Andrea e D.I.Y.

Intervistiamo Andrea di Milano, che ha scritto una tesi di Laurea sulla pratica Do It Yourself dal titolo: “Il movimento DIY: culture di resistenza e azione diretta”.
La tesi -che si può scaricare liberamente da http://diy.splinder.com - presenta una panoramica sulle forme controculturali ispirate appunto al “Do It Yourself” (in inglese, letteralmente “Fallo Da Te”), inteso come pratica di vita che si può concretizzare in diverse forme (ad esempio autoproduzione, autogestione, occupazione di spazi) volte a permettere all'individuo di emanciparsi dalle gerarchie e dal sistema sociale, economico e culturale in cui vive.
Nei quattro capitoli in cui si articola la tesi, si descrive il D.I.Y. come pratica basata sui principi della responsabilità individuale e dell'azione diretta che derivano dall'Anarchismo, che non vengono analizzati e studiati in astratto, ma tradotti in azione concreta. Questo si attua in una gamma molto ampia di azioni e di esperienze, che toccano diversi temi (dall'ecologismo al femminismo, dalla critica della società dei consumi a varie forme culturali) e che -per il carattere di “critica radicale” che le ispira- possono anche tradursi in forme che vengono considerate “illegali” dal sistema dominante (per esempio occupazioni, sabotaggio di laboratori di vivisezione o di cantieri ad alto impatto ambientale, azioni di “distruzione mirata” di oggetti materiali simboli del potere capitalistico, etc.), o che la cultura dello stesso sistema tende a presentare come “illecite” oppure “devianti” (tra cui, ad esempio, il consumo di droghe allucinogene, oppure pratiche di sessualità libera).
La tesi presenta una panoramica su varie controculture che, nel corso degli ultimi decenni, hanno concretizzato queste pratiche in diverse modalità -controculture apparentemente distinte e distanti fra loro (almeno su un piano “estetico”) che abbracciano i free festival degli anni ’60 e ’70 come i collettivi punk politicizzati, per arArivare alla technocultura dei ravers negli anni ’90, ma che sono comunque tutte ispirate da un ideale di rifiuto assoluto di uno stile di vita in cui l'individuo debba “delegare” ad altri le proprie libertà di decidere, di disporre del proprio tempo, di vivere, e di divertirsi. L'ispirazione politica marcatamente anarchica di questi movimenti e delle azioni che essi hanno messo in pratica è infatti il denominatore comune tra tutte queste forme controculturali, che si sono avvicendate nel tempo, talvolta sovrapponendosi e spesso influenzandosi a vicenda.

Marco: Il D.I.Y. viene spesso considerato come una pratica essenzialmente ristretta alla cultura punk: dalla tua tesi emerge invece il fatto che esso è in realtà legato a diverse forme controculturali e un aspetto importante che metti in luce è la “trasversalità” e la reciproca influenza dei vari movimenti. Che cosa puoi dire su questo?

Andrea: La trasversalità del D.I.Y. è un concetto che mi sta particolarmente a cuore e che ho scoperto mentre scrivevo la tesi. Appena presentato il mio progetto alla mia docente anch’io pensavo fosse pratica più o meno ristretta al mondo punk autoprodotto (di cui in realtà io volevo analizzare giusto il crust in quanto più marcatamente orientato verso tali ideali…). Poi l’approfondimento prima della scrittura mi ha portato ad allargare di brutto il raggio d’azione… Ma soprattutto credo che il D.I.Y. dovrebbe essere ancor più trasversale, una reale alternativa deve essere desiderabile e aperta il più possibile e non solo pratica per pochi eletti. Per esempio da questo punto di vista la scena svizzera (ma non solo lei…) regala momenti incredibili con commistione di culture partorendo ibridi grind folk extravaganza delirio ecc. Ricordo di un super festival di qualche anno fa contro lo sgombero di uno squat a Lausanne dove hanno suonato gruppi punk, artisti di strada, un gruppo hip hop francese (politicizzato ovviamente), power noise (la celebrazione di un matrimonio omosessuale in chiave power electronics!) assieme a performance (tra cui ricordo un’analisi in chiave ironica e autoreferenziale dello spogliarello) e ovviamente musica techno, scasso e delirio. E’ solo un esempio. La lettura di alcuni testi sulla scena inglese mostrano forme di aggregazione ben più estese che vanno oltre i movimenti caratterizzati (punk, traveller, raver, eco radicali ecc.)… In tutto ciò comunque quello che mi interessava era focalizzare l’attenzione sulla pratica di autogestione legata al concetto anarchico libertario di stampo ecologista… Quello che si autodefinisce D.I.Y. e che comprende collettivi e pratiche come Critical Mass, Animal Liberation Front, Food Not Bombs ecc. tutte realtà che hanno un bacino di utenza più ampio… (ma come parlo???)

M: E qual è secondo te la specificità o l’originalità portata dal punk in questo contesto?

A: Il punk ha portato il suo. Dai Crass in poi l’autoproduzione è diventata una scelta e non più una necessità, una necessità dalla quale era partita. La necessità di tirarsi fuori dalle maglie di una industria musicale e censorea che anche in piccolo violenta la tua arte e i tuoi messaggi solo per avere un prodotto tranquillamente vendibile e che non disturbi troppo lo status quo. Ma non me la sento più di tanto di isolare o idolatrare il contributo di un movimento piuttosto che un altro… dal mio punto di vista è un perenne divenire che attinge da più fonti diverse…

M: Secondo te perché proprio la musica (sia essa punk, o techno, o un altro genere) gioca un ruolo così importante in questi movimenti? Spesso è il veicolo grazie al quale un neofita si avvicina alla cultura D.I.Y. per poi arrivare fino a cambiare completamente e definitivamente il proprio stile di vita. Perché proprio la musica ha questo ruolo e non, ad esempio, altre forme artistiche o altri mezzi di espressione?

A: La musica ha la capacità di appassionarti ed emozionarti incredibilmente. In più non appena sfondi la patina della musica commerciale che ti viene propinata e ti rendi conto che c’è tutto un mondo dietro di incredibili gruppi molto più fighi e che mai avrebbero esposizione al grande pubblico (salvo rare eccezioni)… beh il gioco è fatto… comincia la tua avventura nell’incredibile mondo dell’underground.
Questo facilita già un processo di perenne ricerca e curiosità verso quello che non è facilmente disponibile. Poi i testi dei gruppi, i posti dove si svolgono i concerti, la gente che li frequenta e che velocemente diventa tua amica e con la quale inizi progetti assieme (sia un’occupazione, un gruppo o chissà cos’altro), l’atmosfera radicalmente diversa di amicizia disinteressata contro la generale competizione indifferente e classista del mondo normale… beh tutto questo fa un’enorme differenza. E poi diciamocelo… per piacerci quello che ci piace vuol dire che siamo un gran branco di svitati!!! Per forze di cose siamo portati ad avventurarci in percorsi esistenziali diversi dallo status quo…
Sulle altre forme artistiche non sarei così netto e deciso. In molti squat e rave ho visto tante manifestazioni artistiche (performance, graffiti, sculture ecc.). Dal mio punto di vista forse ce ne sono davvero troppo poche. Ma forse la colpa è del mondo dell’arte che in fondo è tutto un business di merda con solo pochi fiori che si distaccano dal mercato al quale ambiscono per poter sopravvivere…
Certamente la musica dal canto suo è una forma artistica molto più popolare e di facile assimilazione… E un CD costa indubbiamente meno (soprattutto se te lo scarichi…) rispetto ad un qualsiasi libro d’arte che costa settemila miliardi per quattro foto… Sto esagerando ovviamente, ma la fruibilità e la disponibilità dei mezzi culturali è secondo me di fondamentale importanza. In più la musica è un’esperienza che può essere reiterata un sacco di volte in momenti diversi (anche mentre fai dell’altro) senza spese aggiuntive… Cos??a che non si può certo dire di molte altre esperienze artistiche. Poi soprattutto c’è anche da considerare il fatto che sono pochi gli artisti e molti i “consumatori” di opere artistiche. Va da sé il resto…

M: Il D.I.Y. si propone come un movimento che ha forti caratteri di “novità” e di “rottura” rispetto alle pratiche e alle culture antagoniste che l’hanno preceduto. Anche se le idee che lo ispirano hanno radici in concezioni filosofiche e politiche precedenti (soprattutto nella tradizione anarchica), gli attivisti D.I.Y. si mostrano poco inclini a “storicizzare” queste influenze, dando la priorità al mettere in pratica nella loro vita quotidiana questi ideali. Non credi che questa tendenza possa tuttavia comportare un rischio di “derive” o “degenerazioni”, o comunque ripetere errori già compiuti in passato da altre esperienze di cultura antagonista?

A: Ah, hai letto pure il capitolo pseudo sociologico… Quante stronzate… Forse il D.I.Y. non è più così nuovo come spacciato nella mia tesi. E’ comunque sicuramente ancora un movimento di forte e radicale rottura con l’esistente in quanto tenta gioiosamente di spezzare le catene della schiavitù di una vita incastrata fra lavoro tasse debiti e ignoranza devastante. E’ ancora un’alternativa valida anche se per molti può sembrare troppo precaria. Ma forse non lo è la vita di merda nella quale viviamo ogni giorno?
Per molti sicuramente il D.I.Y. non è un ghetto dove rifugiarsi e fottersene di tutto e di tutti. E poi anche se lo fosse? Sarà mica bello il mondo che c’è là fuori o no? Perché allora non cercare di allontanarsene? E poi sinceramente si tratta solo di un processo di scelta di dove stare, chi frequentare e cosa fare. Non è un isolamento dal mondo, anche perché poi l’attivismo si confronta col mondo stesso in modo concreto e costante e quindi non è vero che se ne allontana. In ogni caso anche analizzando la scelta di vivere in una comune o sul proprio furgone (che non esclude chiaramente l’inserimento e il confronto col contesto che ti circonda ed anzi lo rende per certi versi più pregnante) non la vedo così a rischio di derive o degenerazioni…e poi degenerazioni da cosa?
Ripetere errori già fatti? È vero e fondamentale che la memoria storica aiuti e faciliti il proprio percorso, anche se a volte è proprio vero il contrario e cioè il fatto che finisce per influenzarlo a tal punto da creare dogmi e modus operandi incontestabili che sviliscono invece l’innovazione. In ogni caso considero la cultura e la memoria storica strumenti di fondamentale importanza per poter orientare il proprio percorso… sta all’intelligenza della persona non farne un credo di merda. L’enfasi sul distacco e sulla scarsa o nulla storicizzazione era più un voler specificare che il D.I.Y. non è un movimento in senso anarchico bombarolo e insurrezionalista (dal quale generalmente si dissocia) ma orientato verso una visione più pacifica (che non significa certo meno agguerrita…anzi…) e (perdonatemi il termine) frichettona della vita. Dove l’attivismo ha la sua importanza fondamentale e dove un volersi bene al punto di rifiutare una vita che si sente come orribile (anziché viverla lamentandosi), è un coraggiosissimo atto di amore verso se stessi e chi ci circonda… Poi tutte le tattiche hanno un loro percorso evolutivo: nessuno nasce “imparato” perché nessuno può vantarsi di avere la verità in tasca.

M: Dalla tua tesi emerge che il rifiuto integrale della società capitalistica e delle sue gerarchie porta spesso gli attivisti D.I.Y. a distaccarsi completamente dalla società stessa (per esempio vivendo in piccole comunità, adottando uno stile di vita nomade, ecc) per rinchiudersi all’interno del movimento, limitando i loro contatti con il mondo esterno ad azioni di protesta/boicottaggio/sabotaggio mirate a sovvertire la società e le sue gerarchie. Non ti sembra che questo nasconda anche -per certi versi- una tendenza a “fuggire” e ad isolarsi in un mondo di “puri”, escludendo un confronto più dialettico con la società, e rifiutando l’idea di lottare per cambiare la società stessa dal suo interno?

A: Non sono d’accordo. Per niente. Insomma credo che l’azione diretta, proprio per i rischi che comporta, sia un modo molto incisivo di confrontarsi con una società che ti nega ogni rappresentanza politica (e in questi tempi di oscurantismo culturale non ne abbiamo proprio più nessuna tra sinistre che sembrano destre, sindacati e diritti soppressi, discriminazioni sempre più crescenti nei confronti di tutte le diversità, ritorno in auge di ipocrisie politico religiose eccetera eccetera eccetera). Cosa ti resta quando sei pieno d’odio e nulla di quello che ti circonda fa niente per cambiare la situazione? O innalzi il conflitto o cerchi di ottenere il meglio da quello che puoi o te ne freghi, oppure scappi via. Quindi non credo assolutamente che sia un modo per fuggire dalla realtà quanto un modo per REAGIRE ad una realtà che fa cagare sotto ogni punto di vista.

M: Non ti pare che molte di queste forme controculturali risentano in certa misura dell’ideale mitico del “buon selvaggio”, secondo cui l’essere umano troverebbe la sua completa realizzazione in uno stile di vita libero e in armonia con il mondo naturale, e la sua corruzione sarebbe esclusivamente dovuta alla società? Non ti sembra che questo comporti - un’altra volta - il rischio di pensare all’idea (secondo me abominevole) di una possibile “umanità perfetta”?

A: Concordo sull’abominio di pensare che l’umanità sia perfetta: di esseri abominevoli ne ho visti in tutti gli ambienti… Quello che cambiano sono le percentuali di esseri abominevoli e di esseri interessanti… Tali percentuali sono direttamente proporzionali all’apertura mentale delle persone in questione… e sono quelle che mi fanno scegliere un ambiente piuttosto che un altro. Il mito del buon selvaggio lo si può lasciare pure a Zerzan o a Tarzan… Battutacce a parte, non credo onestamente che un ritorno alla vita del selvaggio farebbe piacere a chicchessia. Molto più costruttivo e utile è invece il cambiare radicalmente le proprie abitudini. Molte persone hanno cambiato numerosi aspetti della propria vita per seguire questo ideale (diventare vegan, rifiuto della macchina, una vita più vicina alla natura ecc.). A me il progresso piace nella misura in cui mi permette di sviluppare la mia persona e l’uomo in generale gode in ogni secondo dei privilegi che ci concede. Quello che però non è chiaro a molti è il fatto che progresso non significa distruzione incondizionata e sfruttamento incontrollato in nome di denaro e comodità per pochi (e merda per molti). L’attuale progresso si basa sullo sfruttamento incondizionato e senza scrupolo di tutto e di tutti il che ha palesemente condannato questo pianeta e tutta la vita che vi risiede alla morte. Vie alternative e sostenibili vi sono ma non fanno comodo ai Signori della terra in quanto non redditizie, quindi… quindi si continua su questa strada… ci siamo condannati a morte e il bello è che non ce ne rendiamo nemmeno conto…

M: Credi che le strategie di “azione diretta” possano essere veramente efficaci su larga scala, sul lungo termine? Non credi che certe azioni -soprattutto se non sono accompagnate da un parallelo sforzo di informazione- possano anzi rivelarsi controproducenti, e soprattutto fornire l’occasione per strumentalizzazioni e per una aberrante forma di “giustificazione” per la repressione? Non ti sembra che in un certo senso si corra il rischio di “fare il gioco che piace al sistema”?

A: Specifichiamo innanzitutto che l’azione diretta non è il mero slancio edonistico di qualcuno che si vuole distinguere nel suo percorso di protesta ma un modus operandi come ve ne sono tanti altri. Decidere di adottarlo dipende dalla persona, dai rischi, dal coraggio (e alle volte dall’incoscienza) che decide di mettere in gioco. Ciò non significa assolutamente che chi adotti pratiche di azione diretta sia uno che non si informi o altro… Anzi proprio il contrario: la rabbia parte da chi sa, non da chi non sa un cazzo… Per fare un esempio: quando vedi che migliaia di animali vengono ammazzati o torturati in maniera brutalmente sadica nei laboratori di vivisezione e nessuno vuole o può far niente, cosa ti resta??? Forse liberare dei cuccioli od essere vegan non libererà tutti gli animali del mondo ma sicuramente libererà quegli animali che, è bene non dimenticarlo, sono ESSERI VIVENTI. Se nella nostra società di merda non fossimo così abituati a pensare a tutto e tutti come mere cose, forse sentiremmo meno commenti cretini quando si parla di queste cose. Io personalmente ne ho anche un po’ le palle piene di queste considerazioni. In più le strategie di azione diretta, così come quelle di boicottaggio, hanno sortito in passato (e nel presente) dei risultati di straordinaria efficacia portando alcune imprese alla chiusura o ad un cambio di rotta nelle proprie politiche di sfruttamento. Questo secondo me è già un risultato incredibile che dimostra come alle volte si può ottenere qualcosa battendosi e senza dover per forza elemosinare concessioni da chi comunque trova sempre un modo per accoltellarti alle spalle…
“Fare il gioco che piace al sistema”? Analizzare questo punto non è facile perché andrebbe contestualizzato. Secondo me qualsiasi tattica va bene finché va bene… se poi ci si accorge che qualcosa comincia a puzzare è necessario “cambiare gioco” (per citare i grandiosi Nervi di Milano… ahimé scioltisi…). “Dividi e conquista” è una delle strategie di guerra più famose al mondo… dare credito a frasi simili fa proprio il gioco di chi ci vuole tutti divisi a farci la guerra tra di noi, la guerra delle opinioni, la “guerra delle virgole”. Anziché cercare le convergenze ho sempre visto tante persone accanirsi sulle divergenze, e intanto quelli che stanno dall’altra parte si aggregano sempre più compatti per fotterci e reprimerci. Bella gara a chi è il più politicizzato di tutti mentre in realtà dall’altra parte l’ignoranza sempre più devastante favorisce una crescita sempre più immonda e folle di repressione totale.

M: L’ultimo capitolo della testi (che è stata scritta nella seconda metà del 2001, cioè nei mesi successivi ai fatti tragici avvenuti a Genova in occasione della riunione del G8) focalizza l’attenzione sul fenomeno Black Block all’interno del movimento anti-globalizzazione, presentando una visione a mio parere interessante e decisamente più approfondita rispetto a quanto è stato fatto soprattutto dai media ufficiali in quel periodo.
Innanzitutto spieghi che il Black Block non è un particolare “gruppo”, bensì una “strategia”. Inoltre documenti il fatto che le azioni compiute dal Black Block non erano un fenomeno inedito, sottolineando però che nell’occasione di Genova (in cui, a differenza di altri precedenti, le azioni di alcuni “attivisti neri” - o presunti tali - hanno colpito più indiscriminatamente, distruggendo anche oggetti, auto, negozi che sicuramente non rappresentavano simboli del potere capitalista) diverse testimonianze parlano di “infiltrazioni” (di possibile matrice fascista), mettendo anche il luce le strumentalizzazioni che sono state compiute, sia da parte del potere poliziesco e dei media ufficiali, ma anche da parte di altre anime del movimento no-global, cui evidentemente “ha fatto comodo” avere un capro espiatorio…
Dato che si tratta di un punto particolarmente “caldo”, che cosa vuoi dire su questo argomento?

A: Le fonti non erano quelle dei media che per definizione sono sempre sfalsate (prendi uno e digli di scrivere su un qualcosa di cui non ha mai sentito parlare prima… in più a caldo in una situazione di delirio generale, senza poi dimenticare i vari orientamenti politici dei giornalisti… risultato: un mare di cazzate…). I media dicono cazzate per definizione, sentirle ripetere pari pari dal movimento è decisamente più deprimente. Quello che ho scritto l’ho preso da fonti dirette che ho avuto la fortuna di trovare qua e là (e che mi hanno ispirato quel capitolo che altrimenti non avrei scritto). Principalmente da fanze e opuscoli (diffidate di libri scandalosamente di merda, tipo quello uscito su DeriveApprodi, che in genere pubblica roba interessante, ma quel “Io Sono Un Black Bloc” era scritto da un povero deficiente che non sapeva un cazzo del fenomeno e che probabilmente era in cerca di notorietà). Questo per chiarire le fonti. Poi sulla questione della strumentalizzazione è una cosa che all’interno del D.I.Y. è stata discussa ed analizzata, ovviamente. Le divisioni incomprensioni e botte da parte di altre frange pseudo pacifiste sono il riflesso di quella famosa “guerra delle virgole” di cui parlavo prima: è molto più facile sparare merda su chi si comporta diversamente da te, piuttosto che ammettere invece che in fondo sta tirando giù un bel bordello, anche se tu non te la sentiresti di distruggere un distributore o una banca (che in teoria dovresti odiare con altrettanta intensità). E non c’è niente di male a non sentirsi in quel modo. Il mondo è bello perché è vario… Ognuno dovrebbe manifestare nella maniera in cui più si sente… Riguardo all’immagine del movimento colgo l’occasione per mandare un sonoro “ma vaffanculo” a tutti i vari P.R. del movimento… Ma quale immagine? Agli occhi dell’Italiano medio saremo sempre e solo una massa di indesiderabili straccioni (anche se ti vesti in giacca e cravatta). Secondo me poi il devastare tutto quanto ha avuto il suo perché… è un gesto fortissimo che può portare molte persone (anche già interne al movimento) a chiedersi il perché di tali gesti… “Perché devastano i McDonald’s, i Nike Megastore, le banche eccetera?”. Poi ormai ha fatto la sua storia e le infiltrazioni di merda rendono importante ripensare il tutto e magari (per citare ancora i Nervi) “cambiare gioco”.

M: Infine vorrei chiederti di approfondire meglio una citazione di John Vidal (da “Mc Libel”, Freedom Press, Londra 1997) con cui si chiude la tua tesi, secondo cui “Gli attivisti D.I.Y. e i loro collettivi non solo potrebbero essere considerati una nuova e realistica forma politica, ma anche e forse i semi di una nuova società”.

A: E’ una speranza oltre che, nel suo piccolo, già una realtà. La scena internazionale che ruota attorno al mondo delle occupazioni e un bellissimo contenitore di nuove forme sociali. E’ un divenire… Tutto il mondo non potrà mai cambiare ma certo è confortante pensare di potersi sottrarre (in un modo o nell’altro) a tutto lo schifo che lo contraddistingue… Isole felici in un mare di merda…