L.I.L.A.
Dal momento che Radio Riot non si dedica esclusivamente alla musica, ma cerca di occuparsi anche di argomenti di interesse più generale per chi visita questo sito, ho contattato e intervistato alcune persone presso la L.I.L.A. (Lega Italiana per la Lotta all’AIDS): Anna Lia, Stefano e Valerio; in particolare, Anna Lia e Stefano sono esponenti dell’associazione, mentre Valerio non è membro della L.I.L.A. (e quindi le sue risposte sono a titolo personale) ma è comunque coinvolto nell’attività dell’associazione.
Credo che sia importante parlare di questo argomento anche da una radio punk, perché il problema dell’AIDS è una questione che riguarda tutti e tocca la responsabilità personale di ognuno nella vita quotidiana, e - a mio parere - non bisogna lasciare esclusivamente alle istituzioni (scuola, governo, associazioni impegnate nel campo sanitario o sociale) e ai media convenzionali il compito di fare informazione sul problema.
Per questo motivo, ho cercato di dare un’impostazione un po' diversa rispetto ad interviste “standard” sull'argomento - in modo da dar risalto anche ad aspetti che difficilmente potrebbero emergere in un contesto “ufficiale”. Inoltre ho chiesto esplicitamente a tutte le persone intervistate di non avere “peli sulla lingua”.
Marco: A che punto è la lotta all’AIDS in Italia, a livello di attenzione dell'opinione pubblica, di prevenzione, di cure, di ricerca di un vaccino, di legislazione?
Valerio: Il mio punto di vista è che in Italia l'attenzione per il problema AIDS, almeno per quanto riguarda il livello istituzionale, sia progressivamente sceso sotto il livello di guardia.
Sappiamo tutti quella che è la disastrosa situazione della ricerca nel nostro paese che si vede sottrarre fondi e risorse umane finanziaria dopo finanziaria e certamente non fanno eccezione in questo senso gli stanziamenti riservati alla lotta all'AIDS.
E' in effetti in corso di sperimentazione un tipo di vaccino tutto italiano, ma i risultati fin qui avuti, al di là della strombazzata pubblicità dei media, non lasciano molte speranze di successo in questa direzione, almeno a breve o medio termine. Per le cure, si procede secondo i protocolli internazionali, inserendo nei prontuari nazionali i nuovi farmaci di volta in volta immessi sul mercato ma con colpevole ritardo rispetto non solo all'America, ma anche agli altri Paesi dell'Unione Europea (farmaci già approvati dall'EMEA, che è l'agenzia dell'unione Europea per la valutazione dei medicinali, attendono a volte molti mesi prima di poter essere commercializzati in Italia a causa degli incomprensibili ritardi burocratici di attuazione del nostro sistema legislativo) lasciando poi spesso mano libera alle case farmaceutiche sulla politica dei prezzi (il Fuzeon, che è uno degli ultimi ritrovati in uso, che ha un costo almeno tre volte superiore agli altri farmaci esistenti già carissimi, è stato addirittura inserito in fascia “C”, limitandone così drasticamente le possibilità di utilizzo ai soli interventi di “ultima sponda”). Per quanto riguarda le terapie, comunque, la situazione è certamente sotto controllo, almeno per il momento. La ripresa esponenziale dei nuovi casi di contagio e il consistente aumento della durata della vita dei pazienti in trattamento lasciano semmai forti preoccupazioni per una possibilità, in un futuro non molto lontano, di poter garantire sempre a tutti gli aventi diritto, la garanzia dell'accesso gratuito alla terapia. (Le risorse sempre più striminzite assegnate al sistema sanitario, la previsione di una sanità parcellizzata nelle varie regioni, l'ipotesi di eliminare in futuro introiti che, attraverso l'attuale sistema di tassazione vengono dirottati direttamente in questo compartimento, lasciano oggettivamente ampie aree di dubbio, che i medici del settore giudicano serie e preoccupanti).
Per la prevenzione poi, si deve fare i conti in Italia con il pesante fardello della cultura cattolica. Il preservativo che rimane l'unica e vera arma di prevenzione efficace per bloccare la trasmissione sessuale del virus, è tutt'ora argomento tabù (vedi il ridicolo opuscolo inviato alle scuole dal Ministero della Sanità). Si lascia troppo spesso alla buona volontà delle iniziative personali e parcellizzate di associazioni di volontariato che, per gli scarsi mezzi a disposizione, non possono raggiungere capillarmente tutto il tessuto sociale, senza organizzare campagne nazionali organicamente strutturate.
Anna Lia: A livello di attenzione pubblica la situazione è molto difficile perché in Italia a livello istituzionale non ci sono campagne di informazione efficaci e scientificamente corrette e oltretutto la convinzione generale - sbagliata - è che “di AIDS non si muore più”. Questo vuol dire che le persone non usano più precauzioni e il virus si diffonde. Su circa 130’000 persone sieropositive italiane la metà non sa di esserlo!
Nella prevenzione il pubblico investe poco e, soprattutto, non si fa mai una dichiarazione chiara sull’efficacia del preservativo, mentre si insiste sull’astinenza, con ovvi risultati…
Gli unici a parlare concretamente sono le associazioni di settore e gli ambulatori di MST (Malattie Sessualmente Trasmissibili), insomma chi lavora sul campo, non quelli che hanno paura di compromettersi con i “benpensanti”.
A livello di cure l’Italia è pari agli altri Paesi industrializzati, nel senso che sul mercato ci sono molti farmaci e ne escono sempre di nuovi; il nostro Servizio Sanitario passa i farmaci “salvavita” gratuitamente, e questo è già un vantaggio rispetto ad altri Paesi come gli Stati Uniti in cui devi pagarteli tu (ca. 1000 euro al mese).
La ricerca in Italia - come si sa - non è molto finanziata, anche se gli studi che sta portando avanti in particolare la dottoressa Ensoli sul vaccino vengono enfatizzati ogni 1° dicembre (Giornata Mondiale dell’AIDS). Se va tutto bene, un vaccino potrà esserci solo tra alcuni anni.
La legislazione in fatto di HIV/AIDS c’è, ma non è applicata ovunque. Per esempio è proibito chiedere a una persona in cerca di lavoro di presentare anche il test HIV tra gli esami sanitari eventualmente richiesti, ma se non lo porti o ti rifiuti di farlo… non depone certo a tuo favore! E poi ancora in molti ospedali la privacy viene poco rispettata e l’anonimato del test è ancora un’illusione se non in una percentuale troppo bassa di ambulatori.
M: L'AIDS viene spesso considerato come una malattia che riguarda prevalentemente certe “categorie a rischio” (ad esempio tossicodipendenti, omosessuali, persone che si prostituiscono, ...). Credete che questo sia in qualche modo “fuorviante”? Credete che si dovrebbe piuttosto parlare di “comportamenti a rischio”, anziché di “categorie a rischio”?
AL: Assolutamente sì! Questo è un problema che ha caratterizzato da subito la percezione dell’AIDS, e non solo a livello nazionale ma mondiale. E’ vero che i primi casi di AIDS furono scoperti negli Stati Uniti proprio tra la popolazione omosessuale, è vero che nei primi anni novanta l’altissima percentuale di morti in Italia era tra la popolazione tossicodipendente, ma il nodo importante è che il pericolo di infezione non riguardava le persone che appartenevano a queste “categorie” (considerate scelte di vita “sbagliate”) ma i loro comportamenti che per la mancanza di informazione erano ad alto rischio. Mi spiego meglio: la famosa frase “SEI SIEROPOSITIVO; TE LA SEI CERCATA perché SEI GAY O TOSSICO O PROSTITUTA!” è uno dei più grandi e pericolosi pregiudizi che ha permesso al virus dell’HIV di continuare a esistere e a milioni di persone di subire discriminazioni ed emarginazione per un doppia colpa! Intanto chi non si riconosceva in questi gruppi aveva la coscienza a posto e poteva continuare ad avere rapporti sessuali non protetti perché tanto il problema non riguardava lui/lei.
Da qualche anno la percezione sta un po’ cambiando, finalmente si parla di rischio di infezione che riguarda chiunque attui comportamenti a rischio, quindi rapporti sessuali di ogni tipo non protetti, scambio di siringhe, ecc. ed è assolutamente importante che le campagne informative si rivolgano a tutta la popolazione indistintamente perché non esistono categorie più o meno a rischio ma solo comportamenti a rischio.
Valerio e Stefano: La percezione che si aveva dell’AIDS, quale malattia riguardante esclusivamente alcune particolari categorie di persone, è dovuta alla colpevole disinformazione che i media hanno fatto in tutta la fase iniziale della diffusione del morbo, ed è assolutamente errata.
Ormai dovrebbe essere chiaro a tutti che non ci sono specifiche categorie a rischio, ma soltanto COMPORTAMENTI A RISCHIO, ma di questo purtroppo si continua a parlare troppo poco: non è un caso che i nuovi casi di infezione, che dopo la stasi degli anni ’90 sono ripresi a ritmo accelerato, riguardano principalmente giovani eterosessuali e donne, segmenti questi che ormai hanno superato in percentuale quelli canonici della prima fase dell'emergenza AIDS (omosessuali e tossicodipendenti).
Dovrebbe inoltre arrivare in maniera più chiara il messaggio che di AIDS si continua a morire: le terapie in uso hanno solo permesso di prolungare nel tempo la durata della vita dei malati e di migliorarne spesso le condizioni, ma siamo ben lontani dal poter considerare l'AIDS una malattia cronicizzata. Tutte le cure disponibili si possono per altro considerare ancora in fase di avanzata, ma non conclusa sperimentazione, portata avanti sui milioni di pazienti in terapia. Non sono infatti stati formulati protocolli definitivi ed univoci nemmeno per quanto riguarda il momento migliore per iniziare il trattamento.
Altri problemi sono dati dalle risposte molto differenziate che si riscontrano nei singoli trattamenti e che variano anche in base all’età dei pazienti in cura, dagli effetti collaterali spesso eccezionalmente gravi che si verificano e che in alcune circostanze non consentono di proseguire la terapia (non solo mal di testa, eruzioni cutanee, vomito o diarrea, ma anche disturbi epatici e del sistema nervoso, aumenti sensibili di colesterolo e trigliceridi o lipodistrofie diffuse), dalle resistenze che con troppa velocità insorgono per le costanti e accelerate modificazioni del virus e che rischiano di rendere spuntate le armi a disposizione in mancanza di una continua e costante evoluzione dei farmaci.
Non va sottovalutato a questo proposito il fatto che più si va avanti nel tempo e più aumenta la possibilità di infettarsi con varianti resistenti. Uno studio del 2003 ha evidenziato che in Europa un'infezione su 10 avviene già adesso con ceppi resistenti e che un paziente su 50 è addirittura infettato da varianti con più resistenze (negli Stati Uniti la frequenza è ancora più elevata).
M: Qual è la situazione dell'AIDS oggi su scala mondiale? Che cosa ci potete dire, ad esempio, della situazione nei paesi in via di sviluppo, soprattutto in Africa?
V & S: La situazione dell’AIDS su scala mondiale è drammatica. L’Africa, soprattutto quella subsahariana, rimane il paese che ad oggi continua a pagare il maggior tributo al virus (anche in termini di perdita di vite) a causa delle precarie condizioni di salute, delle inesistenti misure di prevenzione e del mancato accesso ai farmaci per motivi di carattere economico della quasi totalità dei sieropositivi (le persone in trattamento non raggiungono il 2%). In questo continente, dove almeno il 58% dei casi si riferisce a donne quasi sempre contagiate dal marito durante il rapporto sessuale, altissimo è anche il numero dei bambini sieropositivi e analogamente numeroso quello degli orfani, con un effetto “domino” inarrestabile e conseguenze economiche e sociali devastanti (maggior veicolo di diffusione della malattia è il sesso non protetto e le scarse condizioni igieniche).
La Cina è un altro paese dove soltanto da poco si è stati costretti ad ammettere l'enorme e incessante diffusione del virus (le cifre ufficialmente note, già di per sé allarmanti, non sono attendibili, perché il governo non è in grado di monitorare in modo efficiente l'evolversi della situazione nelle sperdute e desolate lande periferiche della nazione).
Dopo Africa e Cina, seguono, nell'ordine, Europa dell'Est e Asia Centrale, Asia Orientale e Pacifico, Nord America, America Latina e paesi Caraibici, e via via tutti gli altri, nessuna nazione esclusa.
In generale in tutto il mondo i tassi di infezione sono in ascesa, a causa di un rilassamento nelle misure di prevenzione, meno stringenti che negli anni novanta, e questo nonostante il maggior spiegamento di risorse economiche e finanziarie (seppure ancora largamente insufficienti) rispetto al periodo in cui il virus ha fatto la sua devastante comparsa.
In pratica l'AIDS, per la lunga latenza che intercorre fra il contagio e la malattia conclamata (in media 9-11 anni) rappresenta una gravissima ipoteca sul futuro di intere nazioni. Perché sta aprendo la via a un collasso annunciato che non si limiterà a toccare solo i paesi in via di sviluppo, ma che riguarderà bene o male tutto il mondo.
AL: In Africa, soprattutto in quella subsahariana la situazione è tragica. Oltre 30 milioni di persone sono state contagiate dal virus e questo numero è in continua crescita. La maggior parte degli africani morti per AIDS sono giovani adulti nel pieno della loro attività produttiva e riproduttiva: questo vuol dire che si contano milioni di orfani e che gli anziani non hanno figli su cui far affidamento, anzi devono sobbarcarsi loro la crescita dei nipoti. I governi fanno quel che possono, ma senza soldi, senza strutture e coinvolti in guerre civili e/o di potere, aggravate da catastrofi naturali, non riescono certo a far fronte al problema AIDS, come d’altra parte non riescono a risolvere il problema malaria, tubercolosi, fame, siccità, ecc.
Ma la situazione non è facile neanche in altri continenti, le autorità cinesi non si pronunciano ma si sa che il numero delle persone sieropositive è molto alto, e così pure in Thailandia, ecc. Ovviamente il turismo sessuale ha fatto le sue vittime anche rispetto al discorso AIDS.
In alcuni Paesi in via di sviluppo le persone sieropositive si aggirano tra il 5 e il 20%: come fantasia - per capire il problema - pensate a quante persone conoscete e rapportate queste percentuali al numero dei vostri amici... è spaventoso!
M: Qual è il punto di vista della L.I.L.A. sul tipo di politica internazionale che viene adottata per far fronte al problema che molti paesi poveri, tra i più colpiti dal contagio, non hanno risorse economiche sufficienti per pagare alcuni medicinali, necessari nella cura delle persone che sviluppano la malattia?
V & S: Riteniamo che sia colpevolmente inadeguata. I paesi poveri rimangono esclusi dalla possibilità di applicare la terapia su vasta scala, a causa del costo dei farmaci e della politica criminale delle multinazionali farmaceutiche che privilegiano il profitto al diritto alla vita. La prevenzione è praticamente inesistente e gli aiuti economici previsti vengono spesso dirottati altrove (è recentissima la decisione vergognosa del nostro Governo che per fronteggiare i costi derivanti dall'intervento militare in Iraq, ha eliminato dal proprio bilancio la voce di spesa prevista per aiuti umanitari al terzo mondo).
AL: Naturalmente appoggiamo in pieno la posizione del Parlamento Europeo che si è espresso per:
1) richiedere una deroga all´applicazione degli accordi TRIPS, gli accordi dell´Organizzazione Mondiale del Commercio sulla proprietà intellettuale, che a partire dal 1° gennaio 2005 impediscono all´India e ad altri Paesi in Via di Sviluppo di produrre ed esportare copie generiche di farmaci anti-AIDS a prezzi 30-40 volte inferiori ai farmaci di marca;
2) stanziare almeno 1 miliardo di euro all´anno per sostenere il Fondo Globale per la Lotta contro l´AIDS, la tubercolosi e la malaria;
3) opporsi ed evitare di assumere una posizione analoga alla prassi degli Stati Uniti, che nel quadro delle loro relazioni bilaterali con i Paesi in Via di Sviluppo obbligano quest’ultimi a rinunciare alla produzione o acquisto di farmaci anti-AIDS generici con la minaccia di vedersi altrimenti penalizzati in uno o più settori commerciali;
4) porre al centro della propria azione, sia nella politica interna all´Unione, sia nella politica internazionale, la tutela della salute di tutta la popolazione.
Il Parlamento Europeo ha inoltre sollecitato “l´industria farmaceutica europea ad assegnare una parte significativa delle proprie risorse alla ricerca e alla produzione di medicinali antivirali e di altri farmaci essenziali”.
M: Recentemente il Premio Nobel per la Pace 2004 Wangari Mathaai, che si è battuta per anni a favore dei diritti delle donne e in difesa dell’ambiente, e che è anche Professore universitario di Biologia, ha dichiarato che il virus dell’AIDS sarebbe stato “creato in laboratorio, con obiettivi di guerra biologica”. Vi risulta che questa tesi sia sostenuta da altre personalità all’interno del mondo scientifico?
V & S: Quanto dichiarato dal Premio Nobel Wangari Mathaal è una ipotesi che fu formulata da più parti e in moltissime circostanze proprio all'indomani della comparsa del morbo (inizi anni '80). La comunità scientifica internazionale si è poi assestata su posizioni più ortodosse e quindi si dovrebbe escludere una possibilità di questo genere che, se vera, sarebbe assolutamente criminale (potrebbe veramente esserci qualcuno così coraggioso di assumersi la responsabilità di un simile delitto?). E' comunque singolare e indicativo che un personaggio così di rilievo e a distanza di tanti anni, sia ritornata in maniera dirompente sull'argomento, approfittando di una circostanza così prestigiosa e di vasta risonanza come quella della consegna del Premio Nobel.
Se si avesse la certezza che l’informazione che ci arriva non è manipolata, si dovrebbe escludere una ipotesi di questo genere, ma c’è qualcuno che oggettivamente si sentirebbe di asserire con assoluta verità di dogma che tutto quello che ci viene propinato dall’ufficialità è davvero reale? Una volta i giornalisti indipendenti che avevano il coraggio di raccontare la verità scomode venivano premiati con il Pulitzer, adesso vengono calunniati, emarginati e licenziati!
Quello che è certo è che al riguardo dell'AIDS, tutti quelli (e parlo di scienziati, biologi, ricercatori ecc.) che hanno espresso riserve o soltanto dubbi sulle teorie ufficialmente accreditate, sono stati isolati, messi in minoranza e costretti al silenzio senza possibilità di replica o confronti.
Un’altra realtà da tener presente è la natura assolutamente anomala del virus (caso unico di latenza così prolungata) e della sua morfologia: il virus dell'AIDS che si moltiplica molto rapidamente, continua a modificare la propria superficie esterna, rendendo problematica l’individuazione di elementi comuni necessari per sviluppare un prodotto immunizzante comunque valido per tutte le mutazioni).
AL: Francamente che l’HIV sia stato creato in laboratorio, o che sia stata una mutazione di un virus portato dalle scimmie, o che abbia avuto inizio da qualsiasi altra causa incide poco sulla realtà attuale, che è grave. Comunque è stato dimostrato che si è trovato l’HIV in reperti anatomici di un marinaio del Nord Europa morto nel 1958. Questo è stato possibile perché da decenni - quando una persona muore senza che se ne conosca la patologia - alcuni suoi tessuti vengono appunto arcHIViati per momenti successivi in cui la “scienza” possa dare una risposta. Quindi se il virus è stato creato in laboratorio, risale a cinquant’anni fa! Comunque ci sono due tipi di virus (HIV-I e HIV-II, diffusi rispettivamente soprattutto in Occidente il primo e in Africa il secondo), quindi anche questa guerra contro i neri non ci sembra molto credibile…mentre si spiega benissimo il perché ci siano così tante vittime tra i neri africani (e tra gli afroamericani POVERI): se non hai i soldi per i farmaci, se il tuo governo non fa prevenzione e assistenza sanitaria, come fai a non morire?
Comunque non abbiamo notizia su ricercatori che le abbiano dato ragione, e numerosi studi filogenetici e sierologici sull'origine del virus HIV respingono la tesi della nascita in laboratorio. Ma non c’è da stupirsi delle affermazioni della Mathaai (peraltro ecologista stimatissima): persino il presidente sudafricano Mbeki sostiene che l’HIV non esiste! Meno male che c’è ancora il vecchio Mandela che dà battaglia all’AIDS!
M: Mi pare di aver capito che la L.I.L.A. è una organizzazione completamente autonoma dalle istituzioni governative, e che non accetta sovvenzioni dalle industrie farmaceutiche. Potete spiegare le ragioni di questa scelta di una linea di “indipendenza”?
Stefano: La L.I.L.A. ha scelto questa linea per non essere condizionata da nessuno: è evidente che se la L.I.L.A. accettasse delle sovvenzioni, per esempio da parte delle ditte farmaceutiche, non potrebbe essere libera di criticare il loro operato.
AL: La L.I.L.A. è un’associazione di volontariato che si autofinanzia per i progetti nazionali e locali tramite iniziative di raccolta fondi (eventi, concerti, banchetti, lotterie, ecc.), richieste di finanziamento agli Enti Istituzionali per progetti di riduzione del danno e donazioni da privati (sempre molto pochi!!).
La scelta, fin dall’inizio della vita associativa, il 1987, di non ricevere alcun tipo di finanziamento per ricerche o simili dalle case farmaceutiche risponde a all’esigenza da parte degli attivisti sieropositivi di mantenere una forte criticità rispetto alle logiche di mercato dei farmaci. Altrimenti, come fai a opporti alle manovre ambigue e alle volte fortemente scorrette di chi ti finanzia?!?
M: Quali sono le cose da fare oggi, in Italia, a livello di educazione e di prevenzione, soprattutto tra i giovani? Credete che si dovrebbe dare una maggiore attenzione a questi problemi, ad esempio nelle scuole? Quali credete che siano i problemi principali, ancora da risolvere, sul piano della “cultura della prevenzione”?
AL: La prevenzione in Italia non viene praticamente fatta, nel senso che solo in ambito ospedaliero e associazionistico di settore ci si pone il problema della prevenzione. In particolare per le scuole abbiamo chiesto (inutilmente!):
1) al Ministro della Sanità di farsi mediatore (come per il latte in polvere) con i produttori di preservativi in modo da ottenere un prezzo alla portata di tutti, soprattutto dei giovani;
2) al Ministro dell’Istruzione di farsi promotore per l’installazione di distributori automatici nelle scuole;
3) al Governo di farsi finalmente carico di campagne istituzionali che diano un’informazione corretta, esplicita, non sessuofoba e tesa a consapevolizzare che nessuno è escluso dal rischio dell’AIDS.
E’ inutile andare in 50 scuole a incontrarsi con gli studente se poi nessun messaggio arriva nelle altre 5000!
Il problema principale in Italia è che genitori, insegnanti e persone “per bene” pensano che sia giusto per i ragazzi ASTENERSI dal sesso, che siano poi - una volta SPOSATI - assolutamente fedeli e sani. Così si dicono tra di loro, facendo finta di non sapere qual realtà ci sia davvero. La Chiesa Cattolica, poi, benedice il tutto e proibisce i preservativi!
V & S: Prevenzione, e corretta e capillare informazione non solo nelle scuole ma anche nei posti di lavoro, in modo da poter dare a tutti la possibilità di acquisire adeguati elementi di difesa. Bisognerebbe che le campagne fossero studiate evitando le ipocrisie dell’astinenza difficilmente praticabile, ma ribadendo invece tutte le procedure da mettere in atto per non correre pericoli di sorta (uso del preservativo sempre e comunque, a meno che non si abbia la certezza certificata delle condizioni di salute del/della partner, uso di lubrificanti non a base oleosa, evitare rapporti orali non protetti in caso di sanguinamento delle gengive, di lacerazioni anche piccole nella bocca o in presenza di herpes labiale, ecc.). Stanziamento di adeguati fondi per la ricerca (adesso troppo demandata alle strutture delle singole case farmaceutiche che operano in assoluta concorrenza fra di loro per cercare di primeggiare e di arrivare da sole a brevettare quello che potrebbe diventare il business del secolo) e coordinamento congiunto di tutte le nazioni per vedere di individuare la miglior via da seguire, concentrando su questa gli sforzi e le risorse. Interventi strutturali ed economici per sbloccare le situazioni di stallo esistenti nei paesi in via di sviluppo e poter garantire a tutti l'accesso indiscriminato alle cure. Si tenga conto al riguardo che nel 2003 il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato 1,5 miliardi di dollari per la difesa contro il bioterrorismo, e solo 413 milioni per gli studi su vaccini anti HIV!! Questo evidente squilibrio di investimento di risorse è ancor più sconcertante se si pensa ai 40.000 nuovi casi di AIDS registrati lo scorso anno in quel paese, contro i soli 18 casi di antrace del 2001 (in Italia la situazione è ancora più drammatica, con investimenti statali stanziati in questo settore assolutamente irrisori). Ma serve anche più informazione e conoscenza, per spezzare le barriere sociali e politiche che rendono difficoltosa, ostacolandola, la ricerca e che troppo spesso impediscono di pronunciare liberamente la parola AIDS.
M: Per concludere, volete lanciare un messaggio ai visitatori del sito di Radio Riot che leggeranno questa intervista?
AL: Sì, usare il preservativo è un atto di amore e di responsabilità per sé e per chi ami: usalo sempre e con chiunque. L’HIV può colpire ovunque, non esistono “buoni” e “cattivi”. Non esistono neppure motivazioni reali se non LA PAURA DEL DIVERSO per non avere un/a partner o un amico/a sieropositivo.
S: Usate sempre in tutti i rapporti sessuali un profilattico. Qualora abbiate dei dubbi sull'uso corretto del profilattico, telefonate ai nostri uffici, vi verrà indicato se fare il test oppure no. Per la Toscana il nostro numero è 055686477.
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