Dario Adamic

Questa intervista è comparsa per la prima volta sul numero 3 della fanzine " A Rotta De Collo " ideata da Varano, uscita verso la fine dello scorso anno. La data che leggete poco sopra è quella di pubblicazione su Radio Riot. Ringraziamo Varano, Carru (@ Ingegno) e Dario Adamic per la disponibilità nel fornirci questa interessantissima testimonianza, dando così la possibilità di farla arrivare ad ancora più persone.

Appena il Truvid (anche detto Varano ndr) mi propose d’intervistare Dario Adamic accettai subito e molto volentieri, vuoi perché ero quello tra di noi che lo conosceva un po’ meglio, vuoi perché ero abbastanza curioso su molte cose che volevo chiedergli da parecchio ma che, per vari motivi quali tempo e lontananza, non avevo mai avuto modo di approfondire. C’è voluto un po’ a dire la verità prima che l’intervista finita vedesse la luce, essendo lui sempre stato un tipo molto indaffarato le risposte mi sono arrivate con qualche mesetto di ritardo, ma devo dire che l’attesa ha dato i suoi frutti. Ma chi è dunque costui? Chi non lo conosce affatto colmerà a pieno le sue curiosità leggendo le risposte molto colorite che ci ha fornito in un italiano a volte non proprio accademico ma simpatico, lasciando trapelare anche un po’ di malinconia e una lucida visione della scena attuale che, solo i quasi vent’anni on the road, le decine di concerti visti e organizzati, le serate trascorse in giro per il mondo con gli amici e la distro sul bagagliaio possono darti. Mi sembra in ogni caso doveroso spendere qualche parola su di lui per introdurvi all’intervista.
Dario Adamic è un ragazzo croato che vive a Roma da ormai 15 anni e ha militato, tra i tanti, nei This Side Up, gruppo da lui ideato di grande importanza ed influenza nel panorama punk hc italiano e non del decennio passato. Gestisce un’etichetta indipendente molto rinomata, la Goodwill Records, e nel corso di tutti questi anni si è perso il conto di quante volte ha supportato l’amata scena tra le attività di booking, fanzinaro e redattore, musicista e spacciatore di una distro gigantesca. Infatti, se è vero che ogni decennio ha avuto la sua diversa storia per quanto riguarda il punk HC, è anche vero che Dario Adamic ha contribuito non poco a quella degli anni '90, anni purtroppo irripetibili nella loro unicità come del resto lo furono gli '80. Non per niente persone un po’ più grandi di me insistono spesso su questa cosa specificando puntualmente che in passato tutto era molto diverso e chi non l’ha vissuto non potrà mai capire. C’è chi li chiama "gli anni migliori" che non torneranno mai più, e chi, non proprio più ragazzo, li chiama anche "i bei tempi di merda", date le sonore mazzate che all’ordine del giorno la polizia infliggeva e i continui sgomberi che venivano effettuati. Queste che seguono quindi sono riflessioni/conclusioni che, se da un lato possono apparire fataliste e pessimistiche, dall’altro raccontano il particolare momento che si sta vivendo qui in Italia adesso.
C’è meno passione ed affiatamento, meno grinta ed impeto, troppe dicerie insensate e soprattutto pochissimi stimoli e scarsissimo seguito. Nell’era del tutto, emo, power violence, post punk/rock, grind, ultracore, crust, old/new school ecc, manca il senso di continuità rispetto al passato e si vive riflessi sulle nuove mode. I centri sociali storici che tanto diedero alla causa non esistono più, quelli che, a detta di molti, solo per l’aria che respiravi all’interno ti facevano aprire gli occhi verso tutto ciò che accadeva al di fuori. Adesso la realtà è percepita ed elaborata in maniera distorta, le guerre sembrano video games e tutte le efferatezze compiute dall’umanità sono, agli occhi della passiva massa consumatrice, un’imprescindibile costante di essa. Pervade come non mai, a confronto anche del recente passato, una forte apatia e un crescente assoggettamento alla vita imposta dal mondo globale. E’ in atto una progressiva spersonalizzazione musicale, politica, culturale e spirituale, inoltre, la mancanza di spazi d’aggregazione che dedichino la programmazione a questo/a genere/sottocultura ostacola inesorabilmente un’evoluzione ancora troppo legata ai seminali tre accordi sparati a mille, emblema propedeutico della stagnazione di un suono. C’è infine un’eccessiva mitizzazione delle bands, soprattutto quelle d’oltreoceano, che riduce a semplici fruitori i ragazzi che comprano, come se niente fosse, CD e biglietti dei concerti a prezzi incomprensibilmente alti, vanificando tutti gli sforzi fatti da chi, prima di loro, aveva lottato duramente per l’abbattimento delle differenze tra pubblico e musicista. Servirebbe adesso più che mai una scossa che dia nuova linfa ad una scena italiana e ad una sottocultura che non esiste più se non in isolati microcosmi, esse hanno bisogno di un costante e vigoroso ricambio generazionale per autosostenersi. Pensiamo alle orde di HC kids che passano intere giornate davanti al PC intente a riempire le message boards e a disquisire in chat invece che occupare o squattare, formare nuove bands, distro o etichette; leggere, creare, ricercare vecchie fanzines o 7" mitici; ravanare con interesse nei banchetti e organizzare concerti e tours per le bands di casa e di fuori. Allo stesso tempo, però, essere operosi non significa soltanto avere un’immagine impegnata e credibile all’interno di una scena costruita su vecchi usi e costumi come se fossero dogmi immutabili quali quelli appena citati, ma anche evolversi e sviluppare individualmente una coscienza libera da leggi di mercato senza pensare solo ai propri scopi o interessi, ed informarsi costantemente su ciò che succede nel mondo per non navigare unicamente sulla superficie di un grande oceano. Non quindi una scena di automi che si adoperano solo per far valere il messaggio, la musica o che sono orgogliosi della propria attività non-profit, ma anche una scena fatta di persone che sappiano vivere il punk e l’hardcore nella vita di tutti i giorni con sentimento e coerenza.
Dario è una voce sincera ed appassionata dell’ultima generazione che ha dato molto a questo movimento, dei lontani bei tempi succeduti da un presente ormai contaminato dalla dilagante tecnologia e dall’inquietante era moderna che sta facendo ineluttabilmente appassire, come un po’ in tutte quelle cose che per noi rappresentavano qualcosa, quel fascino, quella spontaneità e quella carica eversiva che li contraddistingueva.

Carru: Inizio subito chiedendoti di parlarci un po’ di te, non tutti infatti sapranno che sei croato (di Split per l’esattezza) ma che vivi a Roma da moltissimo tempo. Quanti anni hai e qual è stato il tuo primo approccio col punk hardcore? Quali sono stati i gruppi che hanno scombussolato la tua adolescenza? A che età ti sei trasferito in Italia e perché? Quali erano le difficoltà iniziali, i progetti, le aspettative ecc?

Dario:Devo dire che sei abbastanza preparato! E’ vero, sono croato e vengo dalla città di Split (Spalato) dove il Punk e l’HC non hanno inciso tanto sulla cultura musicale delle persone. Split rimane la città con un panorama musicale abbastanza mainstream, con pochi gruppi che si avventurano in direzioni più ostiche da percorrere. Comunque, la scena Punk c’era, anche se era poco visibile dall’esterno. Inizia tutto verso la fine di anni ’70 per poi proliferare tra il 1980 e il 1982. Infatti, in quel periodo mi ci avvicino anch’io, all'età di 11-12 anni (ora ne ho 34) grazie sia agli amici che al fratello maggiore, che spara in continuazione in camera sua " Rocket To Russia " dei Ramones, " Never Mind The Bollocks " dei Sex Pistols e il primo, omonimo, album del gruppo croato Prljavo Kazaliste. Nel 1982 assisto al mio primo concerto Punk, con 3 gruppi locali che si esibiscono in una cantina del liceo tecnico, in mezzo a un pubblico decisamente più grande di me (io ero dodicenne mentre la maggior parte della gente aveva tra 17 e 25 anni). Rimane un’esperienza unica il cui brivido ancora oggi riesco a ricordare vivamente. Nel 1984 la scena locale cade a pezzi in quanto la maggior parte dei partecipanti è appena tornata dal servizio militare e inizia la carriera universitaria nella capitale Zagreb (Zagabria) oppure è ancora dentro a fare il servizio militare. I gruppi si sciolgono, l’interesse man mano sparisce e rimane un piccolo nucleo di punks in città, circa una 15ina. Da quel momento la scena Punk non si è mai ripresa fino al 1988/1989 quando una nuova generazione di punks è arrivata sulla scena. Nel 1988 inizio il mio primo gruppo Punk di nome Ne! ("No!") e a pochi mesi di distanza un altro Bas Necemo ("Proprio Non Vogliamo"), del quale esistono anche delle tracce demo e si ricordano delle apparizioni live. Nel 1989 mi trasferisco a Roma per iniziare i studi di biologia a La Sapienza di Roma e lì inizia la mia avventura italiana.
Per tornare sulla tua domanda iniziale, i gruppi che ho amato di più durante l’adolescenza all’inizio erano Ramones, Stiff Little Fingers, Clash, Newtown Neurotics... per poi passare al Punk/HC americano come Dag Nasty, Youth Brigade, 7 Seconds, SNFU (questi sono canadesi però!), All, Bad Religion, DI... e quello Europeo (KSMB, Slime, Spermbirds, Kbo!, Walter Elf, KUD Idijoti, Paraf, Misanthropic Charity...). Di gruppi italiani ne conoscevo tanti di fama (i soliti Negazione, Indigesti, Eu’s Arse, Upset Noise...) ma avevo ascoltato soltanto i Wretched (in una trasmissione radio Croata quando il nostro nuotatore olimpico Hrvoje Baric-Grop tornò dalle olimpiadi di Los Angeles nel 1984 con il disco dei Wretched che fece ascoltare in trasmissione), ACTH, Pedago Party, Nabat, Rough, Uniplux, Klaxon, CCCP, Raw Power... Avevo un po’ di amici in Italia che mi mandavano delle cassette o dei dischi di gruppi italiani, in primis Marco Sigismondi dei Digos Goat/Road To Ruin fanzine di Teramo, e poi ogni tanto facevo qualche viaggio in Italia e mi portavo dietro dei dischi. Mi ricordo che i due 7" degli Uniplux mi piacquero tantissimo, anche se poi ho scoperto che non erano tanto famosi in Italia. Lo stesso discorso per il 12" degli ACTH. Secondo me, sono degli ottimi dischi un po’ "dimenticati" dal popolo Punk.

C: Illuminaci sulla scena punk hardcore del tuo paese, com’era prima e com’è adesso: città, centri sociali e posti dove poter suonare, i gruppi di tutte le ere da avere, festival importanti ecc.

D:Dunque, un po’ di risposta a questa domanda c’è nella precedente, comunque la scena dell’ex-Jugoslavia era per tanti versi diversa da quella italiana, ma per tanti altri simile. I centri sociali non c’erano. Nel 1989, con alcuni Punks occupammo prima una vecchia nave ristorante e poi un abbandonato museo della marina. Questi erano i primi squats nell’ex-Jugoslavia. Durarono alcuni mesi, organizzammo una petizione raccogliendo diverse migliaia di firme con diversi articoli nei giornali; in seguito cercammo anche di organizzarci seriamente con tanto di statuto e programma, ma poi per l’apatia tutto finì nel nulla.
Negli anni ’80 nell’ex-Jugoslavia si suonava nelle scuole oppure nei posti del comune che avevano diversi usi (come scuole da ballo, ritrovo per gli anziani, spazi per le mostre, concerti,...). Spesso si suonava nei vari festival, organizzati dalle varie organizzazioni giovanili. Al di fuori di questo c’erano pochi club che organizzavano anche concerti Punk. La scena migliore era a Ljubljana (Lubiana). Slovenia era la repubblica Jugoslava più vicina all’occidente per cui anche il Punk ha fatto la sua discesa partendo proprio da lì, per poi diffondersi su tutto il territorio Jugoslavo. A Ljubljana c’erano diversi gruppi Punk (Pankrti, Lublanski Psi, Buldogi, Niet...) e HC (UBR, III Kategorija, Tozibabe, Odpadki Civilizacije, 2227, Quod Massacre...) e spesso i gruppi stranieri facevano delle date proprio a Ljubljana (negli anni ’80 suonarono gli Youth Brigade, Pandemonium, SNFU, NoMeansNo, Youth Of Today, Verbal Assault, False Prophets, Soul Side, Fugazi, Attitude... molti dei quali ho avuto la fortuna di vedere avendo svolto il servizio militare proprio lì per un anno, a cavallo tra il 1988 e il 1989). C’era una buona scena, diversi posti dove suonare, alcune buone fanzine e l'"HC Kolektiv" che organizzava i concerti e pubblicava dischi e cassette.
A parte a Ljubljana, c’era una discreta scena Punk a Rijeka (Fiume), Pula (Pola), Zagreb, Novi Sad e Beograd (Belgrado). Per quanto riguarda la scena degli anni ’80, cioè gli anni che ho vissuto lì in prima persona, i gruppi che posso consigliarvi sono: Problemi (Punk, Rijeka), KUD Idijoti (Punk, Pula), Pekinska Patka (Punk, Novi Sad), Prljavo Kazaliste (Punk, Zagreb, solo i primi dischi però), Termiti (Punk, Pula), Paraf (Punk, Rijeka, stesso discorso come per Prljavo Kazaliste), ZRM (Punk, Zagreb), Elektricni Orgazam (Punk, Beograd, stesso discorso come per Paraf e P.K.), Pankrti (Punk, Ljubljana), Gola Jaja (Punk, Pula), Radnicka Kontrola (Punk, Beograd), Generali (HC, Zagreb), UBR (HC, Ljubljana), Tozibabe (HC, Ljubljana), Kbo! (HC/Punk, Kragujevac), Proces (HC, Subotica), Solunski Front (Punk/HC, Beograd), Quod Massacre (HC/Punk, Ljubljana),...

C: So che hai svolto il servizio militare lì due anni prima dello scoppio della guerra civile e che andavi a vedere concerti tra licenze e permessi. Il conflitto iniziò nel 1991 con la dichiarazione d’indipendenza proprio della Croazia dalla federazione Jugoslavia: cosa ricordi di quel periodo?

D:Porca miseria, sei proprio informatissimo! Mica lavori per la CIA? Si, è vero, ho fatto il servizio militare, all’epoca obbligatorio (non esisteva ancora il servizio civile) a Ljubljana, 2 anni prima della guerra. Forse suonerà strano, ma già a quell’epoca si poteva capire qualcosa, proprio stando dentro le caserme. Gli Sloveni stavano per conto loro, i Croati stavano sempre con i Croati, i Serbi con i Serbi e c’era sempre questa rivalità stupida del tipo "noi siamo più di voi" e cazzate del genere. Gli Albanesi (minoranza cospicua dell’ex Jugoslavia) poi non davano confidenza a nessuno ma apertamente odiavano i Serbi. Non era una gran bell’atmosfera. Certo, c’erano eccezioni, ma in linea generale la gente tendeva a fare delle divisioni e creava le amicizie in base a queste.
Io avevo la fortuna di stare proprio a Ljubljana dove c’era possibilità di vedere un sacco di concerti HC, per cui spesso scavalcavo il recinto e scappavo a vedere i concerti nello storico KUD France Presern (esiste tuttora). Ho visto gli Youth Of Today, i NoMeansNo, i Victims Family,... Scappavo ogni qualvolta che c’era un concerto e spesso mi incontravo con un ragazzo (di Split anche lui, ora il mio migliore amico) che scappava anche lui da una caserma nella cittadina vicino a Ljubljana. Per fortuna, non ci hanno mai preso. Anche se era vietato, avevamo degli abiti nascosti (io un paio di jeans strappati, una maglietta dei Ramones ed un paio di Converse All Stars) così che al di fuori della caserma nessuno sapeva che eravamo dei soldati di leva.
Per me quelli anni erano fantastici: si faceva autostop per andare a vedere dei festival e concerti in altre città, si visitava gli amici dalle altre parti dell’ex-Jugoslavia, si facevano le fanzine e si organizzavano i concerti. La scena Punk/HC per un periodo sembrava poter superare queste divergenze politiche che esistevano nel paese, ma i conflitti alla fine ebbero il sopravvento e pure la scena si sfasciò, per dare poi vita a delle scene nuove che a posteriori cercarono di recuperare i vecchi legami rottisi nel tempo del conflitto. C’era sempre una parte della scena che guardava oltre l’odio etnico e cercava di tenere le scene unite tra quelli che stavano per diventare nuovi paesi, ma direi una bugia dicendo che la scena è rimasta immune all’attrito politico che esisteva all’epoca e la conseguente guerra.
Come hai detto qui sopra, la Jugoslavia finì con la simultanea dichiarazione dell’indipendenza sia della Croazia che della Slovenia. E dopo il maggio 1991 nulla più fu com’era prima.

C: L’estremo frazionamento etnico religioso fu una delle cause "ufficiali" del conflitto e la fine dello stesso non ha potuto certo cancellare rancori e desideri di vendetta provocati da una guerra che ha lasciato dietro di sé decine di migliaia di morti ed efferatezze di ogni genere. Pensi che la guerra sia stata solo causata dalla necessità dei singoli governi di liberarsi dalla violenta egemonia serba, che ormai tra i popoli la situazione si era irreparabilmente incrinata e che sarebbe successo comunque, o che a distanza di un decennio si possa parlare di altri motivi inizialmente tenuti nascosti? Com’era la convivenza fra le differenti etnie prima di allora?

D:Come ti ho risposto già prima, delle tensioni c’erano, ma è difficile dire se fossero bastate per scatenare la guerra, se non fossero state coadiuvate dai politici. L’egemonia Serba c’era, ma c’era anche un progetto pacifico per liberarsene. Sia il mio paese che la Slovenia avevano proposto una confederazione. Un modello per certi versi simile a quello degli Stati Uniti dove ogni stato ha le sue leggi, prospera dal proprio lavoro e investe indipendentemente, ma nello stesso tempo viene accomunato con gli altri Stati dalla moneta comune, la difesa comune ed altri fattori. Questo modello non stava bene alla Serbia che iniziò la guerra, prima contro la Slovenia, poi contro la Croazia e infine contro la Bosnia. I paesi uno ad uno abbandonarono la federazione, tranne il Montenegro con la forte presenza Serba (quasi il 50%) anche se in questi giorni l’indipendenza del Montenegro dalla Serbia va via via aumentando.
Secondo me, e questa è la mia opinione personale, la guerra si poteva evitare in diversi modi. Uno di questi, il più ovvio, era la via della confederazione. Certo, questo metteva la Serbia in secondo piano ed è ovvio che le 2 repubbliche più ricche (Slovenia e Croazia) avrebbero avuto una prosperità maggiore della stessa Serbia, però se i politici Serbi avessero potuto a suo tempo prevedere l’esito della guerra sicuramente avrebbero accettato questa soluzione.
Il secondo modo era superando (nel senso temporale) la classe politica in comando all’epoca. Se questa classe (generazione pre e durante la seconda guerra mondiale) fosse stata man mano sostituita con gente nuova e più giovane prima che succedesse la guerra, penso che la guerra non sarebbe mai successa. Probabilmente si sarebbe arrivati ad un compromesso pacifico. Purtroppo, le persone che erano in carica all’epoca fecero di tutto per esaltare e far fuoriuscire i vecchi rancori ed odi e purtroppo ci riuscirono. Quando vidi i primi comizi di Bossi pochi anni dopo in Italia, temevo potesse succedere una cosa simile anche da queste parti.

C: Credo sia terribile dover iniziare improvvisamente a combattere con chi si è condiviso tutto fino a poco tempo prima. Noi Italiani l’abbiamo vissuta come una guerra vicina eppure allo stesso tempo lontana e forse non potremo mai capire ciò che veramente è stato: violentissimi scontri e disumani episodi di "pulizia etnica, mutilazioni, deportazioni e stupri".
Dopo quasi 10 anni dalla fine del conflitto come sono i rapporti fra i popoli, la gente, i giovani (che come ho avuto modo di constatare sono quelli che più si spostano nella penisola anche per trovare lavoro) della vecchia Jugoslavia? Come immagini il futuro nei Balcani considerando anche l’attualissima questione serbo-albanese? Cosa pensi riguardo alla disposizione del governo Croato la quale vuole che ancora oggi i Serbi non possono entrare nel tuo paese?

D:Rispondo subito alla tua ultima domanda. Quando iniziò la guerra sia gli Sloveni che i Croati (e poi i Bosniaci) furono attaccati nei loro paesi. A quel punto le persone non di etnia cCroata (mi fermo sulla Croazia per il momento) sentirono il bisogno di schierarsi. Quelli che non si sentivano minacciati e che si sentivano appartenere alla terra dove vivevano, si misero a difendere Croazia, anche se erano Serbi o Musulmani, per esempio. Una parte però prese le armi e si schierò dall’altra parte, aggredendo la gente che fino a ieri erano i loro vicini di casa. Nelle città a forte presenza Serba questo schieramento era aperto e cominciarono i massacri, saccheggi, stupri... contro le persone che vivevano nella loro stessa città ma erano di altre nazionalità o credi. Nelle città con piccola presenza Serba (come la mia città) avevamo i cecchini che sparavano sui passanti. Queste persone vivevano nelle città cCroate ma sparavano contro le persone con le quali fino a giorno prima prendevano il caffè al bar. Se i tuoi genitori fossero assassinati dal tuo vicino di casa che poi scappò in Serbia, tu saresti favorevole a far rientrare questa persona a fare il tuo vicino di casa di nuovo?
Questa questione non è semplice e potrebbe comportare altri delitti, se ci pensi bene. Tu ed io possiamo discutere sulla questione con tranquillità, ma devi prendere in conto che ci sono tante persone che durante la guerra hanno perso i loro cari e molti conoscono anche i nomi dei loro assassini. Avranno perdonato?

C: Sicuramente andare a vivere in una metropoli ti ha permesso di trovare una scena punk hardcore alquanto vivace. Quando sei arrivato a Roma era finito il vecchio periodo della scuola romana (Bloody Riot, Shotgun Solution, Manimal, High Circle ecc) e correva ormai l’epoca dei Growing Concern, Open Season, Equality e compagnia bella. Data la giovane età penso tu sia stato subito coinvolto dalla situazione: come sei entrato attivamente nella scena? Quali sono secondo te le differenze tra la scena italiana di allora (già diversa dagli 80) e quella moderna?

D:E’ incredibile quanto le tue domande siano accurate e precise. In effetti era proprio così. Gli High Circle stavano per scogliersi, i Bloody Riot erano già sciolti anche se si riunirono in seguito per qualche concerto sporadico, Klaxon erano sciolti (si riuniranno in seguito), così come gli Shotgun Solution, Manimal, e tanti altri. In compenso, c'erano altri gruppi come i Growing Concern, FCA, Open Season, Attrito, Lupus In Fabula, Gas, Equality, ecc.
Io già facevo la mia zine " Zips & Chains " portata dalla Croazia e arrivata al 5° numero nel 1990. Tramite la zine conobbi Paolo Petralia e da lì il resto della scena HC romana. All’epoca c’era un piccolo negozietto di ottica in via Varese gestito da Fabio "L’Ottico" e lì si riuniva la scena HC romana. Questo negozio era proprio sull’asse università-Stazione Termini per cui mi trovavo spesso a passare e fare due chiacchere con chi era lì. Un paio d’anni più tardi aprì un altro negozio di dischi un po’ più fuori dal centro, chiamato Le Bande A Bonnot (poi più semplicemente chiamato Banda Bonnot). Questi due negozi di dischi, a parte i concerti, erano gli hangouts della scena romana. C’era tanto fermento e mi affascinò subito questa scena, anche se poi tenevo contatti anche con la scena dei centri sociali e gente del giro Punk. Erano due microcosmi paralleli e a volte (ma non spesso) si intrecciavano.
Le differenze tra la scena di inizio anni '90 e oggi? Beh, inevitabilmente all’epoca la scena era un po’ più fresca. I primi gruppi SxE approdarono in Italia alla fine anni '80 (Youth Of Today e Gorilla Biscuits in primis) per cui si formarono dei gruppi sulla scia dell’entusiasmo. Growing Concern, Think Twice, Open Season (all’inizio One Step Ahead), By All Means, No Way, Equality, Mudhead... Per quanto riguarda il Punk, c’era meno pericolo nell’essere Punk rispetto agli anni '80, ma comunque il fenomeno non era ancora arrivato nelle classifiche per cui c’era meno gente del giro e quella che c’era sicuramente era più "dentro" la cosa.
In più, c’erano molte più fanzines ma non c’era l’Internet e i telefoni cellulari, per cui il modo di comunicare era diverso. Si leggeva sui giornali quando certi gruppi suoneranno da noi, c’era il passa parola, squillava il telefono di casa, si lasciavano i messaggi ai genitori, ecc. Era tutto un pochino più difficile, forse un po’ più romantico ;)

C: Parlami di " Blast! " dove scrivevi pure tu. Che cosa pensi rappresentasse e abbia rappresentato per i kids italiani, per voi redattori e per la scena, oltre ad essere stata l’unica rivista (non fanzine) punk hardcore a tiratura nazionale di quel periodo, la prima in Europa che si poteva acquistare comodamente all’edicola sotto casa?

D: Sai, è difficile per me capire che cosa rappresentava " Blast!" per i kids italiani. Io personalmente pensavo che non lo leggesse così tanta gente, ma poi negli anni un sacco di gente si ricordava il nome della rivista e mi diceva di aver letto la mia rubrica o le mie interviste pubblicate lì. Mi ricordo una volta conobbi un ragazzo tramite degli amici comuni. Lui venne alla stazione di treni con un amico ad attendere una mia amica che tornava con me dalla Croazia. Qualcuno gli aveva detto il mio nome e cognome e lui era venuto per conoscermi. Poi, quando ci siamo presentati mi disse: "Pensa, io ti credevo un giornalista di una certa età e invece siamo coetanei." In effetti, tutta la gente che scriveva per " Blast! " (Paolo Petralia, Massimo Moscarelli, Luca Collepiccolo, Paolo Piccini, Inti Carboni, Marco Deplano...) aveva all’epoca tra 20 e 25 anni e quasi nessuno era un "giornalista" vero.
Io iniziai un po’ per caso, e un po’ perché da fanzinaro che ero mi invogliava scrivere per una rivista per ragazzi fatta da ragazzi. Anche se " Blast! " faceva parte di un gruppo editoriale più grande e a parte i CD da recensire non ti dava nulla di più, era una piccola enclave dove un gruppo di amici ci scriveva ed intervistava le sue bands preferite. Non c’erano censure, rotture di scatole, caporedattori vecchi, pelati e occhialuti che ti dicono di cosa scrivere e chi mettere in copertina. C’eravamo noi e il nostro mondo.
Avevo conosciuto Paolo Piccini, che era il caporedattore, ad un concerto dei Growing Concern (dei quali ne era il cantante) tramite Petralia o Moscarelli, non ricordo più. Con loro due ero più amico e loro poi erano molto amici con i Growing. Mi ricordo che il mio primo contributo erano delle foto e poi in seguito l’intervista agli Yuppicide. Subito dopo mi venne data la sezione delle "News" alle quali ogni tanto affiancavo qualche intervista. Era una bella esperienza e conservo tutt’oggi i vecchi numeri della rivista.

C: Chiaramente non ti sei solo fermato alla scena italiana, moltissimi sono stati anche i rapporti con le altre realtà straniere, numerosi i viaggi all’estero e gli incontri con i più svariati personaggi come Ian MacKaye, John Revelation, Kent Ebullition, Fat Mike, Matt Average di MRR, giusto per citarne alcuni. Nei '90 poi hai organizzato svariati tour per gruppi d’oltreoceano ed europei: Propagandhi, Youth Brigade, Burning Heads e tanti altri, hai conosciuto e aiutato un po’ tutti andando in giro per lo stivale e il vecchio continente: cosa ti rimane e cosa ti manca di quei momenti? Sei rimasto in contatto con qualcuna di queste persone e bands?

D: Ma io dico, come cazzo fai a sapere tutto questo? Stai collaborando con la legge?? Chi sono i tuoi informatori? Confessa!!! :)
Beh, la maggior parte di questi contatti li devo grazie alla mia fanzine " Zips & Chains ". Come ti dicevo, all’epoca pre-internet e pre-email i modi di comunicare erano diversi. Per me, " Zips & Chains " rappresentava un mezzo per comunicare. Sia Ian MacKaye che Fat Mike li ho conosciuti a Roma, durante i concerti dei rispettivi gruppi (Fugazi e NoFx). Li avevo intervistati per " Zips & Chains " e siamo rimasti in contatto. Quando sono andato negli Stati Uniti per la prima volta nel 1996 sono stato loro ospite a Washington DC e San Francisco, rispettivamente. Kent McKlard l’ho conosciuto lì, al Goleta Music Festival. Era un mega festival con gruppi HC ed Emo (Seein’ Red, Torches To Rome, Julia, Hellbender...) e io venni li l’ultimo giorno con Nicola che suonava nei Substance e aveva un’etichetta (Haley Records). Matt Average lo conoscevo da tempo per via epistolare e finalmente ci incontrammo a San Francisco davanti alla sede di " Maximumrocknroll ". John e Jordan della Revelation li conoscevo grazie ai contatti che tenevo lavorando alla Helter Skelter dal 1994 al 1999 e poi li conobbi alla Revelation a Huntington Beach.
Per quanto riguarda i concerti, ne ho organizzati davvero tanti, su e giù per Italia. Avevo iniziato nel 1990 organizzando il tour per i Mere Dead Men di Liverpool, Inghilterra. L’anno dopo feci il tour degli Agent 86 (California, USA) e andai con loro in giro per l’Italia e Slovenia, proprio pochi mesi dopo l’inizio della guerra nell’ex-Jugoslavia. Lo feci di nuovo nel 1992 e poi con i Bambix (Nijmegen, Olanda) nel 1994 andai in giro per l’Italia, Croazia e Slovenia. Da lì in poi organizzai dei tour e delle date dei più svariati gruppi Punk e HC: Youth Brigade, Propagandhi, Down By Law, Lifetime, Get Up Kids, By The Grace Of God, Avail, Samiam, Game Face, Rhythm Collision, Braid, Promise Ring, Sparkmarker, Krupted Peasant Farmerz, Strain, Skin Of Tears, Shades Apart, Overflow, Burning Heads, Eversor, Tear Me Down, Point Of View, Die Firma, Carnival Of Shame, State Of The Nation, NIA Punx, Gottschee, Touch Friction... La lista è davvero lunga.
Sono dei bei ricordi. Girare il paese e dormire a casa delle persone o nei centri sociali, incontrare i vecchi amici e vedere suonare gruppi che ti piacciono sono tutte belle esperienze. Ho conosciuto un sacco di persone in quel periodo e mi sono fatto tanti nuovi amici e con molti di loro sono ancora in contatto. Ogni volta che vado negli USA mi incontro con Matt Average e la sua famiglia (ha un dolcissimo figlio di 3 anni di nome Henry), Shawn Stern degli Youth Brigade, Michelle degli Agent 86, faccio un salto alla Revelation a salutare John, Jordan, Vique ed altri, e così via. Mi scrivo via e-mail con i Bambix, Samiam, Harlan dei Rhythm Collision, Andrea dei Point Of View... E poi ogni volta che incontri qualcuno di questa gente in giro è sempre festa. Non bisogna nemmeno essere in contatto, tanto sai che quando incontri i Burning Heads o gli Avail o gli Eversor, si ride e si scherza come se ci fossimo visti l’altro ieri.

C: Doveroso a questo punto parlare anche di " Zips & Chains ", gloriosa fanzine tutta in inglese da te ideata sempre nei '90, dalla tiratura di 3000 copie e distribuita in tutto il mondo: più di 60 pagine in carta riciclata, tra le varie recensioni e interviste ricordiamo, NoFx, Lag Wagon, Permanent Scar, Civ, No Means No, Down By Law e moltissime altre, perché e quando nasce e come mai (sigh!) muore.

D: Beh, qui ti devo correggere. " Zips & Chains " non era sempre in inglese e non era ideata nei '90, bensi nel 1987. Nasce verso la fine del 1987, in contemporanea con il mio primo gruppo. Scrivevo già per altre fanzine jugoslave e poco dopo essere tornato da Londra mi viene l’idea di creare una fanzine tutta mia. Così, all’inizio 1988 esce il primo numero di " Zips & Chains ". Si susseguono altri numeri a distanza di 3 mesi l’uno dall’altro finché a settembre 1988 non vado a fare il servizio militare. Anche durante il servizio militare riesco a far uscire un numero, grazie all’aiuto di un amico di Belgrado. Questi primi numeri hanno una tiratura intorno a 100 copie (il più "raro" è il numero 3, uscito poco prima della partenza per il servizio militare e fotocopiato in sole 55 copie) e sono scritti interamente in Croato. A settembre 1989 mi trasferisco in Italia e siccome il mio italiano è scarsissimo la scelta d’obbligo è di fare la fanzine in inglese. Così il numero 5 esce nell’aprile 1990 in 200 copie. Contiene una manciata di interviste (Political Asylum, Instigators, Kbo!, Gulag, Wombels...) e una grafica leggermente superiore ai numeri precedenti. Ma il vero balzo in avanti è rappresentato da numero 6, uscito pochi mesi più tardi, a novembre 1990. Con questo numero " Zips & Chains " prende il suo formato "classico" (16 x 23 cm) e viene stampato in tipografia. Inoltre, anche graficamente comincia a prendere un’identità. Sia per la scelta di stampare la fanzine in tipografia che per una bella lineup di gruppi (Mega City 4, Toten Hosen, KUD Idijoti, Bambix,...) si alza il numero di copie a 400 (406 per esattezza) che vengono esaurite entro breve. La stessa politica viene usata per il numero successivo (maggio 1991, 403 copie) che per la prima volta contiene anche un’adesivo in omaggio e viene esaurito in tempo ancora più breve grazie all’intervista ai Ramones (altri gruppi di questo numero: Samiam, Rocks, No Fraud, Society Gone Madd!, Blyth Power, Walter Elf,...). Così il numero 8 che esce nell’aprile 1992 (ancora con un adesivo in omaggio e per la prima volta con la copertina a due colori) viene stampato in 618 copie ed allarga il suo pubblico. Contenuto: Raw Power, Rhythm Collision, Burning Heads, Agent 86, Blaggers... Segue una pausa sostanziosa ma ne vale la pena perchè il numero 9, che esce soltanto a gennaio 1994, esaurisce la prima stampa di 1.000 copie entro pochi mesi, così che viene ristampata in altre 300 copie (per un totale di 1.328 copie). La ristampa è differente dalla prima stampa in quanto la copertina e in b/n rispetto la prima stampa a 2 colori. Inoltre, la ristampa contiene una toppa che riporta il disegno di copertina, diversa da quella allegata con la prima stampa (che rispecchia il disegno della copertina del numero 6). Questo numero riceve ottime recensioni e grazie alla "Zine Of The Month ", nella fanzine statunitense " Maximumrocknroll ", vince anche un aiuto economico dalla parte della stessa " Maximumrocknroll " per la realizzazione del numero successivo. Per quanto riguarda i contenuti, il numero 9 conteneva: Bad Religion, DOA, Jawbreaker, Fugazi, MDC, Instigators, Growing Concern, Gigantor, Ivich, Yuppicide, Random Killing, Point Of View, Four Letter Word... così come una manciata di articoli. Accanto al numero 10 questo è il mio numero preferito della zine.
Finalmente, 3 anni più tardi, a gennaio 1997 esce il numero finale di " Zips & Chains ". Il numero 10, a distanza di quasi 10 anni dalla concezione della zine, rappresenta il capitolo finale di questa avventura. Era il periodo durante il quale accanto al lavoro a tempo pieno, l’etichetta, distribuzione e due gruppi (This Side Up e Home Run) stavo anche facendo il lavoro della tesi di laurea, per cui dovevo mollare da qualche parte. La scelta cadde sulla fanzine e fu irrevocabile. Questo numero uscì in 3.000 copie ed è il numero che l’ha resa nota in tutto il mondo. Copertina a colori e 84 pagine piene di contenuti: Avail, Down By Law, Fugazi, NoFx, Permanent Scar, Lag Wagon, Civ, NoMeansNo, Crunch... articoli, recensioni, fumetti e tanto ancora. Penso di avere ancora qualche copia da qualche parte a casa (pochissime comunque) per cui se qualcuno è interessato, può contattarmi per averla.

C: Dopo l’avvento dei mega festivaloni, dai TVOR al Vans Warped Tour ai vari Deconstruction ecc. e delle sempre più numerose agenzie di booking, risulta difficilissimo vedere gruppi stranieri di un certo livello a meno di 15/20 euro ed è sempre meno frequente vederli suonare nei centri sociali. Queste agenzie hanno il monopolio e trattano direttamente coi gruppi in questione o con pseudo agenti cercando di trarre profitto con ingressi e prevendite a dir poco esosi. La cosa allarmante è che i nuovi kids pensano che il circuito funzioni così e tirano fuori i soldi dai portafogli senza neanche pensare a dove sia la fregatura, spendono un botto di soldi per qualsiasi drink (i locali offrono prezzi eccessivi per le masse assetate in modo da speculare ancora di più) e spesso a fine concerto vengono pure cacciati da energumeni alti due metri e larghi uno. Nel non lontano passato sua santità DIY in persona fulminava all’istante se solo pensavamo di farla franca così. Tu che ne sei una prova vivente, cosa pensi di queste agenzie, del nuovo modo d’organizzare gigs e di questa situazione in generale?

D:Sai, come ti dicevo prima, io tra il 1990 e il 1998 avevo organizzato una quantità incredibile di concerti e non ho mai preso un guadagno da ciò. Importante era fare nuove amicizie ed aiutare i gruppi che giravano. La maggior parte di quei gruppi (forse non proprio tutti, ma molti comunque) riuscivano ad alzare quanto bastava per raggiungere la tappa successiva e tornare a casa (se erano fortunati). Allora come potevo io lucrarci sopra se i gruppi stessi ci rimettevano? Mettere i soldi in tasca mentre il gruppo se ne va con poche lire che non gli bastano nemmeno per fare il pieno di benzina non è il massimo di coerenza, vero? Per questo ho scelto di fare il tutto come un hobby e per l’amore verso i gruppi che giravano. Dopo la prima volta che un promoter mi mandò per fax un contratto per organizzare delle date fu la fine. Mi ricordo che organizzai questo ultimo concerto con quasi 1.000 spettatori di uno dei miei gruppi preferiti in assoluto. Non chiesi nulla per le spese di telefono e posta (organizzai anche altre 2 date dello stesso tour, una delle quali in Croazia) ma una felpa al loro tour manager. Questo mi disse che non me la poteva regalare ma mi avrebbe fatto uno sconto di 5.000 lire. Era lì che ho deciso che quello era l’ultimo concerto che avrei organizzato. Per la tua fortuna, quest’anno ruppi questo giuramento organizzando il concerto dei Pointing Finger con gli Ingegno e i Threat Of Riot e fu un concerto straordinario. Io ero contentissimo perché ero riuscito a pagare i gruppi, sfamarli, e coprire le spese di manifesti. I soldi che avanzarono li diedi ai Pointing Finger per la loro dedicazione (vennero da Zagabria e partirono per Monaco di Baviera, senza avere alcun day off) e andai a casa felice. Poi, certa gente fa questo (organizzare i concerti) come un lavoro vero e proprio, ma io per fortuna ho il mio lavoro da insegnante che paga le bollette e questo non mi interessa.

C: Raccontaci dei This Side Up: quando e perchè vi siete formati, la scelta del nome, i gruppi che vi hanno ispirato, discografia essenziale, la vita on the road, il mitico tour americano, le cause dello scioglimento e i ricordi più intensi di quel particolare momento della tua vita che porterai sempre con te.

D:Ma tu stai facendo una fanzine o un libro? (Me lo chiedevo anche io, ndr). Come faccio a scrivere tutto ciò in poche righe? Mi servirebbero tre numeri almeno, tutti interi. Comunque, i This Side Up nascono a primavera del 1994 con Jacopo (chitarra), PG (chitarra) e il sottoscritto (voce, basso). Si prova per alcuni mesi nella mia stanza da letto, cercando un batterista. Verso la fine dell’anno troviamo Andrea e con lui debuttiamo il 07/01/1995 al Break Out con gli Eversor e Immaturi. Il nome l’avevo scelto io, non in omaggio agli Scream di Washington DC (il gruppo dove militava anche Dave Grohl prima di unirsi ai Nirvana) come tanti pensano, ma semplicemente prendendolo dai pacchi di cartone che di solito portano la scritta "this side up" se si trasporta il materiale fragile come le bottiglie per esempio. All’epoca ci ispirarono i gruppi HC/Punk californiani come i Bad Religion, Jawbreaker, Samiam, Adolescents, Face To Face, Youth Brigade... o comunque statunitesi (Dag Nasty, Gorilla Biscuits, 7 Seconds, Ignite, Screeching Weasel...). Quelli erano i gruppi che in qualche maniera ebbero delle influenze sul nostro suono, ma penso sia anche difficile dire chi ci abbia influenzato di più. Si susseguono date con i Los Crudos, Down By Law, Rhythm Collision, Burning Heads... Verso la metà del 1996 esce il nostro primo 7", split con i brasiliani White Frogs e verso la fine dell’anno si parte per il primo tour Europeo. Giriamo l’Austria, Germania, Lussemburgo ed Olanda in compagnia dei Bruma (un MCD su Green Records, membri passati e futuri dei Concrete, Comrades, Opposite Force, Die!...) e ci si diverte da pazzi passando la maggior parte del tempo a temperature polari che toccano anche -20 gradi centigradi. Dopo il tour Andrea parte per il Belgio per motivi universitari e noi troviamo un altro Andrea che diventa il nostro nuovo batterista. Con lui partiamo per la Croazia a suonare con gli Integrity e la data è un successone incredibile. Un continuo stage diving con decine e decine di persone a cantare i nostri pezzi. Si suona con gli Avail, Brand New Unit, Scared Of Chaka... e si registrano i pezzi per un 7" (This Side Up/Doc Hopper uscito negli Stati Uniti nel 1999), una compilation 7" tributo ai 7 Seconds e per l’album di debutto che vedrà luce solo un paio d’anni dopo. Nell’estate 1999 si parte per gli Stati Uniti con Adriano (ex-Evidence, Home Run, e futuro membro degli Strength Approach) al posto di Jacopo. Si suona ovunque: nei negozi di dischi, club, appartamenti, cantine, parchi, scuole, garage, centri giovanili, giardini, stazioni radio... da una costa all’altra. La prima metà del tour viene fatta insieme ai Fire Season di New Jersey. Si divide il palco con gli Oi Polloi, Elliott, Himsa, Piebald, By A Thread, Casualties, Juliana Theory, Voorhees, Unseen,... e si torna a casa dopo quasi due mesi. Nel 2001 esce "Caught By Surprise ", CD contenente 12 pezzi nuovi e 3 bonus tracks. Si suona ancora in giro e infine si arriva a capolinea il 16/02/2002, nell’ultimo concerto al Forte Prenestino di Roma con i PHP, Happy Noise e Rappresaglia.
Decidemmo di sciogliersi dopo 8 anni perché semplicemente mancavano gli stimoli per continuare. Era una bellissima storia che è stata vissuta da tutti in maniera molto intensa e per un periodo abbastanza lungo. Aveva più senso sciogliersi mentre intorno a noi c’era l’interesse della gente piuttosto che continuare a suonare all’infinito perdendo qualsiasi credibilità. Abbiamo detto quello che volevamo dire e abbiamo lasciato lo spazio alla gente che sarebbe venuta dopo di noi. Continuiamo a frequentarci tutt’ora e siamo tutti buoni amici, ma escluderei qualsiasi possibilità di riunione dei This Side Up.
Mettere insieme tutti i bei ricordi legati al gruppo, al dormire nel furgone o stare per ore stipati nella macchina, al visitare tutte le città che abbiamo visto, è impossibile. Penso che per lungo ricorderemo le persone che ci hanno ospitato a casa loro, che ci hanno organizzato le date o che semplicemente abbiamo incontrato lungo questa strada. Ricorderemo i gruppi con i quali abbiamo suonato, i paesaggi visti e le lettere ricevute. E’ un’esperienza unica e non riesco a condensarla qui in poche parole. La devi semplicemente provare per capirla.

C: Un occhio di riguardo va sicuramente ai testi che trattavano i più svariati temi, dai più introspettivi come Struggle o Common Guy , al tuo originale punto di vista sul punk hardcore ( My Life ) alle riflessioni sulla guerra (Battlefields: "Your ex friends now stand on the wrong side, you don’t have the possibility to decide, become a killing machine until you’re finally dead"). Come nascevano e qual era il tuo personalissimo approccio al song/lyrics writing?

D: Ogni testo nasceva in maniera diversa. Se dovessi scegliere un testo, forse il mio preferito è proprio My Life che poi divenne anche la nostra canzone più famosa. Comunque, ogni testo conserva ricordi diversi. My Best Friend fu scritto per il mio migliore amico, Battlefield era un’analisi della guerra in Croazia, con un segmento della canzone preso da una trasmissione della radio croata, Struggle era una riflessione su me stesso mentre Common Guy fu scritto per la mia ex ragazza. Innocent Eyes è un altro testo che amo molto e parla delle persone che riescono a preservare una veduta sul mondo pulita ed innocente, come i bambini, nonostante tutte le ingiustizie che incontriamo strada facendo. Mistakes è un testo molto semplice ma scritto dal più profondo del mio cuore e rivolto a tutti per cercare di preservare la natura e il mondo che ci circonda. Today fu scritta per un mio amico di vecchia data, Paolo Petralia della SOA Records. Stay Away era ispirata da diversi episodi nei quali la gente si faceva male durante i concerti.
Di solito i testi nascevano con una loro ritmica, ma separatamente dalla musica. Ogni testo creava una sua atmosfera e la musica cercava di ricrearla più fedelmente possibile. I testi avevano molto peso e per amplificarlo spesso usavo spiegarli tra le canzoni durante i concerti. A volte questo funzionava mentre a volte la gente voleva solamente che suonassimo e non gliene importava nulla di cosa cantavi.

C: Quando e come è nata la tua etichetta, la Goodwill Records? Come si evoluto il progetto nel corso degli anni e di quante persone è formato adesso lo staff? In base a che criterio scegli le produzioni e come mai (a discapito nostro dato che sono tutte quante da paura) escono col contagocce? Prossime uscite? Fai un po’ di pubblicità.

D: L’etichetta fu ideata da me e Jacopo (chitarrista dei This Side Up). Già dall’inizio del gruppo sapevamo che avremmo scelto la strada dell’autoproduzione per cui l’idea dell’etichetta era nell’aria. Ma all’epoca della nostra prima uscita (gennaio 1995) il gruppo non era ancora pronto per le uscite discografiche, per cui facemmo uscire il 7" dei nostri amici Overflow (Croazia). Entro breve al nucleo dell’etichetta si aggiunse Barbara, all’epoca la ragazza (ora moglie) di Jacopo, ed entro la nostra prossima uscita (AAVV " Do It Yourself " 7" EP con Point Of View, Eversor, NIA Punx, Fichissimi e This Side Up) si aggregò anche Michele, un ragazzo che conoscevo perché faceva degli ordini alla Bored Teenagers (la distribuzione che iniziai nel 1990 e che nel 2000 cambiò nome in Goodwill). Così si formò il collettivo di 4 persone che fecero uscire anche la terza uscita This Side Up/White Frogs " Still Without An Answer " 7" EP. L’etichetta richiedeva l’investimento di soldi in continuazione e per l’aggiunta cominciarono a sparire delle lettere che contenevano ordini del mailorder che all’epoca era gestito da Barbara. Barbara e Jacopo si ritirarono e Michele rimase a dare una mano. A quell’epoca uscì il quarto disco Goodwill, l’LP del gruppo tedesco Peace Of Mind. Il fatto che gestire un’etichetta richiede un’enorme quantità di tempo, energia nonché del denaro è la risposta alla tua domanda sul come mai le produzioni escono col contagocce. A cavallo tra il 2000 e il 2001 uscirono il CD dei This Side Up, il 7" dei PHP. Seguirono il 7" dei Day Of The Dead e lo split 7" Day Of The Dead/The Damage Done. L’anno scorso entrò a far parte dell’etichetta Fabio, un altro ragazzo che conobbi tramite il mailorder e immediatamente diede una nuova linfa alla Goodwill, così che in soli 3 mesi uscirono il CD degli Out Of Reach, il 7" dei No More Fear e il CD dei Pointing Finger. A parte noi due c’è anche Basstian, un ragazzo svedese che cura il sito web dell’etichetta (
www.goodwillrecords.net).
Per quanto riguarda le prossime uscite, ci sono tantissime cose che bollono in pentola ma preferisco non annunciarle prima che saranno sicure al 100%. Comunque, si tratta di 2 discografie in CD di 2 gruppi SxE americani, poi ancora dischi per un nuovo gruppo svedese ed uno portoghese. In più, ci sono sempre i vecchi gruppi Goodwill che proporranno i loro nuovi lavori, per cui il 2005 si prospetta un anno interessante.
Per quanto riguarda la scelta delle produzioni, ci si affida sempre al gusto personale. Ogni giorno arrivano al nostro indirizzo demo dei gruppi da tutte le parti del mondo. Tutti vengono ascoltati e a tutti si risponde. Il mio criterio per scegliere un gruppo è questo: mentre ascolto il demo mi faccio la domanda "Quanto lontano viaggerei per vedere questo gruppo dal vivo?". Se la risposta è: "Giusto se suonano sotto casa mia" sicuramente non è il caso di produrli.

C: Uno dei clichè più comuni è sicuramente la frase "A Time We’ll Remember" dall’omonima canzone degli Youth Of Today, spesso abusata ma per me tutt’ora di grande significato, che incarna alla perfezione lo spirito del punk hardcore e rapportabile in un certo senso a qualsiasi altro tipo di passione, musicale e non. "This is a time that we can live our dreams and a time so pure/this is an era of creativity, good music and good friends/this is a time with a lot of hope and very little fear/but when the song is sung and the moment’s gone only you’ll know all we’ve shared, and I hope that you can rekindle too, this same feeling in the air" e forse è vero che ogni persona deve saper apprezzare quello che ha ed il momento che sta vivendo. Così, come tutte l’esperienze, belle o brutte che siano, anche il punk hardcore è ed è stato parte della vita di tanti ragazzi di tutto il mondo e a me piacerebbe molto tu concludessi l’intervista rivolgendoti con un consiglio e un saluto per nuovi kids, perché possano col passare degli anni tener vivo questo sentimento che a noi tutti appartiene e apparterrà per sempre. Mille grazie per il tuo tempo e per la disponibilità, a presto!

D:E’ difficile dare dei consigli. Se avessi potuto ne avrei cercato in tutti i modi di darne uno ad un mio carissimo amico che si è tolto la vita la settimana scorsa. Mentre ti sto scrivendo questo non so ancora perché lo abbia fatto, e questo mi tormenta ancora di più. Sarebbero potuto bastare le parole? Essere vicini avrebbe potuto cambiare questa intenzione? Non lo so, ma so che lui faceva parte di una message board e quando la gente lo ha saputo ha cominciato a lasciare i propri numeri di cellulare in rete supplicando chiunque di loro avesse dei problemi di chiamarli e di chiedere aiuto. Uno di loro si era tolto la vita e nessuno se lo aspettava perché Jacopo era una persona davvero solare e piena di voglia di vivere. Un ragazzo che scherzava con tutti ed era sempre pronto ad ascoltarti. Ma scoprire che c’era qualcosa che non andava di cui nessuno era al corrente ha fatto capire a tutti quanto fragile può essere l’uomo e quanto la distanza tra noi può essere grande anche quando non sembra così.
Vorrei dedicare questa intervista alla memoria di Jacopo Giorgi (1972-2004) che è stato un grande amico che non dimenticherò mai.

Visitate il sito della Goodwill Records
www.goodwillrecords.net