Kalashnikov: spaghetti e do it yourself

Non l'abbiamo mai negato: i Kalashnikov ci piacciono. D'altronde se abbiamo coprodotto praticamente l'intero repertorio della band (sulle prime canzoni ci abbiamo messo mano in vista della ristampa di "Romantic Songs") un motivo ci sarà. Anzi, più di uno!
Innanzitutto i Kalashnikov sono, da sempre, portatori sani di DIY, do it yourself, autoproduzione. Credono fermamente che il punk/hardcore debba essere prima di tutto comunicazione; che debba essere in grado di proporre alternative alla comune logica di fare, dire, pensare il mondo; che debba essere alla portata di tutti, fatto dalle masse per le masse.
In secondo luogo, i Kalashnikov non riprendono alcuno stereotipo musicale, non hanno mai provato a ricalcare gli accordi di "grandi nomi", non si sono fossilizzati sulla stessa formula musicale.
Sono in giro da 12 anni, sono molto meno noti di gente che sulla piazza c'è da un terzo dei loro anni ma hanno dischi sparsi per tutti i Continenti del globo terrestre, e da diverso tempo ormai sono di casa in Francia, Grecia, Germania... Hanno pubblicato cinque dischi solo ed unicamente ricorrendo alle coproduzioni, e le scene d.i.y. di tutto il Mondo li hanno inclusi in compilation o hanno addirittura ristampato i loro dischi.
Naturalmente, in tutto questo, c'è spazio per l'organizzazione di dozzine di concerti nella frenetica Milano, per un'etichetta personale, la Kalashnikov Collective (al secolo KDV), che ha messo il proprio logo su diverse produzioni nostrane, e per un blog (www.kalashnikov-collective.blogspot.com), importante scorcio sulla loro e sulla nostra vita punk DIY.
Quest'intervista esce con qualche mese di ritardo. E' lunga, più di questa presentazione, sappiatelo. Ma quello che c'è dentro è la vita e le riflessioni di uno degli attuali simboli del do it yourself all'italiana.

Piter: Lo scorso anno è uscito "Dreams For Super-Defeated-Heroes", il vostro quarto album. Non è poco per una band d.i.y. italiana. Si può tirare qualche somma, in vista anche di oltre 10 anni di attività?

Sarta: Beh, che dire… Una cosa è certa: siamo dei vecchi! Però è bello pensare che ogni periodo della nostra vita sia passato attraverso la band e che, nella musica dei nostri album, si siano fissati in maniera indelebile gli attimi più significativi delle nostre esistenze! Se penso al nostro primo "Romantic Songs of Dissidence", beh, vedo un disco tutto adolescenziale, intimamente idealista e romanticamente ingenuo! "Songs About Amore and Revolution" è invece più legato alla nostra vita da universitari squattrinati, perché ha diverse ispirazioni letterarie e qualche episodio musicalmente più elaborato. "Music is a Gun Loaded with Future", invece, puzza di centro sociale lontano un miglio! E’ stato creato nel momento di maggior crescita della nostra coscienza politica: avevamo incominciato a suonare dal vivo con continuità e cominciato ad "assorbire" un certo modo di intendere la politica, passando di centro sociale in centro sociale. Conoscendo persone importanti (e facendo riunioni fino alle 2 di notte…), abbiamo maturato riflessioni più profonde e strutturate su concetti come autoproduzione, antagonismo, controcultura e autonomia. E, così, le nostre vite sono cambiate per sempre!
L'ultimo disco è troppo vicino al presente per potertelo "storicizzare", tuttavia ora mi appare chiara una cosa: la longevità di una band andrebbe rapportata non tanto al numero di anni, ma alla sua propensione ad evolversi. Ci sono band che sono vecchie ancora prima di iniziare! Se ogni cosa che fai è frutto di una precisa fase della tua vita e se essa è in continua evoluzione, come si può fare musica sempre uguale rimanendo fedeli a se stessi? E non sto parlando di evoluzione "culturale", ma di semplice cambiamento biologico dovuto al progressivo invecchiamento a cui tutti siamo soggetti! Penso che questo "cristallizzare" nella musica i valori di una precisa fase della propria vita e riproporli senza più spirito critico, sia un qualcosa che ne tempo rischi di perdere progressivamente il suo senso originario. Senza quest'attitudine critica verso la realtà (la propria realtà!), ogni cosa che si dice rischia di diventare già morta in partenza! Beh… che ne dici?!

P: Che mi trovi totalmente d'accordo. Suonare musica originale (quindi  escludendo le cover band) vuol dire comunicare totalmente il proprio mondo interno. Ognuno darà poi voce a diverse parti di esso: dai sentimenti più profondi alle riflessioni più ragionate, fino al rispecchiamento interiore del mondo esterno. In ogni caso si starà tirando fuori sé  stessi, perciò trovo autosvilente un gruppo che non mostra la propria crescita interiore riferendosi (nei testi quanto nella musica) sempre agli stessi canoni o, peggio ancora, proponendo quelli di altre persone.
I Kalashnikov a mio parere sono ben lontani da questo rischio. D'accordo, io ho un sincero apprezzamento per la vostra band fin dal  primo ascolto, ma sfido chiunque a dire che non c'è personalità ed originalità nei vostri dischi. Vi siete di fatto "inventati" qualcosa  che fate solo voi (nessuno si inventa niente, ma credo sia chiaro cosa  intendo dire) e che è sentitamente influenzato dalle vostre esperienze. 
Tra cui, riprendendo il filo della tua risposta, c'è quella dei centri  sociali e dei collettivi. Quanto è necessario, per un gruppo punk, essere legato alla realtà dell'autoproduzione e dell'autogestione, e in che modo dovrebbe esserlo?

S: Effettivamente oggi è quasi scontato che, se metti su un gruppo punk, devi proclamare di essere a favore dell'autoproduzione. In realtà credo che, un po' ipocritamente, si tratti più di una necessità che di una condivisione dei valori che quest'ultima sottintende. Io credo che autoproduzione, autogestione e DIY siano concetti che debbano permeare tutti gli aspetti della vita e non li vedo strettamente legati alla musica o, peggio, ad un unico genere musicale. Se autoproduzione significa solo stamparsi i dischi in casa e ad organizzarsi i concerti da soli, ad un certo punto, si arriva a chiedersi fino a che punto tutto questo abbia un senso: non sarebbe più comodo trovare qualcuno che lo faccia per te con più mezzi e capacità, oltre che pagandoti? E allora ben vengano le grosse case discografiche!
In realtà autoproduzione significa molto di più di questo: è una gioiosa lotta per esprimere una modalità di gestione della propria vita differente rispetto a quella triste e miserabile proposta dal sistema capitalistico. Nella cultura oggi dominante il cosiddetto "musicista" non è altro che un piccolo ingranaggio del grande meccanismo economico: qualcuno gli fa registrare un disco e cerca di venderlo. Se ci riesce, bene, sennò avanti un altro!
Per quanto ci si giri intorno, il concetto è sempre quello: assecondare il mercato e inseguire l’interesse distratto delle masse. E quindi viene comodo ritrarre l’artista come una persona eccezionale, un superuomo che si erge al di sopra della massa perché "speciale". Da qui il look figo, il gossip, le apparizioni in TV e nelle pubblicità: tutto per farti apparire "un modello" da imitare... ma – attento! - guai se fai una canzone più lunga di 3 minuti, costerebbe troppo far passare il video su MTv! Alla fine ci si riduce, più che a vendere la musica, a vendere l’immagine dell’artista stesso, costruita ad hoc, perché l'immagine si assimila in un attimo, la musica necessita di un ascolto ed è perciò più complicata da vendere...
L'autoproduzione, come la intendiamo noi, rifiuta tutto questo. Per noi l'autoproduzione ha senso quando crea qualcosa che propone orizzonti valoriali diversi da quelli dominanti. Ad esempio, niente "divi" ma persone normalissime che si esprimono e si confrontano alla pari con i propri simili; nessun palco ma solo concerti in mezzo alla gente; niente denaro per i nostri dischi, meglio offerte libere, scambi o regali; nessun cachè (parola tremenda!) quando si organizza un concerto, ma soltanto ospitalità, cibo e calore umano; nessuna competizione, ma comprensione reciproca e mutuo soccorso; nessuna presunta eccezionalità nel fare "arte", ma la semplice necessità insita in ogni essere umano di esprimersi; nessun obbligo "promozionale" nei nostri tour; solo la felicità di vivere esperienze incredibili che senza la band ci sarebbero precluse per sempre!
Per cui, per tornare alla tua domanda, non vi è alcuna necessità per un gruppo punk, come per qualsiasi altro individuo, di essere legato all’autoproduzione così intesa: se vai in cerca del tuo contratto discografico e vuoi farlo suonando punk, fai pure! Se invece la tua intenzione è quella di portare avanti valori di vita "altri" e, permettimi, migliori rispetto a quelli che dominano il nostro attuale sistema capitalistico, allora l'autoproduzione si impone come mezzo più efficace. Ma per delineare un nuovo mondo possibile, non occorre essere per forza un gruppo punk, ma si può essere, chessò, scrittori pulp, pittori informali, scultori decostruttivisti, militanti di qualche movimento no-work, musicisti pop-dance, graffittari metropolitani, poeti anarchici... oppure tutte queste cose insieme!

P: Dunque autoproduzione come impostazione di vita. Ho a volte l'impressione (e in certi casi la conferma) che questo concetto spaventi molta gente, non di meno musicisti punk più o meno legati al DIY. Proporgli una vita che esca da punti di riferimento canonici, conosciuti, e in quanto tali percepiti come sicuri, getta un velo di incertezza e insicurezza sulle proprie aspettative, capacità e conoscenze.
Credo che l'errore in questi casi sia pensare per estremi, credere che "autoproduzione come impostazione di vita" sia quasi una sorta di rinuncia ascetica ad una grande fetta di beni comuni che, oggi, fanno parte del concetto socialmente allargato di "uomo".
Eppure non è necessariamente cosi`. Ci sono pur sempre le "vie di mezzo". Cosa ne pensi? E com'e`, per fare un esempio pratico, la tua "impostazione di vita"?

S: Hai colto nel segno! Noi tutti, istintivamente, cerchiamo sempre di considerare sbagliato ogni concetto che comporti un cambiamento delle nostre abitudini. E' un caratteristico comportamento umano: autoconservazione! Quando però arrivi ad una certa maturazione, cominci a tenere a bada questo istinto che ti porta a screditare tutto ciò che è diverso da te e, a quel punto, ti accorgi che ci sono moltissime cose a cui hai sempre creduto senza spiegarti il perché! Praticamente come un cretino, eheh...
Ti faccio un esempio: il veganesimo. Fintantoché uno non ci pensa seriamente, comincia a trovare mille motivi per non praticarlo: "chi è vegano non sta bene di salute", "se l'intera umanità fosse vegana, non ci sarebbe sufficiente terra per coltivare tutti quei cereali", "l'uomo è superiore a tutti gli animali perché dotato di ragione", "in natura anche il leone mangia la gazzella", "ma dai, il maiale sta lì nella sua fattoria, se la gode, e poi quando arriva il momento di essere macellato non è che soffre" e via discorrendo. In genere ci accontentiamo di uno di questi luoghi comuni che, in quanto tali, rispecchiano la cosiddetta "cultura dominante" e ci convinciamo che quella cosa è sbagliata. Però, quando inneschiamo invece una riflessione seria su questi argomenti, senza pregiudizi, capiamo che la realtà è assai complessa e non si può liquidare con delle frasi fatte. Insomma, si inizia una ricerca e si comincia a capire veganesimo non significa affatto "fare rinuncie ascetiche", ma scoprire un nuovo mondo, un nuovo stile di vita, informarsi su cose che prima non si pensava esistessero nemmeno, provare tanti cibi nuovi dai sapori mai sentiti e si comprende, alla fine, l'insensatezza dell'attuale industria alimentare. E' come vivere un'elettrizzante avventura!
Lo stesso discorso si può applicare alla musica: quante volte abbiamo incontrato i "duri e puri", che ti dicono che l’hardcore va suonato sempre secondo le sue regole, senza mai cambiare? E ogni volta che ci si permette di insinuare il dubbio in costoro (che senso ha suonare una musica sempre uguale a sé stessa? Che cosa dovrebbe allora differenziare i gruppi tra loro?), le risposte sono sempre piuttosto vaghe o imbarazzate. Ed è allora ti accorgi che in queste persone è semplicemente scattato il meccanismo istintivo di autoconservazione di cui sopra. Non è cattiveria, è solo paura del diverso!
La verità è che per ogni cosa a cui si crede di rinunciare, c’è una scoperta; ad ogni cosa che cambia c’è un'altra che nasce; ogni cosa non-pensata nasconde un nostro possibile percorso di maturazione interiore: e, allora, non ci sono più tristi rinunce ma solo gioiose scoperte!
Per quel che mi riguarda "autoproduzione come stile di vita", in fondo, non significa altro che questo: vivere rendendosi costantemente conto della limitatezza delle leggi umane e per questo non smettere mai di proporre alternative sempre migliori ai modelli di vita dominanti. Personalmente, vale il discorso che ti facevo prima, sul fatto che non faccio miei i valori che invece questo sistema propone, come il divismo, l’idea dell’artista come individuo che anela a innalzarsi dalla massa, il connubio arte-merce, il successo, i soldi, lo sfruttamento dell’uomo sull'uomo, ecc...
D'altronde, questo sistema ha delle regole del tutto insensate! Come si fa ad essere contenti di lavorare 8-9 ore al giorno tutti i santi giorni? Ma perché poi? Pur non facendo un lavoro del tutto sgradevole, l'obbligo di svolgerlo nello stesso luogo e alle stesse ore del giorno, peraltro entro logiche economiche asfissianti e mortificanti, me lo fa andare subito di traverso. Sarei molto più produttivo a lavorare dove e quando cazzo mi pare! Credo che a nessuno piaccia starsene tutta la vita a far nulla: l’uomo ama lavorare ma fintantoché il lavoro è preso come un momento creativo o in cui si impara qualcosa.
E’ proprio come dice Bob Black! Molta gente crede che questo sistema sia giusto semplicemente perché non ha mai avuto il tempo o l’occasione di pensare a qualcosa di diverso! Appena si prova a vivere abbandonando la cultura dell’attuale sistema capitalista, si scopre che è tutto molto più bello, eheh…

P: E la musica in generale, e quella dei Kalashnikov in particolare, come può comunicare tutto questo? Ha davvero la forza di cambiare qualcosa, di proporre qualcosa, di aprire la mente, di indicare una strada...? O sono tutti concetti romantici e più vicini ad una bella storia che alle realtà del 2010?

S: Urca, beh, caro Flavio, qui non so proprio cosa risponderti... Credo che tu faccia bene a porre questa domanda, perché è proprio qui che sta il limite del nostro agire!
La verità è che nessuno può prevedere le conseguenze delle proprie azioni. Per quanto ci si provi, il futuro rimarrà sempre qualcosa di incerto. C’è stato un tempo in cui ho creduto che una canzone potesse cambiare il mondo: la rivoluzione con un unico, immenso urlo! Che figata, eh? Ahhh, l’adolescenza... Oggi, certo, non penso più così. Ma non sono disilluso: ho capito che i tempi dei cambiamenti sono lunghi e bisogna costruire tutto passo dopo passo. Inoltre, non è facile valutare l'impatto delle nostre azioni sulla realtà ed è proprio per questo che è difficile rispondere alla tua domanda. Tuttavia, quando ti capita di andare in tour a suonare ed entrare in contatto con realtà poverissime, autogestite da ragazzi e ragazze che, nonostante tutte le difficoltà, sono pronti a darti tutto quello che hanno, a mettersi in gioco senza pretendere nulla in cambio, per il semplice desiderio di sentirti suonare la tua musica, la stessa musica che, per quanto sgangherata, è riuscita, per una misteriosa alchimia che non riuscirò mai a spiegarmi, a penetrare nel più recondito angolo del loro cuore, è riuscita a far piangere, a creare dal nulla un intesa così profonda... beh, non so se questo cambierà mai il mondo, ma certo mi basta per dare un senso alla mia vita.
E' forse questo l’unico appiglio che mi è rimasto per resistere a quest’esistenza grigia e stupida, incastrati come siamo nel nostro decadente Mondo Occidentale, fatto di lavoro 8-9 ore al giorno negli stessi posti alle stesse ore, senza tempo per pensare, senza tempo per parlare, senza tempo per conoscersi, con poco, pochissimo tempo per amare. Di fronte a questo sistema vigliacco e crudele, l’eroismo di quelle persone che continuano a mettersi in gioco perché hanno limpida davanti a sé l’idea di un mondo migliore, è la visione più meravigliosa che un uomo possa mai desiderare e non smetterà mai di iniettarmi forza. Come dicevano i grandi Seminole, ci sono persone il cui coraggio "trasforma e commuove"... E, se tale coraggio ha trasformato me, allora ho la prova che questo possa valere anche per altri.

P: Facciamo conoscere un po' meglio i Kalashnikov come gruppo punk, dopo aver visto finora i Kalashnikov come persone. Un gruppo punk che come testi racconta delle storie, spesso con protagoniste femminili...

S: Le nostre storie nascono dall’urgenza di descrivere la realtà in maniera realistica e anti-ideologica. L'uso della "storia" raccontata in terza persona e non in prima è un espediente che ci è sembrato utile per rendere "universali" i sentimenti che vogliamo esprimere: come in un film, i nostri testi descrivono situazioni e personaggi in cui tutti possono immedesimarsi e, a modo loro, capire sulla pelle di chi li vive cosa significano concetti astratti come "guerra", "lotta al sistema", "amore", "odio", "ingiustizia" ecc.
La musica dei Kalashnikov rispecchia questa concezione: è una colonna sonora post-atomica di un cortometraggio punk! Cerchiamo di fare una musica evocativa ma che rimanga fedele alle nostre origini ruvide: niente sofisticherie o intellettualismi, non siamo musicisti, ma persone di carne e sangue!

P: E le protagoniste femminili? Puro caso o simbolo preciso?

S: Ho sempre avuto l’impressione che i personaggi femminili fossero più complessi di quelli maschili. Mi hanno sempre affascinato di più! Sinceramente non so bene il perché, ma l’immagine femminile è evocativa, dà l’idea di qualcosa di più ricco e sfaccettato, purché la si sovrapponga a dei personaggi non banali.
Forse perché nell’immaginario contemporaneo siamo costantemente intossicati da visioni di ragazze-copertina bellissime quanto fredde, vuote e insignificanti. Credo che l'universo femminile subisca molto più di quello maschile la pressione omologante del sistema: da sempre la donna viene catalogata in base alla sua bellezza fisica; sin da bambine si fa a gara al vestitino più grazioso, alla pettinatura più carina. E, spesso, ad iniziare questo gioco perverso sono gli stessi genitori. Quando poi si cresce, immagino quanto sia difficile ribellarsi a questo modo di pensare basato sulla competizione e sulla bellezza a tutti i costi: è l'amara eredità della millenaria cultura maschilista che ancora oggi ci portiamo dietro.
I Kalashnikov hanno sempre appoggiato i movimenti di liberazione della donna come le Riot-grrrls!, perché costituiscono un primo passo verso la completa emancipazione dagli attuali modelli imperanti basati sulla donna oggetto, bella e perfetta, a cui in fondo nessuno chiede mai di avere idee o sentimenti.
Le ragazze protagoniste delle nostre storie invece sono totalmente libere da questi cliché: possono avere sguardi di ghiaccio, pronunciare parole di fuoco, compiere gesti estremi, guidarci verso la rivoluzione, sparare, sabotare, distruggere, mettere bombe, sfrecciare a bordo di una moto e mille altre cose ancora che per le donne omologate che vediamo sulle riviste di moda patinate sarebbero impensabili!
La femminilità, insomma, penso che doni ancor più fascino ai nostri personaggi perché ne amplifica l'alterità rispetto a ciò che è "ovvio" e "già visto". Pertanto, tornando alla tua domanda e abbandonando la mia logorrea, sì, si tratta di una precisa scelta poetica…

P: Al riguardo è interessante vedere che i testi dei Kalashnikov sono sempre stati interpretati proprio da ragazze!
Milena è stata la seconda (e direi ormai storica, nonché più capace) voce del gruppo. Mi spieghi un po' cosa vuol dire questo ruolo? Io ho sempre cantato i miei testi, mentre tu dai voce a quelli scritti da Puj e Sarta (se non sbaglio sono loro a scrivere, giusto?), e mi incuriosisce davvero sapere cosa vuol dire cantare le parole di altri. Mi chiedo anche se tu e gli altri Kalashnikov mettiate mano a quelle parole, e in generale come consideri questi testi, scritti a mo di storia con protagoniste quasi sempre femminili.

Milena: Innanzitutto ti anticipo che nel/i prossimo/i album ci saranno anche testi miei. Perché non prima? Mah, in realtà ho taccuini in cui tra appunti, scontrini volanti e numeri non si sa bene di che cosa, compaiono frasi sparse, rimaste lì in sospeso, in attesa di assumere una forma compiuta. Forse ora è giunto il momento di salvare questi frammenti dalla confusione e dargli voce...
In quanto al mio "ruolo" (ruolo?), non è che una parte di un insieme, una componente avente la medesima importanza e lo stesso valore di tutte le altre componenti presenti nel gruppo. Musica e parole sono un connubio inscindibile. E proprio perché i nostri testi si presentano in forma narrativa più che nella forma dello "slogan" immediato e diretto, credo che la musica sia quanto mai fondamentale al fine di creare l'atmosfera in cui il racconto si cala.
Nel momento in cui avviene il mio approccio ad un testo per la prima volta, faccio sì che la successione di immagini prodottesi nella mia mente dalla narrazione a parole si lasci a poco a poco suggestionare dalla musica mentre ascolto gli altri suonare. A quel punto tali immagini iniziano a scivolare come sulla pellicola di un film ed io cerco di entrarvi a far parte e di lasciarmi trasportare. Da qui deriva la mia interpretazione di un brano.
In quanto alla partecipazione dei vari componenti del gruppo, è vero che chi scrive/elabora/interpreta siamo generalmente noi tre - Puj, Sarta ed io – ma suggerimenti, spunti e idee provengono da parte di tutti.

P: E cosa pensi del vostro ultimo disco? Te lo dico perché a mio parere è quello che hai meglio interpretato: c'è più grinta e più sfumature, una particolare per ogni canzone.

M: Nell'ultimo disco c'è un "salto evolutivo", che le orecchie di molti hanno percepito forse come un po' anomalo, che credo sia nato semplicemente dalla voglia di non fermarsi, fossilizzandosi agli argini di un'unico percorso, bensì di provare a comunicare ciò che sentiamo, sperimentando forme espressive diverse.
Per quanto mi riguarda, vi è un fattore emotivo che ha contribuito a dar corpo alla differenza nei confronti degli album precedenti. E' qualcosa di istintivo, dovuto ad un più forte coinvolgimento rispetto alle atmosfere suggerite dalla musica, che mi ha aiutata a calarmi nelle diverse situazioni interpretandone i protagonisti/e con un grado di empatia maggiore. Tale fattore emotivo può senz'altro essere stato influenzato anche da esperienze personali, che hanno determinato stati d'animo che possono aver influito sulla mia espressività (ovviamente non ti ammorbo con i fatti legati alle mie vicende personali... e ti lascio con la curiosità eheheh); in fondo in ciò che "raccontiamo" e nella nostra musica ci siamo anche noi, assieme a brandelli delle nostre vite...
Vi è poi un fattore tecnico, riguardante l'elaborazione complessiva di questo disco, che nasce dal fatto che essendo totalmente autoprodotto anche nella registrazione (fatta in gran parte in casa, adibendo a studi di registrazione cessi e cantine!), abbiamo avuto molto più tempo a disposizione per preparare ogni singolo pezzo. Ci siamo quindi potuti permettere di rifare quante volte volevamo le parti che non appagavano il nostro udito (il dio editing ha poi dato il tocco finale a tutto!) e di dedicare maggiore cura a dettagli su cui le volte precedenti, con l'ansia della sala e soprattutto del costo che poteva lievitare oltre i limiti delle nostre povere tasche, spesso sorvolavamo.

P: Abbiamo già detto che i Kalashnikov cercano di essere originali, se non semplicemente sé stessi.
Questa personalità si vede anche negli artwork e nel confezionamento dei dischi. Prendiamo per esempio "Dreams For Super-Defeated-Heroes", la cui confezione diventa una cupa croce greca; o "Music Is A Gun Loaded With Future", imbustato in un sacchetto di tessuto nero cucito a mano. In ogni disco, poi, c'è spazio per testi ed immagini quanto per riflessioni e descrizioni - fantastici ed utili gli approfondimenti dei testi in "Dreams For..."!
Nel mercato musicale emerge sempre di più la tendenza a dare più senso a ciò che sta materialmente attorno al disco; forse è per cercare di spingere di nuovo le persone a comprare i dischi? Non lo so di preciso, ma non mi spiace affatto: se ben usato è un mezzo aggiuntivo con cui il gruppo può comunicare. I Kalashnikov possono di sicuro dire di aver colto questa possibilità da sempre...

S: Beh, direi che hai già detto tutto tu! Abbiamo sempre pensato che, se vuoi esprimere qualcosa, lo puoi fare con tanti mezzi e ciascuno di questi, se sommato agli altri, rafforzerà l'efficacia di quello che andrai a comunicare: le singole arti possono operare in sinergia!
La confezione è parte integrante di un disco perché ne dà un assaggio dell'immaginario che vi è contenuto; perché limitarsi a concepirla come un semplice "contorno" o, peggio, come un mero involucro? La scelta del DIY poi ti permette di fare le cose in totale autonomia, anche rompendo gli schemi se vuoi, ed è un modo per vivere profondamente e completamente l'esperienze del "fare" un disco, dall'inizio (la scrittura delle canzoni) alla fine (la "confezione" di cui stiamo parlando), passando per tutte le tappe intermedie (la registrazione, il mixaggio, il mastering, la creazione dell’'artwork, la scelta del tipo di carta, la stampa…). E' come fare un’opera che è tutta tua!
Credo che vivere personalmente la totalità delle tappe di questa esperienza, ti faccia provare un senso di pienezza che raramente, in un mondo tutto fatto a catena di montaggio, abbiamo l'occasione di sentire sulla nostra pelle: è un sentimento appagante! E, inoltre, è una felicità che condividi con i tuoi compagni di viaggio…

P: Credo che la classica domanda "a quali gruppi vi ispirate" sia usata molto male, rendendo la risposta un noioso elenco di sterili nomi. Ecco perché arrivati a questo punto chiedo al gruppo di consigliare un po' di ascolti per chi volesse conoscerlo meglio.
Nel vostro caso vorrei essere un po' più specifico, se mi permetti. Mi piacerebbe sapere il titolo di qualche film, disco e libro che pensi aiuti le persone a capire meglio i Kalashnikov.

S: Uhm, personalmente direi:

Film: Alcune atmosfere delle nostre canzoni sono riprese dal filone poliziottesco all'italiana, che ha sfornato decine e decine di film tra gli anni 1968 e 1976: in particolare ti cito "I Milanesi ammazzano al Sabato" di Duccio Tessari, "Milano Calibro 9" di Fernando Di Leo e ovviamente "Milano Odia: la Polizia non può sparare" di Umberto Lenzi, che come ben sai è anche il titolo di una nostra canzone.
Sul filone fantascienza/cyberpunk/post-atomico ti cito, sul fronte americano, "Brazil" di Terry Gilham per la riflessione sulla società e la saga di "Mad Max" per l’ambientazione, mentre sul filone nipponico gli anime di "Ghost in the Shell 1 & 2", "Akira" di Katsuhiro Otomo (meglio il fumetto!) e l'allucinante "Tetsuo" di Shinya Tsukamoto.
Poi, non ti nascondo che siamo cresciuti con una buona dose di fantasy ed è inevitabile trovare riferimenti nei nostri dischi alle atmosfere di "Conan, il barbaro" di John Milius, un film che dice qualcosa di importante sull'inafferrabile segreto dell'epicità.
Proseguendo, nei Kalashnikov potrai trovare ogni tanto echi della saga horror-politica di Romero ("Zombie" su tutti), il cui concept è stato importante per la creazione del nostro immaginario.
Infine, è stato fondamentale l'incontro con il filone spaghetti western: quello più impegnato, con "Il grande silenzio" di Sergio Corbucci, "Faccia a faccia" di Sergio Sollima e "Quien sabe?" di Damiano Damiani, da cui sono tratte alcune riflessioni politiche e i riferimenti anarchico-libertari.
Ah, per concludere aggiungo anche un film folle e incatalogabile come "Spell – Dolce mattatoio" di Alberto Cavallone, che spiega un po' della nostra volontà di "rottura" con ciò che è socialmente consolidato.

Dischi: dunque, per lato "epico" dei Kalashnikov cito la colonna sonora de "La resa dei conti" di Ennio Morricone, davvero insuperabile e, ovviamente, quella del già citato "Conan, il barbaro" di Basil Poleduris. Poi, molta dell’epicità delle nostre canzoni viene dal versante "heavy-metal anni ‘80" e per cui andiamo con "Into Glory Ride" dei Manowar (sì, proprio loro, il metallo della mia giovinezza!), "Nightfall" dei Candlemas, "Deliver us from Evil" dei Warlord.
Il nostro lato invece più punk si è formato a colpi di rovina HC italiana con i Wretched di "La tua morte non aspetta" per Milano, i Declino di "Eresia" e i Frammenti de "L'Appeso" per Torino.
Dal punto di vista del songwriting è stato importante l’incontro con i Clash di "London Calling" prima e con gli Area di "Maledetti" dopo, mentre dal punto di vista attitudinale i riferimenti sono i Crass di "The Feeding of the 5000" e i Deton-Azione di Udine di "Sorvegliare e Punire".

Libri: Ah, i libri! Beh, qui è più difficile dare delle coordinate, perché si tratta di cose un po' più personali e meno "condivise" tra di noi. Comunque credo che il principale riferimento per comprendere i Kalashnikov sia la cultura del decennio '68-'78: ti potrei citare "Do It!" di Jerry Rubin, per il tono naif e gioioso con cui affronta il tema della contestazione; poi abbiamo conosciuto alcune espressioni della cultura di quegli anni attraverso la rivista "Re Nudo", la radio RadioAlice e il gruppo Area, per i quali si può comprendere qualcosa attraverso i testi rispettivamente di Alessandro Bertante, Bifo e Gomma e Gianpaolo Chiriacò.
Ah, beh, naturalmente non possiamo non citare il buon Hakim Bey di "T.A.Z." e il Bob Black de "L’abolizione del lavoro", due testi fondamentali, ma siamo già negli anni ’80. Per il resto, basta leggere il nostro blog, eheh.

P: Bene, pur sapendo che potremmo andare avanti a lungo direi che per questa volta ci fermiamo qui. E' stato un grande piacere chiacchierare con voi, come sempre. Se volete aggiungere qualcosa questo è il momento adatto.

S: Che altro aggiungere, caro Flavio, direi che ci siamo detti tutto... o quasi! Chiudiamo con l'angolo della citazione: "Le cose che è necessario imparare per farle, le si impara facendole: non c’è niente che non sia alla nostra portata". Così parlò un vecchio saggio del DIY! Forza, ragazzi, diamoci da fare…

 

Visitate il sito dei Kalashnikov:
www.kalashni.net

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