Francesco Alunni: un'intervista su un caso di controcultura underground in Italia
Un paio di settimane fa proposi a Francesco di fare un'intervista per un piccolo giornale presso cui collaboro, in modo di dare spazio alla sua recente opera. Si tratta di una tesi sul D.I.Y. italiano che Roberto Ceruti (Affranti, Salterò Autoproduzioni), ha deciso di valorizzare e diffondere tramite una stampa autoprodotta.
Questi progetti mi entusiasmano: danno la possibilità di far vedere che quello d.i.y. è davvero un mercato alternativo, dove con bassi costi si può produrre e comprare materiale espressivo ottimo. E questa tesi ne è l'ennesimo esempio. Si pone il duro compito di sistematizzare un argomento tutt'altro che facile da comprendere: vuoi per le sue diverse sfaccettature, vuoi per la caotica e ampia produzione che lo ha caratterizzato in oltre trent'anni.
Ma torniamo a Francesco.
Mentre pensavo alle domande mi sono lasciato prendere la mano, ponendo interrogativi che sapevo avrebbero dato luce a risposte troppo ampie per il piccolo spazio che avevo a disposizione. E ancora una volta il d.i.y. mi è venuto in aiuto. Ho pensato che sarebbe stato logico sfruttare i canali telematici attraverso cui il do it yourself nostrano si mostra.
Se ora state leggendo queste righe su un qualunque sito internet del web o mezzo cartaceo autoprodotto, vuol dire che il mio intento è riuscito.
Piter: Ciao Francesco, cominciamo subito a riscaldarci: con quali intenti e aspettative hai dato luce a questa tesi sul D.I.Y. italiano?
Francesco: Ciao Flavio. Sicuramente, se dobbiamo parlare di aspettative, l'unica che nutrivo inizialmente era quella di poter discutere una tesi interessante e ben esposta davanti alla commissione universitaria, in quanto ci tenevo a concludere dignitosamente un percorso di cinque anni di studi.
Scrivere una tesi di laurea è un lavoro che occupa mesi di dedizione e impegna molte energie, per cui scrivere di autoproduzione e controcultura mi è semplicemente parso il modo migliore per affrontare un lavoro del genere: dato che questi sono argomenti che da anni sento molto vicini e legati al mio quotidiano, devo ammettere che c'è stato più piacere che fatica nella stesura del testo.
Il primo intento era quindi scrivere di qualcosa che mi piacesse davvero, anche per il piacere intrinseco dell'approfondimento personale; e magari presentare un lavoro che si differenziasse dalla tipica tesi sull'analisi della pubblicità che era (e forse è ancora) tanto in voga nel mio corso di Scienze della Comunicazione.
Che poi questo lavoro potesse venire stampato e pubblicato, e che si potesse diffondere anche all'interno dello stesso ambiente in esso analizzato, non era affatto nelle mie previsioni. Per questo devo infinitamente ringraziare Roberto e la sua Salterò Autoproduzioni, dato che grazie alla sua iniziativa e alla sua tenacia ora la mia tesi ha la possibilità di poter circolare ed essere letta da chi ne è interessato: altrimenti sarebbe probabilmente diventata solo l'ennesimo oggetto cattura-polvere sulla mia mensola...
Sono molto felice del lavoro che ha fatto e di come la pubblicazione sia riuscita!
P: Ci sono delle conclusioni particolari a cui sei giunto, finito il lavoro?
F: Di conclusioni se ne possono presentare diverse e tutte potrebbero essere fonte di relative discussioni. Ogni tematica è soggetta alle relative considerazioni di chi l'affronta, per cui non mi sbilancerei a tracciare delle mie personali conclusioni, ma preferirei che chiunque traesse dagli spunti proposti delle opinioni basate sulla propria esperienza e soggettività.
La mia tesi finale vuole semplicemente indicare come la realtà dell'autoproduzione fosse inizialmente nata da uno spirito di opposizione al music business e ai suoi circuiti, per poi assestarsi su dei propri canoni di riferimento e delle linee guida che l'hanno differenziata con discreta evidenza dal mercato discografico ufficiale, ponendola su un asse parallelo. Nell'arrivare a questa conclusione, si è parlato di etica D.I.Y. e margini di libertà; di esistenza o meno di una scena all'interno di questo fenomeno; del supporto più o meno utile ed efficace del mezzo internet; di parallelismi tra Italia e altre nazioni europee. Insomma, di tanti spunti dove non possono che prevalere le opinioni personali, di cui era necessario tenere conto per l'elaborazione della tesi.
P: Hai fatto scoperte inaspettate?
F: Direi che la scoperta più inaspettata è consistita nello stupore che ho provato nel ripercorrere la storia del fenomeno do it yourself, dal momento del suo arrivo in Italia sino alla sua condizione nei nostri giorni. Rispolverandone la storia e le sue evoluzioni non si può non rimanere affascinati e catturati da mille eventi che la rendono qualcosa di unico e grandioso, e ci sono un sacco di episodi che mi è piaciuto rispolverare e descrivere.
Quando parlo del mio stupore mi riferisco a quello che ho provato nel ripercorrere un sentiero tracciato da ben prima che io lo potessi conoscere e seguire: è sempre bello confrontarsi con ciò che ci ha preceduto e che ha indicato una via per noi significativa.
Poi non mi sarei mai aspettato tante divergenze su talune tematiche da parte dei soggetti intervistati all'interno della parte empirica (una ricerca sul campo svolta attraverso un questionario strutturato): d'altronde questo sottolinea quanto sia prioritaria la soggettività di ogni singola persona e del suo background di esperienze.
P: Il concetto di "scena" all'interno del punk italiano è sempre oggetto di dibattito: molti sostengono che non c'è alcuna scena, mentre altri continuano ad usare questo vocabolo, magari con significati diversi. Che idea ti sei fatto compilando questa tesi?
F: E' uno dei grossi temi trattati e preferisco considerarlo uno spunto di riflessione per chi lo andrà a leggere.
La mia opinione è che sarebbe bello poter parlare di un'unica scena, ma in realtà manca la coordinazione e le strutture (troppe disparità territoriali!) per poterlo fare, e allora mi pare più corretto dover parlare dell'esistenza di diverse scene. Scene locali o regionali, ognuna caratterizzata da individuali peculiarità, che cercano di interagire quanto più possibile per la realizzazione di obiettivi comuni, senza riuscire a conquistare quell'unità che sarebbe necessaria per la costruzione di una realtà nazionale concreta.
Ma le divergenze di vedute e le differenze attitudinali che entrano in gioco in questo caso possono essere tanto un limite quanto un pregio. In qualsiasi caso queste diversità esistono; tanto vale parlare di diverse piccole scene interagenti.
P: Pensi di poter tracciare un percorso storico del D.I.Y. italiano legato al punk?
F: Sì, credo che grossomodo sia possibile tracciare un percorso di questo tipo, che parte della comparsa delle prima fanzine italiane sul finire degli anni '70 e, attraversando la nascita degli squat, gli alti e bassi del nostro panorama musicale, l'avvento di internet ecc., arriva sino ai giorni nostri, in cui sembra che siano la confusione e l'incertezza a farla da padrona.
Certo, è una storia quasi trentennale, impossibile da riassumere in poche righe, impossibile da sintetizzare in pochi concetti.
P: E un parallelismo con il D.I.Y. italiano e quello europeo?
F: Anche qui è difficile fare un discorso generale. L’Europa contiene una tale variegata gamma di realtà, da rendere difficile un confronto unitario. E anche se volessimo usare come termini di paragone ogni singola nazione, bisognerebbe ogni volta differenziare i diversi parametri di analisi.
Grossomodo si può dire che stiamo messi maluccio, e credo che qualsiasi band italiana che si sia fatta un tour in Europa potrebbe dartene conferma. Pecchiamo in strutture e organizzazione: da noi gli eventi punk in programma hanno una dimensione meno professionale e spesso ci si trova di fronte a situazioni mal gestite; inoltre, gli spazi a disposizione sono pochi e le possibilità di organizzare concerti limitate (nei giorni infrasettimanali è quasi impossibile farlo!), e a mio avviso anche il pubblico stesso è meno attento e reattivo che in altri Paesi europei.
Tuttavia, per come la vedo io, non pecchiamo affatto nella qualità musicale che la nostra nazione propone e, a volte, esporta: abbiamo una discreta cifra di band che non hanno nulla da invidiare a quelle consolidate del panorama europeo, se non la loro possibilità di poter usufruire di strutture più efficienti.
P: Tu sei anche un membro attivo all'interno della realtà D.I.Y. italiana, sia come spettatore che come membro di un gruppo (Slight) e co-fondatore di una piccola etichetta indipendente (Piccole Speranze).
Mi sembra interessante sapere se ci sono idee, critiche e suggerimenti relativi alla realtà D.I.Y. che ti sono venuti in mente una volta finito il lavoro.
F: Credo che il panorama do it yourself italiano sia prevalentemente composto da cellule attive come me, che si dilettano a suonare, organizzare concerti, produrre dischi o scrivere fanzine, e questo è un grosso bene e una immensa risorsa.
Io, all’interno di questo mondo, ho avuto modo di conoscere alcune persone con cui avverto un'affinità di idee particolare e stimolante, e nella maggior parte delle occasioni il rapporto di amicizia che mi lega a chi si muove in questa mia stessa direzione è al di sopra di tutto.
Se c'è qualche consiglio che timidamente mi sento di poter dare, è semplicemente quello di essere aperti e onesti con tutti, senza ingigantire tante piccole differenze di attitudine e pensiero che in realtà sono solo sfumature di uno stesso modo di vedere le cose.
E soprattutto occorre ricordarsi sempre che dietro tutto quello che si muove nel mondo delle autoproduzioni devono esserci un messaggio e un contenuto che sappiano mantenere in vita i principi secondo cui tutto ciò è nato, per cui non c'è spazio per atteggiamenti da star, opportunismo o arrivismo: di persone che credono in queste idee ne è già pieno il mondo. L'autoproduzione è una scelta, non una sfiga.
P: C'è qualcos'altro che vuoi aggiungere?
F: Grazie mille Flavio per il tuo interesse e per questa bella chiacchierata telematica. Per chiunque volesse scambiare qualche opinione a riguardo di quanto discusso può scrivermi liberamente a slightmyfire@yahoo.it, a me fa solo piacere! Infine ringrazio tantissimo Roberto e Salterò Autoproduzioni per avere pubblicato questo lavoro regalandomi una grossa soddisfazione: grazie di cuore a lui e a tutti i ragazzi che hanno curato le illustrazioni del lavoro.
Un saluto a tutti voi! Mi congedo con una sempre gradita citazione: "Revolution starts at home, preferably in the bathroom mirror".
Leggi o scarica la tesi di Francesco Alunni:
www.autistici.org/diy_tesi



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