Boldoz Dogs
"Since Year One" è in nuovo disco dei Boldoz Dogs, una sorprendente elaborazione di indie, punk, emo... e tanto altro. Usando passione e tutta la loro personalità, questo gruppo arriva al secondo full length con la capacità tecnica ed ideativa di chi, con la musica che suona, ci vive in perfetta simbiosi.
Già soddisfatti del loro primo lavoro ("Pataboom", 2000, Sottosopra Rec.) siamo rimasti letteralmente a bocca aperta davanti a questo capolavoro musicale.
Potevamo non intervistarli?
Piter: "Since Year One", Dall'Anno Uno, se il mio inglese non mi inganna. Un titolo tutto da interpretare. O forse il suo significato è più semplice di quanto si possa pensare? Diteci voi.
Diego: Il titolo ha molteplici sfumature, e mi sembrava rappresentasse al meglio il disco tutto. Ad una prima lettura si legge "Boldoz Dogs dall'anno uno", e lascia intendere la permanenza di un filo conduttore tra il nuovo lavoro e i lavori precedenti, nonostante il cambio di line up. Ma se ci fai caso puoi leggere un (forse azzardato) gioco di parole che suona più o meno come "Sincero, capitolo uno". In questo disco ci siamo messi in gioco come non mai, musicalmente e "liricamente", lasciando trasparire tutto (o quasi) di noi. E' stato un disco liberatorio, in cui puoi scoprire una gran parte di ciò che siamo.
P: Dopo avervi contattato per programmare l'intervista avevo ascoltato il disco un paio di volte e vi avevo detto che suonava molto simile al primo. La vostra risposta è stata che, in realtà, la maggior parte delle persone vi ha detto che si differenzia completamente da "Pataboom". Con un ascolto più attento voglio rivedere in parte la mia posizione. "Since Year One" sembra infatti prendere le distanze dall'approccio più hardcore del vostro primo lavoro, sintonizzandosi più su quello indie, sulla vena emo e su un rock vicino per certi versi a gruppi come Placebo (psichedelico a parte). C'è la presa di una più sicura identità insomma, già percepibile ai tempi di "Pataboom". Come ci siete arrivati?
D: C'hai preso in pieno. "Since Year One" è indubbiamente un disco più indie, o forse semplicemente più maturo. Ma non bisogna pensare che ci siamo messi in animo di fare un disco indie. Quando scriviamo non stiamo a pensare come debba venire il pezzo o l'arrangiamento. Viene fuori così, naturalmente, e per noi è perfetto. Nella ricerca dei suoni e del mix invece abbiamo cercato di distaccarci dal cliché, a cui anche noi in passato siamo stati spesso idealmente aggrappati, della chitarrona grassa e della batteria plasticosa e devastante. In questo sì, abbiamo "premeditato", scegliendo un taglio più acustico. Comunque, ripeto, a mio parere è una questione di maturità, più che altro, della vita che stiamo vivendo. L'adolescenza è andata, siamo cresciuti e pur restando degli allegri cazzoni la vita quotidiana è indubbiamente cambiata.
P: Hanno avuto importanza anche eventuali miglioramenti tecnici e compositivi? Due anni non sono molti, ma possono aiutare ad affinare l'approccio con gli strumenti nonché con la musica tutta, dando la possibilità di ascoltare meglio e di suonare meglio, cosicché diventi poi possibile chiedersi di più, nel suonare, e saper (cosa) chiedere di più durante la registrazione e il mixaggio.
D: Il discorso è complesso. Abbiamo cambiato line up, e siamo ripartiti con una nuova sezione ritmica. Quindi c'è stato un cammino parallelo tra l'affiatamento che veniva a crearsi tra basso e batteria, l'indubbia crescita che c'è stata nella collaborazione tra me e Robi, e naturalmente la scoperta di nuove dinamiche all'interno del gruppo. Rispetto a prima lavoriamo meglio a livello compositivo, anche utilizzando alcuni aggeggi per la registrazione di veri e propri demo da proporci. E quindi i pezzi acquistano varietà, e nascono nei modi più disparati. Alcuni sono partiti acustici, altri sono nati come provini, registrati già completi e riprodotti in studio. Poi rispetto al primo disco ci siamo presi più tempo per riarrangiare in studio, e una buona parte di ciò che c'è su disco è stata creata sul momento. C'è anche da dire che purtroppo, tra lavoro e impegni vari, il tempo per suonare è sempre meno e dobbiamo adattarci a comporre con tutti i mezzi possibili, dal registratore scassato al pc.
P: E testualmente? Correggetemi se sbaglio (purtroppo interpretare una canzone in inglese mi risulta più difficile che farlo in italiano e - per fortuna - voi non scrivete certo testi banali), ma ciò che mi sembra cambiare nei testi dei due dischi (escludendo "Digitalsound 2002", lo split con i Marysun!Nicotina che ho ascoltato ma di cui non ho letto ancora i testi) è la componente più introspettiva ed esperienziale dei secondi: c'è più spazio per le vicende personali, per frammenti di giorni vissuti (empiricamente o interiormente) e magari meno riflessioni sul mondo esterno. Insomma, torna ancora l'individualità spontanea, semplice, quasi fosse raccontata ad un amico più che ad un ascoltatore. E' una mia impressione? Oppure è effettivamente così? E, in questo caso, è stato qualcosa di deciso o…?
D: Mi fa piacere dirti che c'hai preso ancora in pieno. Sono un fautore della formula "più personale = più universale" e penso che più un testo sia vero e intimo più sia comprensibile. In fondo quando si parla di musica, ma anche questa è una mia opinione, si parla di emozioni, di sensazioni che non riusciresti a spiegare a parole e comunque anche riuscendoci qualcosa perderebbero. E allora suoni, ti aiuti con le atmosfere del pezzo e scrivi ciò che senti, magari anche un pensiero improvviso a cui dai forma. E le emozioni sono di tutti, sono ciò che ci rende simili.
P: Persino la grafica sembra adattarsi perfettamente alla musica del disco. Indipendenza, sobrietà, individualità, il tutto sfumato in una veste fumettistica, a dare un risalto maggiore del vostro distacco dalla realtà precedente (il fumetto visto come cammino parallelo alla realtà, pur raccontandola nel modo più fedele possibile). C'è stata una decisione particolare e un significato preciso nella scelta di questo design? Vedo che a curarlo c'è ancora una volta Michele Del Nobolo: amico, conoscente, collaboratore…?
D: Michele (Del Nobolo) è un grande amico che abbiamo conosciuto in occasione della preparazione del primo disco. Ci è stato presentato attraverso amicizie comuni ed è nata una collaborazione che è sfociata in una grande amicizia. Mike è una gran persona ed ha delle doti eccezionali, merita tutto il bene possibile. Con lui ci si capisce al volo, e soprattutto si è tacitamente concordi sul fatto che la musica va ascoltata, più che spiegata. Ed infatti abbiamo iniziato a lavorare sul design di "Since Year One" solo a lavoro finito, quando abbiamo potuto portargli il materiale da ascoltare. L'idea di copertina è sua, e ci soddisfa totalmente, credo non ci potesse essere cover più adatta al contesto. Avevamo deciso in partenza di lavorare sul fumetto, ci sembrava la cosa che meglio rappresentasse il nuovo lavoro. Siamo del tutto soddisfatti del risultato.
P: Dal 2001 al 2003 ne abbiamo viste parecchie: la destra al governo (non critico né giudico, ma chi suona il genere di musica che passiamo/trattiamo su Radio Riot spesso ha idee piuttosto decise in merito), il G8, l'11 Settembre, la guerra in Afghanistan, quella in Iraq… I musicisti (famosi e non) non sono stati certo in silenzio, facendo uscire dischi che parlavano più o meno di queste varie vicende (e vicissitudini) e suonando in concerti dedicati ad uno o all'altro motivo.
Quanto eventi simili possono e devono essere racchiusi nella musica? Quanto è necessario, quanto è doveroso, quanto è semplice scelta e quanto, purtroppo, scade nel banale proposito commerciale e tendenziale? Oltre al vostro parere personale diteci, se ce ne sono state, le vostre esperienze in merito.
D: Mah, io qui mi ripeto, mi trovo bene a parlare di ciò che sento. E' lo stesso discorso del fumetto, mi muovo in un ambito parallelo alla realtà, che affronta gli argomenti senza toccarli direttamente. Io credo che ascoltando un disco si possa capire tutto o quasi. Non mi sento a mio agio a scrivere su un argomento in particolare. Anche perché qualsiasi tipo di idea o posizione politica è passibile di critica. Invece ciò che sento no, è così e mi bastano tre righe e due accordi per spiegarlo. Per questo riguardo a certi argomenti credo nel dialogo e nella parola, che è viva e consente di dialogare in maniera costruttiva. Sia chiaro, non sono uno che vive fuori dal mondo, sono informato ed ho idee ben precise in merito ai fatti attuali, ma preferisco parlarne per ore davanti ad una birra, un testo è troppo poco…non so se sono riuscito a spiegarmi.
P: E le considerazioni sulla Pace? La parola improvvisamente è finita sulla bocca di un numero enorme di persone. Ma prima dov'era? A volte sembra che dire Pace sia divenuto quasi uno stupro per quante persone se la sono ficcata in bocca con propositi più o meno giustificabili. Cos'è la Pace? Dov'è la Pace? E soprattutto… c'è la Pace?
D: La pace dovrebbe iniziare dalla mattina quando ti svegli e continuare nei sogni quando la sera torni a dormire. La pace inizia quando con un sorriso cambi la giornata della cassiera di un supermercato, o quando eviti di incazzarti a morte perché non trovi parcheggio. Potrò sembrare ridicolo, e forse lo sono, ma per me la pace è questo, è prima dentro di te e solo dopo si trasforma in manifestazioni, convegni, bandiere. Credo sia inutile comprarsi la bandiera della pace e poi spaccarla in testa a qualcuno. Credo sia ridicolo vedere gente che si proclama pacifista e poi nella vita è un vero pezzo di m***a. La pace va oltre la guerra. La pace è tutto.
P: Nonostante il disco sia uscito per etichette che si stanno facendo sentire sempre più (Kimera, Dave e Mad Records) il prezzo è rimasto accettabile. Non si può certo ancora parlare di controtendenza (per fortuna!!) ma è un bene che, in una scena punk dove il gruppo "un po' più noto" mette il disco a 13, 14 e 15 euro, qualcuno ancora si dia dei limiti.
Non so come e quanto i Boldoz si avvicinino all'ideologia punk, ideologia che, soprattutto in Italia, ha per anni difeso concetti di autoproduzione, d.i.y., no/low-profit… Eppure anche in questo genere "underground", al filone di persone che suonano solo per espressione, si è affiancato quello di coloro che invece suonano più che altro intrattenimento, e che quindi non hanno problemi (o magari ne hanno meno degli altri) a mettere il disco ad un prezzo "un po' superiore" rispetto alla norma per poterci guadagnare più del dovuto; poi ovviamente c'è anche chi si mette nel mezzo, con musica espressiva e interessante ma lo stesso ad un prezzo di mercato.
Voi avete opinioni al riguardo? Parlando sinceramente, mi raccomando; anche perché le idee in proposito sono molto contrastanti.
D: Anzitutto una considerazione. Un conto sono i cd di band "internazionali" (e non parlo solo di Bon Jovi, ma chessò, i Queens Of The Stone Age ad esempio) che costano una paccata ma che in cambio ti danno una produzione incredibile, 2/3 video fatti davvero bene a disco (che a parte tutte le polemiche su MTv è sempre bello vedere) e concerti incredibili. Un'altra cosa sono i cd di bands underground (e in questi metto anche noi) che al massimo riescono a darti una produzione buona, 1 video spesso mediocre (più che altro per mancanza di possibilità economiche, le idee solitamente non mancano) e concerti in piccoli locali in cui per forza di cose si fatica a distinguere gli strumenti e praticamente in assenza di luci. Finita la premessa, io penso che un CD come il nostro debba per forza di cose costare la metà di un "discone". A prescindere dalla qualità ripeto, ci sono dischi underground di valore due volte superiore ai dischi "spinti" dalle major. Poi devi considerare la disponibilità economica di chi ti segue, e dargli ossigeno. E inoltre sappiamo tutti quanto costa un cd-r. Questa è la nostra politica dei prezzi. In questo forse ci avviciniamo al punk. Restare con i piedi per terra, fare le cose onestamente e non cercare neanche per un attimo di fregarti, gestire personalmente tutto ciò che riguarda la band. Alla fine pure quando hai un'etichetta che ti segue da vicino e bene (e fortunatamente è il nostro caso) il concetto è sempre quello di D.I.Y.. E comunque, almeno per quanto riguarda il nostro caso, voglio dirlo sinceramente: non si può scendere sotto i 10 Euro. E' davvero il minimo per rientrare nelle spese di promozione. E spesso non basta.
P: Torniamo un attimo alla vostra musica. Mentre scrivo queste righe non ho ancora recensito "Since Year One," ma all'inizio dell'intervista ho usato termini quali indie, emo e rock. In una discussione con il cantante dei Remove è venuto fuori che l'interpretazione che abbiamo noi italiani di un certo genere musicale (parlavamo dell'emo) è molto diversa da quella che concepiscono gli americani. Inoltre, in discorsi con altra gente, è venuto fuori più volte che in Italia i profani (e con ciò intendo chi non si occupa approfonditamente di musica, come dj e critici -competenti ed esperti) sono soliti dare molte, moltissime etichette musicali, più del dovuto forse.
Premettendo che anch'io mi considero un profano, la mia replica è stata che se dobbiamo rivolgerci a degli ascoltatori con una certa mentalità è opportuno usare la stessa mentalità: non posso recensire un disco per degli ascoltatori italiani usando il metraggio dei critici americani!! Inoltre, da qualche tempo, sto cercando sempre più di limitare l'etichettatura dei gruppi, se non usando classificazioni più ampie possibili.
Voi cosa ne pensate di questo argomento? Come vi hanno etichettato di solito e come vi etichettereste voi stessi?
D: Non badiamo molto alle etichette, e come spesso dico nelle interviste, noi non cerchiamo tanto di fare un genere, o di far suonare un dato pezzo in un certo modo, ma più che altro cerchiamo di fare musica nel senso più ampio del termine, senza badare alla direzione che stiamo prendendo o a quale genere ci stiamo avvicinando. E' il nostro modo di suonare con sincerità. Per il resto credo che le etichette, per quanto odiate dai gruppi, siano indispensabili, ma vanno ovviamente usate con sobrietà ed intelligenza. Non si può pretendere che una persona si scarichi un mp3 di ogni gruppo per decidere quale disco comprare. E' naturale che uno che ascolta musica gradisca essere indirizzato verso i generi che più apprezza. E' vero anche che per etichettare un gruppo, o meglio, un disco, bisogna ascoltarlo con molta attenzione. La definizione che mi è piaciuta di più per "Since Year One" è emo-indie-rock. Ma noi ci etichetteremmo solo come Boldoz Dogs. Ma non pensare che sia un eccesso di arroganza. In realtà è la speranza di essere valutati per ciò che siamo, e non solo per ciò che ricordiamo.
P: Ascoltando i vostri dischi e leggendo di voi, sembra che abbiate percorso una strada in ascesa, verso una crescita interiore davvero ammirevole. Ma ci sono state anche particolari difficoltà da quando vi siete formati?
D: Le difficoltà sono sempre dietro l'angolo, ed in alcuni casi ti travolgono, soprattutto se sei in un momento di fragilità. E a noi è già successo. Sono cose che ti aiutano a crescere ulteriormente, e se stai con i piedi per terra non puoi far altro che migliorare. L'umiltà è una cosa preziosa, non bisogna mai perderla di vista. E ti aiuta a superare i momenti più difficili.
P: Ci sono gruppi che in particolar modo vi hanno influenzato e che consigliereste a chi vi ascolta per dargli la possibilità di capirvi meglio?
D: Non saprei cosa rispondere. Ognuno di noi ha avuto una crescita musicale diversa, ciò che ci accomuna è che ascoltiamo una quantità industriale di cose diverse tra loro, dall'indie-rock al jazz passando per mille altri generi e sfumature. Tutto mi ha influenzato, non so cosa più di altro. Ti resta tutto dentro, ed ogni cosa nuova che ascolti va ad aggiungersi a ciò che hai già ascoltato.
P: Bene, credo che per questa volta sia tutto. Avete altro da dire?
D: La musica non delude mai. Solo le persone lo fanno.
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