti anni di storia del nostro Paese, andando a raccontare di tre diverse forme di cultura antagonista che si sono susseguite: dalla Contestazione dei beatnik, attraverso le lotte di Movimento degli anni ‘70, per finire ai punk dei primi anni ‘80. Mi pare che il filo conduttore che accomuna queste esperienze sia la volontà delle persone che vi hanno partecipato di avere un ruolo attivo ed autonomo nella società, criticando l’establishment di potere e il sistema di valori tradizionale, ma allo stesso tempo rifiutando anche di "delegare" la propria rappresentanza ai partiti o movimenti della Sinistra istituzionale. Seppur in forme diverse, i contestatori di queste tre generazioni rivendicavano una libertà e una indipendenza che le forme politiche tradizionali non potevano più garantire. Secondo te quali sono stati i principali risultati che questi movimenti hanno ottenuto?

P: Innanzitutto, la non delega a forme di lotta che richiamavano al verticismo, per esempio quello dei partiti tradizionali. Ma oggi la fase è diversa, bisogna chiedersi come sciogliere il nodo dell’organizzazione in assenza di leadership. Nei miei tre libri ho ricostruito una storia nascosta dalle pubblicazioni commerciali e dalla ricerca accademica, nel tentativo di stimolare una riflessione sul presente, nel senso di far capire come certe forme di lotta degli ultimi trenta-quarant’anni abbiamo inciso più di ogni altra forma pseudo o proto-istituzionalizzata...

M: Quali sono, a tuo parere, gli scenari su cui si gioca oggi la critica del sistema sociale? In che misura credi che sia rimasta una eredità dei movimenti antagonisti del passato?

P: No... cioè... A me piace raccontare storie come facevano una volta gli affabulatori, i cronachisti, i giullari... Ti ho già faticosamente risposto con un farraginoso discorso inconcludente alle precedenti, ma questa è troppo! L’eredità la si può cercare nei primi moti di ribellione alla privatizzazione delle terre. In Inghilterra nel 1600 c'erano i levellers - erano chiamati così perché non c’era recinto abbastanza resistente o fossato profondamente scavato che non fosse obiettivo dei livellatori - difendevano il bene comune dall’aggressione della proprietà privata...

M: Le trasformazioni politiche che il mondo ha subito a cavallo tra la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 hanno - per molti versi - segnato un vero e proprio "punto di non ritorno": il crollo del modello economico del Socialismo ha lasciato sul campo come unico, apparente, trionfatore il Capitalismo, e ha indotto un vero e proprio "crollo ideologico". Nel vuoto prima occupato da quella che veniva presentata come una dialettica tra un sistema che si dichiarava ispirato alla "Libertà" e uno che si dichiarava ispirato alla "Giustizia" (due valori che – seppur spesso distorti e magari ribaltati nella realtà dei fatti - sono comunque una conquista di decine di secoli di civiltà) salgono ora alla ribalta fenomeni inquietanti, spesso coi caratteri del puro fanatismo e del peggior oscurantismo. Fenomeni di isteria collettiva indotta dai mass-media; rinascita di movimenti a carattere fondamentalista in quasi tutte le religioni; rinascita di fenomeni di ultranazionalismo, che mascherano la realtà di un sempre maggior accentramento del potere economico e politico e di una sempre maggior globalizzazione del controllo che esso esercita. Mentre le poche voci che propongono prospettive critiche sul presente sono sempre meno ascoltate. Che cos'è, stiamo entrando in un nuovo Medio Evo?

P: Domandone... Forse mi hai un po' sopravvalutato... In ogni caso non siamo nel Medio Evo pieno, semmai verso la fine, quando la gente cominciò a leggere, grazie all’invenzione di Gutemberg. Ora con i computer che si diffondono ovunque si hanno fenomeni simili. Le posizioni di forza si equivalgono e ne nasce un conflitto destinato a ridisegnare gli assetti del sociale. Se si legge per esempio il grande romanzo "Q" si ha una prospettiva narrativa molto ragguardevole su tutto ciò...

M: Per concludere, dimmi quali sono le motivazioni che in tutti questi anni ti hanno sempre spinto a continuare a cercare di dare una lettura critica del mondo che ci circonda... Hai saputo guardare avanti senza finire per "conformarti" in uno dei tanti "ruoli" che la società tenta di assegnare agli individui - fosse anche quello del barboncino da salotto radical-chic. In tutta sincerità, ci sono mai stati dei momenti in cui hai avuto la tentazione di mollare e di "lasciar perdere"?

P: Ogni volta che faccio un tiro di sigaretta: mi chiedo come mai mi ostini a fumare tabacco sporcando tutte le tastiere di pezzi di foglie insalivate... Dovrei smettere... O forse dovrei cominciare a viaggiare come Gerbino... Senza fermarmi mai...

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