Kalashnikov

Sentendo i Kalashnikov è possibile immedesimarsi in una realtà che dapprima sembra diversa dalla nostra, distante, ma che poi risulta essere straordinariamente ricondotta alla quotidianità di tutti i giorni, esasperata attraverso gesti e pensieri che uomini e donne comuni hanno fatto, o potrebbero fare, mossi da sentimenti di speranza, coraggio e a volte esasperazione. Credo che capire i Kalashnikov significhi salire sul loro palco teatrale, interrompendo per un attimo il suono melodrammatico delle loro canzoni per domandargli, in più modi, chi sono. Ancora una volta proviamo a trascendere i significati della musica per dare spazio agli autori di quest'ultima. Ci sarà molto da dire.

Piter: Solitamente si inizia un'intervista con la classica "breve storia del gruppo". Questa volta però vorrei cambiare le carte, se mi permettete, e partire proprio da ciò che scrivo alla fine della prefazione: chi sono i Kalashnikov?

Puj: Domanda bomba! Siamo 6 tizi che suonano. Abbiamo in media 24 anni a cranio e alcuni di noi si conoscono da circa dieci anni. Siamo cresciuti insieme sia dal punto di vista musicale che da quello esistenziale.

Sarta: Noi siamo semplicemente un gruppo di amici che cercano di darsi un senso facendo musica. Che poi non ci riescano è un altro paio di maniche…

P: Cos'è che sentite in quel che suonate, cos'è che ci mettete? Secondo una generalizzazione potremmo avvicinare i Kalashnikov in una delle tante sfaccettature del punk (forse molto vicini al combat-rock), eppure non basterebbe; non tanto per i suoni o per i testi, quanto per un'espressività che sembra voler andare oltre, più avanti, trascendere forse un concetto detto e ridetto, per trovarne un dettaglio, un'essenza particolare. C'è qualcosa di preciso che ricercate nelle vostre canzoni, o è comunque tutto riferito a concetti noti, semplicemente interpretati in altro modo?

P: Dunque… i Kalashnikov sono un gruppo punk, non trovo altri modi per identificare la nostra musica e la nostra attitudine. I suoni sono roventi e i ritmi sono veloci…. Punk, insomma!
Siamo cresciuti ascoltando punk nelle sue espressioni più sincere, quello che sa di asfalto, di cemento, periferie urbane, centri sociali occupati, di radicalismo politico e pacifismo. E non quello che sa di sole, mare e crema abbronzante. Non so se mi spiego… per questo puzziamo di combat-rock lontano un miglio! I primi gruppi punk che ho ascoltato sono stati quelli inglesi degli anni '70, gruppi che suonavano grande musica come Clash, Ruts, Jam, Stranglers, Adverts,… poi è arrivato l'hc, che sicuramente ci ha influenzati molto (soprattutto i Bad Religion di "
No Control" e tutta la scena italiana degli anni '80) ma dopo… sono quelli che ti ho citato prima i gruppi che mi hanno insegnato a scrivere canzoni. Poi col tempo abbiamo divorato tanta di quella musica che ho perso il conto e tutto quello che ci è piaciuto è finito poi nelle nostre canzoni.
A me interessa molto l'aspetto "narrativo" della musica, la capacità che ha di raccontare e di arricchire i testi "condendoli" con le emozioni provocate dalle melodie. Mi piace far suonare quello che raccontiamo nei testi, che siano storie, idee… Ogni nostra canzone è come un cortometraggio, una breve pellicola. In questo senso mi sembra che possa spiegarti questa volontà che abbiamo di "andare oltre" il modo più scontato di scrivere canzoni punk. E poi certamente la nostra musica contiene anche un messaggio libertario, anarchico, pacifista ecc… ecc… che in fondo è il minimo comune denominatore di tutti i nostri racconti e delle nostre canzoni.

Arci: Io non so cosa sia il combat rock!! Comunque io ci metto il basso..e la cattiveria, la potenza, il motore, mentre gli altri, con la chitarra solista e la tastiera, ci mettono l'ammmmore...

P: Rimanendo nel concetto di interpretazione vorrei soffermarmi sulla frase presente nei vostri dischi: "Perché essere punk quando puoi essere te stesso?". Chiesto in modo diretto (ma aspettandomi una spiegazione globale): che cosa vuol dire?

A: Io non so, giro la domanda: non sarebbe male averne la risposta!!

P: Ero abbastanza dubbioso sul fatto di utilizzare quella frase nei nostri dischi perché avevo paura che potesse essere fraintesa… in realtà ha avuto un ottimo riscontro! In qualsiasi recensione viene citata e fa colpo! E poi non viene mai interpretata in modo univoco… Tra l'altro non è nostra, ma l'ho trovata su un volantino programmatico di una delle tante HC band dei primi anni ottanta, abbastanza sconosciuta, non me la ricordo nemmeno… Il significato è che odio lo spirito di omologazione estetica, musicale e "ideologica". Essere punk oggi è omologarsi ad una certa moda… E questo non è bello quando quel che ci vuole è una sana ribellione al conformismo su tutti i fronti. Non c'è assolutamente bisogno di una altra forma di omologazione giovanile superficiale, imposta dai media.

P: Il fatto di "essere se stessi", uscendo da eventuali canonizzazioni legate alla parola "punk", è anche rispecchiato nella presenza di una voce femminile (caso non raro, ma di certo non comune) e di un kawai-synth?

P: Sicuramente l'utilizzo di quei due elementi (voce femminile e synth) ci ha permesso di fare una musica che ci piaceva di più, semplicemente. Ma non c'è mai stata una cosciente pianificazione del destino dei Kalashnikov! Tutto è venuto spontaneamente, quasi per caso, seguendo le circostanze e le passioni di ciascuno. E qui sta il bello! I Kalashnikov non sono musicisti che portano avanti un progetto preciso con obiettivi già prestabiliti, ma sono persone (oltre che amici) che suonano insieme seguendo l'ispirazione e il clima del momento. "Non musicisti, ma persone", come dicevano i numi tutelari Frammenti… La scelta di utilizzare un kawai-synth è stata dettata dal fatto che quello strumento era nel suo genere il più economico sulla piazza! Eravamo squattrinati, abbiamo fatto un colletta e abbiamo comprato quello; da allora (e per caso) è diventato un marchio indelebile del nostro sound! La nostra è musica creativa suonata con strumenti da quattro soldi, scelti a caso! Olé!

A: Credo sia una scelta venuta da sè, una necessità non nata però da esigenze di copione verso gli ascoltatori... è una cosa che è giusto e naturale che si sia evoluta così...

P: Non ho mai visto un vostro live, ma questa necessità di comunicare quel che avete da dire come fosse un'opera da recitare, più che una canzone da suonare, traspare molto dalle vostre canzoni. E' così anche ai concerti? Come collegherete il termine "teatralità" con i Kalashnikov?

P: I Kalashnikov dal vivo sono un gruppo hc: niente smancerie, solo rovina! È il bello del live.
Come ti dicevo prima, mi sembra più azzeccata una analogia tra la nostra musica e il cinema, piuttosto che con il teatro… Mi sembra che il teatro presupponga troppa finzione, è un tipo di spettacolo troppo mediato, troppo sofisticato… noi suoniamo una musica diretta, veloce e rumorosamente adolescenziale. Milena quando canta grida prima ancora di recitare; racconta, e lo fa partecipando emotivamente magari, ma senza mai fingere, recitare… la musica dei Kalashnikov è come un cortometraggio sgranato che racconta emozioni intense, grezze, allo stato brado, utilizzando storie ed immagini! Lo "spettacolo" non si svolge sul palco, tra di noi, ma nei nostri racconti, negli ambienti che cerchiamo di dipingere nelle nostre canzoni. Non è teatro, è forse più lo sguardo creativo della poesia mescolato allo sguardo puro e realistico di un frammento di cinema. Senza effetti speciali, ovviamente!

A: Io non collegherei il termine "teatralità" con le nostre canzoni, anche se a volte in noi traspare molto di melodrammatico.. oppure è 'nna traggedia!! Tra l'altro, nemmeno noi abbiamo mai visto un nostro live, eravamo sempre su a suonare!!

P: Quasi tutti i vostri testi sembrano fotografie di scenari di guerra, a volte cortometraggi che raccontano un pezzo di vita di una persona e della sua battaglia del momento; la parola "melodramma" (che in alcuni casi voi stessi usate per descrivervi) è sicuramente azzeccata: c'è un'esasperazione dei sentimenti più forti, più passionali, che strugge veramente i protagonisti (siano essi uomini, città o eventi) delle vostre canzoni. Il tutto è amalgamato in una scena musicale che mette i brividi, perché percorre linearmente ogni singola frase estraendone ancor di più il significato. Come mai la scelta di certi testi?

P: La cosa più bella che mi piace fare è quella di unire le parole alla musica e trovare le soluzioni più interessanti. Si possono fare un sacco di cose con musica e parole! Non è comunque sempre facile trovare il giusto incastro… ho sempre pensato ai testi come a qualcosa di primario, fondamentale nella musica.

S: E' la cosa più difficile ma nello stesso tempo più gratificante del fare musica: cercare una melodia che si adatti ad un testo, ad un'immagine, oppure viceversa. In sostanza la maggior emozione che la musica ci dà è quando si riesce a unire le due cose, senza che il testo sia un semplice "ornamento" applicato su di essa. Da qui anche l'idea di cantare in italiano, per rendere meglio comprensibile tale legame nei nostri rovinosi live.

P: Nonostante sembriate vicini musicalmente, testualmente ed ideologicamente, a concetti ampliamente sociali, non vengono fuori dalle vostre parole i comuni (e forse in certi casi banali) inni alla rivolta, alla ribellione, alla lotta di classe e così via dicendo (pur restando chiaramente impliciti nei testi). Le vostre sembrano più delle storie, racconti. Pensate che i significati di certi messaggi, resi in maniera così esplicita, abbiano perso valore?

P: Il problema è che quando posizioni politiche si trasformano in slogan preconfezionati per un uso collettivo e mass-mediatico allora si svuotano e diventano senza senso. Tutti gli slogan rischiano di perdere il legame con la situazione che li ha partoriti. Questo è un problema decisivo dell'antagonismo giovanile.
Il problema è che non tutti i messaggi che si proclamano hanno lo stesso valore: alcuni hanno più urgenza di altri. Alcuni sono talmente anacronistici che oggi non hanno più alcun significato.
Tutto deve avere un legame con la vita che si vive, con l'epoca ed il luogo in cui si vive. Così quando parlo di un problema trovo che sia meglio inserirlo in una storia. In questo modo il messaggio acquista senso, è "vissuto"... non so se sono riuscito a spiegarmi… In un nostro pezzo parliamo dei problemi sociali e religiosi dell'Irlanda: un argomento ormai strasentito ed inflazionato; però noi ne parliamo infilando tutto in una breve storia, di una mattina d'inverno, di una ragazza, di una vicenda triste di pietà e vendetta… non ne parliamo sbraitando slogan e frasi di facile presa, ma dando al problema meramente politico e sociale un significato più complesso, articolato, più tormentato e più "universale", legandolo indissolubilmente ai sentimenti e all'esistenza di una persona nella quale tutti si possono immedesimare e della quale tutti possono condividere le emozioni… E così chiunque può comprendere fino in fondo anche il freddo problema politico, così lontano da noi. Capirlo nella pelle di chi lo vive. Per questo preferiamo parlare della guerra, della religione, della ribellione legando tutto a personaggi con le loro vite e i loro sentimenti. Senza esagerare, senza eccessi di retorica, ma con atteggiamento disincantato e realistico…

S: Guarda semplicemente quello che è successo alla musica punk: svuotandosi dei suoi contenuti di ribellione che aveva negli anni '80 è diventata automaticamente un genere patinato, piatto, da dare in pasto alle masse senza problemi perché incapace di toccare le coscienze; in tante canzoni di quel tipo si fa un generico riferimento al "fa ciò che vuoi", "vivi la tua vita" e a slogan vari ed assortiti in realtà totalmente innocui… puoi saltare per una sera intera cantandoli, ma il giorno dopo certo non sei cambiato, la tua coscienza non si è arricchita. Il punk più in voga oggi è quello inteso come "semplice svago", che invece di essere parte profonda della vita, finisce nel momento in cui si spegne lo stereo e si ritorna al tran-tran di tutti i giorni...

A: Io credo che ormai molti messaggi siano banalizzati e ormai parlare o protestare per determinate cose non ha più un grande mordente, solo pochi gruppi ad oggi lo sanno fare: parlo di gente come i System Of A Down... Meglio allora le storie struggenti dei Kalashnikov, o la spensieratezza di molti gruppi punk rock: certo, poveri nei contenuti, ma senza pretese... (ehm… evidentemente Sarta e Arci non la pensano proprio allo stesso modo ma tranquilli, anche questo fa parte della "libertà di opinione" all'interno del gruppo… o no ?!?! ndSARTA).

P: Ci troviamo in un secolo devastato da guerre e dalla perdita di umanità: attacchiamo altre civiltà perché disuguali dalla nostra credendoci migliori e rifiutiamo il minimo approccio altruistico con il prossimo; canzoni come le vostre spesso hanno come ascoltatori persone che vengono fomentate da certe note, che si dicono pronte a "fare tanto", a "ribellarsi", a "combattere", ma che poi racchiudono tutta la loro protesta nella marcia ovina delle manifestazioni. Qual è, per voi, il significato di "sperare che qualcosa cambi"? che genere di persone sono i Kalashnikov?


S:
Beh, direi che questa è una domanda da centomilioni di dollari, alla quale non è facile rispondere: innanzitutto credo che sia fondamentale rendersi conto che la diversità culturale è una ricchezza unica e insostituibile e come tale non va combattuta ma avvicinata e compresa. E' un punto importantissimo, perché l'omologazione uccide la creatività, l'arte e la cultura in senso lato. In genere le persone hanno paura di mettere in mostra la parte del loro carattere più profonda e individuale, senza rendersi conto che è proprio quella parte di loro stessi che li rende individui unici e che deve diventare la loro forza.

P: Il primo obiettivo della rivolta è superare i confini entro i quali la tua religione, la tua famiglia, la scuola, la società… insomma la tua cultura ti costringono. Imparare a riconoscere l'alterità senza lasciarsi intimorire da essa. La meschinità del razzismo di estrema destra si riassume tutta nella xenofobia e nella chiusura settaria. Tutto è dettato in realtà dalla paura di quello che sta di là, al di fuori del gruppo, della comunità… e la paura è un sentimento vile, infantile, da gente piccola… La gente che teme il prossimo si barrica dietro alle sette, ai legami di sangue, all'identità sociale, al proprio Dio… e sputa su quello che sta fuori, mostrandosi forte, facendo la voce grossa. Voglio farti capire che questo non è un discorso legato soltanto alle manifestazioni di razzismo di certi sub-umani, ma è purtroppo un'istanza sempre latente in ognuno di noi… C'è sempre il pericolo incombente della classificazione, del contrasto ideologico privo di spessore, di considerare i prodotti della propria cultura come i migliori e di credere che il mondo sia realmente come la tua cultura, la tua società, la tua religione te lo hanno imposto… purtroppo il mondo non è né bianco né nero; il mondo di solito è nel modo che risulta più conveniente a ciascuno: per noi occidentali il mondo è diventato rotondo solo quando qualcuno ha pensato che era più comodo arrivare in Asia passando dalla parte opposta, quando cioè risultava vantaggioso e conveniente alla gente ammettere che effettivamente il mondo era rotondo. Prima era rotondo solo per qualche oscuro scienziato denigrato da tutti. Per gran parte delle popolazioni primitive che vivono ancora oggi in molti paesi il mondo non è rotondo perché non gliene frega un cazzo ammettere che lo sia! Mi capisci? Tutto quello che crediamo e pensiamo ha delle motivazioni pratiche… solo che queste motivazioni poi spesso si perdono e allora le nostre credenze diventano dogmi, verità assolute ed incontrovertibili e condizionano irreparabilmente il nostro modo di vedere il mondo. E avere delle convinzioni troppo dogmatiche non può che produrre presunzione. Essere cosmopolita significa essere senza patria, senza dio e senza colore. Oppure essere compatriota di ogni uomo sulla terra, credere in tutti gli dèi di tutte le religioni, e mescolare tutti i colori …è la stessa cosa, perché in fondo la patria è una (quest'esistenza sulla terra), la religione è una (perché è la stessa in tutti gli uomini la mancanza che si cerca di colmare con la fede) e i colori sono così tanti che nessuno li può vedere tutti. Con i colori si condisce il mondo, che di per sé è incolore, trasparente, senza nome. Secondo me capire tutte queste cose è un primo traguardo della rivolta, poi il resto viene da sé.
Cazzo, che saggezza! Perdonami, ma era da tempo che non mi sfogavo con un pistolotto socio-politico di tali dimensioni!


P: (sbalordito) ...fico ...ehm, ok andiamo avanti e parliamo un attimo del vostro ultimo miniCD, "Five Song For Few Faithful Friends", e non a caso iniziamo proprio dal titolo. Posso racchiudere il significato in un semplice "per pochi ma buoni"? Come mai la scelta di questo titolo?.

P: Si tratta di un mini album provvisorio che anticipa il nostro futuro album (speriamo di poterlo stampare entro marzo/aprile…) che conterrà quelle cinque canzoni ed altre 5 inedite. Per questo non è stato distribuito in modo massiccio ed ufficiale come il nostro primo album "Romantic Songs of Dissidence". Da qui il nome ("5 canzoni per pochi amici fedeli") che, come puoi vedere, non ha un significato tanto concettuale! Si tratta di un cd-r spedito a pochi amici e a quanti ce lo chiedono direttamente, in tiratura limitata, non un prodotto definitivo insomma… L'idea di "per pochi ma buoni" non mi piace tanto, preferirei un "per tutti, belli e brutti", emh… insomma, capisci, qualcosa di più democratico…

P: Al contrario della vostra precedente cassetta, questo CD sembra concentrarsi maggiormente su un processo introspettivo di un individuo singolo (differente in ogni canzone), più che sulla sua storia. Le prime tre canzoni, in particolar modo, staccano anche dalla quotidianità cruda, reale, fredda, ponendo attenzione all'esperienza interiore del "protagonista", che stavolta è vittima di lotte interne e non combattente di battaglie mondane. Anche la musica cambia: i suoni sanno meno di fantastico, di magie, di Irlanda, lasciando spazio a cieli grigi (esterni ed interni), a pensieri scavati, risultando più compatti e forse più maturi, sicuramente sempre vostri, sempre Kalashnikov. Non faccio una domanda troppo specifica perché non saprei proprio come cogliere questo cambiamento, mi limito ai vostri commenti.

S:
Beh, è normale che nel corso della nostra vita ci siano delle vicissitudini che influenzano certamente la scelta dei testi e delle melodie. Tuttavia sono processi spontanei, come dire, non pianificati a tavolino, che succedono perché i Kalashnikov sono 6 persone che vivono la loro vita e che da essa vengono inevitabilmente influenzati. Poi c'è la componente dell'esperienza: pensa che noi suoniamo dal 1996 e di cambiamenti (speriamo in meglio…) ce ne sono stati parecchi in tutto l'arco di vita del gruppo, nei primi demo cantava con noi un punkabbestia tatuato e pieno di piercing e solo da pochi anni abbiamo imparato ad accordare gli strumenti, ahah…

P: Parla per te! io ho ancora alcuni problemi! …a parte questo è vero, hai ragione Pit quando intravedi questo cambiamento, e anzi te ne sei accorto meglio di noi!

P: Come mai la scelta di un miniCD? La cassetta precedente conteneva 9 canzoni mentre questo CD ne ha solo 5. E' stata una decisione particolare, o avete scelto solo perché vi sembrava il momento giusto per uscire con qualcosa di nuovo?

S: Il problema è che non abbiamo soldi per entrare in studio e registrare in una botta sola 10 pezzi, allora dividiamo in due parti il lavoro. Il fatto è che poi la gente ci chiede costantemente roba nuova e quindi ecco il perché non siamo riusciti ad aspettare e a tenerci per noi questi primi cinque pezzi in attesa delle nuove registrazioni. Poi può anche essere utile sentire il parere altrui circa le nuove canzoni, anche se a volte ci si sente dire tutto e il contrario di tutto, tanto che alla fine uno finisce per non capirci più niente...

A: E' prima di tutto una scelta economica e un espediente per avere sempre musica nuova da farvi sentire!!

P: Ok ragazzi. Sono sicuro che se ci pensassi un attimo mi verrebbero in mente almeno altre dieci domande, ma per ora mi fermo qui. Qualcos'altro da aggiungere?

S: Pit, è stata davvero un'ottima intervista. Ok, speriamo di non esser stati troppo prolissi e grazie a Radio Riot ! Se volete sentire un po' di sano Kalashnisound andate a scaricarvi i nostri pezzi sul sito www.kalashnikovx.tk oppure contattateci direttamente via mail per qualunque cosa, anche gli insulti saranno graditi (francosart@tiscali.it). Tra poco speriamo di fare uscire il nostro secondo album, per il resto….beh, grazie Pit, alla prossima!

P: Se mi permetti vorrei ringraziare alcuni tizi che ci hanno dato una mano in questi mesi a diffondere e a pubblicare la nostra musica, così se qualcuno di voi che legge ha un gruppo può trovare dei validissimi contatti ! Grazie mille a Mike ed Erin di Milk+ rec. (milkplusrecords@australis.net / www.milkplus.plonkerpunk.com - Australia), Carlos Palacios di Entes Anomicos 'zine/label (recontrapunk@hotmail.com - Perù), Andrea e Luca di Phobia recs. (www.phobiarecords.tk - Italia), Diego della Boomerang rec (boomerangrecords@hotmail.com - Italia), Nick Fabiano di Oba!rec (www.obarecords.com - Brasile), Steve della Geekmonger rec. (mixelpricks@hotmail.com - USA) , Dirk della Volxdroge (dommasch@uni-duesseldorf.de - Germania), Dirtymind della Dirtymusic (dirtymind@libero.it - Italia) , Josè Rosales di Radio Manifesto (akrazia@LatinMail.com - Messico) , i ragazzi della Pota rec. ( potarecords@yahoo.it - Italia), i giovini libertari del MaloKa collective (www.chez.com/maloka - Francia) . Se avete musica da distribuire contattate questi loschi figuri e troverete entusiasmo & collaborazione. Vorremmo poi ringraziare tutti i ragazzi che ci seguono dai 4 angoli del mondo e tutti i gruppi con i quali abbiamo suonato e scambiato materiale, ma davvero sarebbe troppo troppo lungo….comunque….grazie a tutti, ovunque voi siate!
Ciauciau!


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www.kalashnikovx.tk