Kompagni Di Merenda
Sono usciti non da molto con il loro nuovo album i Kompagni Di Merenda, un disco dal titolo omonimo che sancisce una specie di rinascita, una nuova "era" nel sound della band. Se negli ultimi anni abbiamo visto il ritorno (o la ristampa) di vecchie glorie del punk hardcore italico anni '80, qui abbiamo chi questo genere lo vuole riproporre, ma senza scordarsi che c'è bisogno di mettere del proprio.
Piter: C’è stato un notevole cambiamento, un’evoluzione direi, nel vostro sound dagli esordi a quest’ultimo disco. Come sono andate le cose? E’ stata una decisione presa di comune accordo o vi siete trovati di punto in bianco a suonare canzoni semplicemente diverse dalle precedenti?
Paul: E’ stata un’evoluzione naturale, dovuta soprattutto agli anni che passano ed agli ascolti che prima o poi vengono fuori. Fino a tre anni fa suonavamo ska core anche perché gli ex membri non erano favorevoli ad una sterzata che volevamo già fare io (Paolo) ed Andrea. Nel ’99 militavamo infatti già in una band chiamata The Choice dal suono molto old school, in style Minor Threat. Davide è poi entrato a far parte del gruppo nel 2002 in coincidenza della dipartita dei due ex membri e la sua passione per l’hardcore italiano non ha fatto altro che permetterci questa svolta.
Pit: La cosa curiosa, secondo me, è l’orientamento del vostro ultimo lavoro, tipicamente punk hardcore italiano di metà anni ’80 (senza dimenticarne le bellissime e variabili sfumature). E’ curioso, dicevo, perché da un gruppo ci si potrebbe aspettare un’evoluzione verso nuovi suoni, stili più recenti, sperimentazioni, mentre voi fate un passo indietro, ma un gran bel passo.
P: Siamo tutti e tre fanatici della vecchia scuola italiana (personalmente fra i miei tatuaggi ho la copertina di “Disastro Sonoro” dei Peggio Punx, il logo dei Dead Kennedys e lo sbirro che spara degli M.D.C....) per cui non abbiamo mai avuto esitazioni nel suonare questo genere, anche se mi rendo conto che non abbiamo neanche vissuto quel periodo (la nostra età è compresa fra i 21 e i 27 anni). Inoltre siamo ben consci del fatto che il movimento non esiste più, però suonare musica “vecchia” è un modo per esaltare il nostro amore per il vinile, per le foto in bianco e nero e per i pezzi brevi e intensi, senza stupidi virtuosismi: rabbia–passione–sentimento sono le cose per noi fondamentali.
Le sfumature sono sempre legate a questo discorso: non possiamo risuonare le stesse cose che hanno già inciso altri venti anni fa, qualcosa bisogna pur innovare… aspetta di sentire i pezzi del terzo album…
Pit: Come mai avete deciso di lasciare il titolo omonimo, quasi fosse il primo disco dei Kompagni di Merenda?
P: In effetti questo album è la nostra rinascita, avremmo voluto pubblicarlo con un altro nome, ma non ne abbiamo avuto il coraggio perché comunque io ed Andrea, che siamo i membri fondatori, siamo ancora insieme e siamo affezionati al nostro passato, anche se per dirla tutta, questa è la prima su sei produzioni che ci ha finalmente reso soddisfatti. Le prime tre non ci appartengono più, sono solo un ricordo lontano, “Disfunzione” è l’album della svolta, ma è stato composto, arrangiato e registrato troppo frettolosamente e non ha reso il dovuto (abbiamo intenzione di ri-registrarlo e ri-arrangiarlo); lo split K.D.M. / Fugu è soltanto un tributo ai Peggio, per cui questo è in effetti il nostro primo album.
Pit: Non siete comunque l’unica band che ha approcciato all’HC ’80: in questi ultimi due anni stiamo assistendo in Italia al ritorno di vecchie glorie (vuoi con dischi inediti, vuoi con ristampe, vuoi con discografie) o alla nascita di nuove band che ne ricalcano le gesta. Secondo voi a cosa può essere dovuto tale fenomeno?
P: Il problema per me è proprio che sono le stesse persone di venti anni fa che sono ancora sui palchi! Non c’è nessun gruppo “giovane” che riesce ad appassionarmi veramente, per cui siamo ancora tutti aggrappati alle vecchie glorie, non c’è stato un ricambio generazionale, i nuovi gruppi sono troppo preoccupati a fare musica tecnica o “cool”.
Davide: Secondo me tanti nuovi gruppi copiano senza stimolo o convinzione il passato. Questo è accettabile nell’immediato, ma a lungo andare ci si può perdere, soprattutto se non si affronta la situazione con attitudine e passione. L’ultimo disco HC che è entrato in casa mia me lo ha regalato Paolo ed è proprio il vinile di “Behind The Door” dei Negazione… C’è chi ascolta queste cose per la prima volta e rimane folgorato dalla potenza, dalla distruzione chiusa nel fruscio di una puntina e decide quindi di mettere in piedi un gruppo “vecchia scuola”, sbattendosene il culo del new-school fatto a tavolino negli States. Per quanto riguarda le vecchie glorie, adoro le intenzioni dei revival ma preferisco mantenere bello un ricordo legato al passato piuttosto che ricevere una delusione da un presente scialbo.
Pit: Il disco a proposito come sta andando? State raccogliendo un buon successo?
P: Un disco di “successo” nel sottobosco indipendente vuol dire “far fuori” (che non significa vendere, ma anche scambiare e regalare per promozione) le 1000 copie di tiratura nel più breve tempo possibile…noi per ora siamo a quota 700 dal 1 marzo ad oggi (29 luglio), per cui potremmo ritenerci soddisfatti.
Pit: La domanda di prima ve l’ho posta perché credo, come già detto, che sia molto interessante il vostro mix di punk hc con improvvisazioni jazzistiche, funky… belle, belle davvero! E’ un’idea quantomeno personale e genuinamente eccentrica. Come vi è venuta in mente?
P: La tecnica di Andrea ci permette a volte di fare cose fuori dalla norma, che legate alle idee malate mie e di Davide scaturiscono in questi esperimenti in stile Naked City (concedetemelo, anche se so che il confronto è un po’ azzardato). I pezzi strumentali sono nati dal mio smisurato amore per i Fugazi e sono piaciuti in seguito anche a Davide ed Andrea, anche se all’inizio erano un po’ scettici.
Pit: Ora non potete fare a meno di dirmi quali sono i vostri ascolti: voglio vedere se tirate fuori qualche band jazz, funky, blues o r’n’b ;)
P: In questo momento sto ascoltando i tuoi concittadini Coloss, comunque passo attraverso tutto ciò che ha un’attitudine, da Clash agli Anal Cunt senza farmi nessun problema.
D: Trovo stimoli in quasi tutte le forme di rumore organizzato: dall’ambient minimalista di Lull alle perversioni electro-powernoise di Merzbow, compreso tutto quello che potrebbe stare tra questi due confini. Non apprezzo molto i ritmi in levare.
Andrea: Al momento riesco ad ascoltare solo Botch (gruppo di cui mi sono innamorato e da cui traggo ispirazione) e vecchi dischi di gruppi italiani come Sottopressione e Choice anche se non nascondo una passione per Chet Baker, Joe Pass e Miles Davis.
Pit: Questo e il precedente disco sono stati prodotti dalla Sana Records. Dall’inizio del millennio le etichette indipendenti interessate alle produzioni (e non più solo alle coproduzioni) sono molto aumentate (in Italia e nel nostro campo). Qualche settimana durante il corso del TG1 ho sentito un giornalista dello spettacolo dire che l’etichetta della moglie di Cementano (mi sfugge il nome, sia della moglie che dell’etichetta) è l’unica autoprodotta e indipendente in Italia: mi è venuto da ridere… Cosa ne pensate di questo fenomeno delle etichette? Non temete che qualcuno, al pari delle major, finisca per produrre solo al fine di fare soldi?
P: Le etichette indipendenti servono ad aprire porte anche ai gruppi più sconosciuti, ma il problema è che tutto si ferma qui. E’ proprio la differenza fra Indie e Major a determinare il confine del raggio d’azione del gruppo. Se sei indipendente lo fai per passione e non per arricchirti, per cui sia la tua etichetta che la tua band faranno la fame; se vuoi rimanere da questa parte devi pagarne le spese, sennò devi scegliere di saltare al dì la del fosso e subirne le conseguenze.
D: Eh eh eh! Io ho portato come tesi di laurea proprio l’analisi del mercato discografico indipendente in Italia. Il giornalista in questione forse non conosceva nello specifico l’argomento che stava affrontando: l’etichetta a cui si riferiva dovrebbe essere la Clan Cementano, fondata nel 1961 proprio da Celentano per auto-prodursi i dischi (e che appartenga a lui o alla moglie, questo proprio non lo so) ed è stata una delle prime indie, se non la prima in Italia… ma ben lungi dall’essere l’unica! Senza considerare le mille indie microscopiche sparse per il paese, solo per fare due nomi “big” mi vengono in mente la Soleluna di Jovanotti o la Sugar di Caterina Caselli. Io nel mio lavoro ho analizzato nello specifico la Mescal (Subsonica, Afterhours…) e da qui ho capito ancora una volta di più come si usino due misure diverse per parlare della stessa cosa: un concerto di Morandi con diecimila persone paganti fa notizia sui giornali e tg nazionali; una serata al Tora! Tora! a ballare con i Subsonica e ventimila persone (gratis) non se la caga nessuno. E forse quel tal giornalista era uno dei tanti all’oscuro di quello che realmente si muove e fa muovere la musica nel nostro paese.
Alcune indie sono supportate o si appoggiano in qualche maniera alle major: la Mescal ad esempio sfrutta la Sony come distributore, la Black Out era di proprietà della Polygram e la Catapulta era della EMI (queste ultime due avevano abilmente fiutato l’importanza dei gruppi underground). Altre decidono di tentare la fortuna con i propri mezzi, le proprie capacità e le proprie conoscenze, sicuramente rischiando molto. Certamente anche in questo campo possono esistere degli stronzi che decidono di sfruttare a proprio vantaggio le ambizioni dei piccoli gruppi, che generalmente non possiedono le capacità “manageriali” per proporsi in maniera decisa o concreta sul mercato. Però, come tu ben saprai, a livello underground il passaparola è vitale: può decretare il successo o la rovina! Pertanto se un tal produttore di una tale etichetta comincia a comportarsi in modo poco corretto con i propri gruppi, puoi star certo che in breve tempo ha finito di giocare. E comunque produrre solo per fare soldi credo che implichi un investimento iniziale notevole… Concordo pienamente col commento di Paolo sulla scelta della “sponda del fosso”: premettendo che il rapporto tra artista e major non è altro che un mero rapporto lavorativo come quello che ci può essere tra il direttore di un supermercato ed un magazziniere, se tu sei un artista musicale e decidi di impegnarti con una major, allora devi stare al suo gioco, renderti conto che sei una sorta di vero e proprio dipendente, che da te ci si aspetta un certo comportamento, certe espressioni o parole, addirittura un certo look, che insomma devi fruttare qualcosa a chi ti permette di lavorare. Se sei con una indie, hai maggiori capacità espressive, ma maggiori rischi da condividere con l’etichetta (la quale, se non è scema, si farà i suoi conti in tasca, cercando di proporre sul mercato artisti validi dal punto di vista musicale ma anche in grado di essere accettati dal pubblico e quindi di vendere! A nessuno piace buttare via i soldi!). Personalmente non biasimo chi decide di accasarsi presso una major, semplicemente non condivido la sua scelta.
Pit: Voi in particolare cosa ci vedete nella musica: un mero mezzo espressivo o anche una possibilità di guadagno, o magari entrambi o altro ancora?
P: Non abbiamo mai guadagnato nulla con la band, se suonassimo per soldi avremmo già smesso più di 5 anni fa. Per amicizia ci siamo esibiti a Stoccarda: con 170 euro di rimborso spese e per una sola data.
D: La musica è sicuramente arte. Ho una tecnica limitata, ma mi piacerebbe suonare al massimo del volume ed alla massima velocità per sempre, l’estremo come unica risposta. In culo i guadagni.
A: Per non citare posti ed organizzatori che ci hanno dato, per più di una volta, 5 euro o 10.000 lire per un concerto fuori città.
Pit: Sterziamo a U: cosa mi dite della vostra attività live?
P: Ultimamente non abbiamo molta fortuna nel trovare date, ci stiamo spostando all’estero spero vada meglio. In Italia c’è una sorta di “mafia” anche per questo genere di attività e se non conosci o non sei sotto una grande agenzia in molti posti non ci entri.
Pit: In qualche intervista ho letto di gruppi che accusano altri gruppi della scena di rubare spazio, di non dare la possibilità ad altri di suonare o cose del genere. Qui a Roma qualche volta mi è capitato di sapere (o di vedere) di “contro-concerti”, cioè di concerti organizzati al solo scopo di far affluire meno gente possibile ad un altro concerto tenuto lo stesso giorno. Avete mai notato cose simili? Cosa ne pensate?
P: Quest’anno in Alessandria si sta giocando alla guerra fra comunisti e anarchici, si boicottano i concerti a vicenda. Non la trovo una cosa molto seria, fino a 5 anni fa ci si metteva d’accordo tranquillamente, ora la collaborazione è svanita, non saprei per quale motivo, però mi sembra veramente di essere tornato indietro di venti anni quando i comunisti venivano processati dagli anarchici.
Pit: Della scena in generale che panoramica avete? Siete su da un po’ di anni ormai, immagino abbiate un’idea abbastanza personale.
P: Sarebbe troppo facile dire che in Italia una vera scena non esiste, ma ci sono molte piccole realtà, ognuna delle quali ha una sua storia e una sua cultura. In effetti però non si avverte molto la sensazione di unità fra i gruppi. Noi cerchiamo di mantenere i contatti con quasi tutti i gruppi con cui abbiamo suonato, ma ho notato che non a tutti importa di avere un rapporto personale al di là del palco. Comunque sia, abbiamo trovato anche veri amici, come i Meat For Dogs per esempio.
Pit: Beh, io credo di poter staccare la spina. Ancora complimenti per l’ultimo lavoro e in bocca al lupo per il futuro.
P: Crepi il lupo.


