Vivisezione
Vivisezione. Una parola di cui più o meno tutti conosciamo il significato, ma forse non tutti immaginano cosa possa nascondere e di cosa si tratti veramente.', 1, 'E proprio a questo proposito cercherò di dare qualche spiegazione, premettendo che non sarà nulla di scientifico ma semplicemente qualche informazione generale che spero renderà più consapevole chi legge di quello che consuma.
Innanzitutto per vivisezione o sperimentazione "in vivo" si intende qualsiasi esperimento eseguito su animali o esseri umani, attività che consiste nel sezionare per scopo di studio un organismo vivente. Questa pratica non è certo una invenzione moderna, basti pensare che già nel mondo antico Aristotele, attraverso i suoi testi, Storia degli Animali, Parti degli Animali e Riproduzione degli Animali, fu il primo a tentare una descrizione e una catalogazione dei vari tipi di animali, sostenendo la pratica della vivisezione. Mi limito ad un semplice accenno sul pensiero di Aristotele e di altri autori dell'antichità greco-romana a questo proposito, in quanto un approfondimento richiederebbe molto spazio e soprattutto interesse da parte di chi legge questo articolo. "E' frugando all'interno del corpo degli animali - scrive Aristotele - che si può vedere "non senza disgusto", di che cosa sia costituito il genere umano: sangue, carne, ossa, vene e simili parti"; egli fissò anche delle regole precise per i vari metodi di uccisione "scientifica" in relazione ai tipi di fenomeni che si volevano studiare. Ad esempio, per studiare il sistema vascolare bisognava disporre di animali morti per soffocamento dopo averli fatti dimagrire.
Nell'antichità non mancavano autori che, al contrario, si preoccupavano di difendere gli animali, come Plutarco con il suo Del Mangiar Carne in cui afferma: "Come ardì il primo tra gli uomini insanguinarsi la bocca, appressarsi alle labbra la carne del morto animale, ponendosi avanti…le membra che poco avanti belavano, mugghiavano, andavano e vedevano? Come poterono soffrire gli occhi di scorgere l'uccisione degli animali scannati, scorticati, smembrati?".
La vivisezione ebbe poi un notevole incremento con lo sviluppo del metodo sperimentale nel Seicento e Settecento, aiutato anche dalla filosofia cartesiana dell'animale-macchina, diventando poi, a partire dal secolo scorso una pratica costante e diffusa.
Oggi si preferisce parlare di sperimentazione animale e non più di vivisezione, trattandosi di un vocabolo più allusivo e meno scioccante per il grande pubblico, che viene sempre più spesso coinvolto in ampi dibattiti su questo argomento. Ma non è certo cambiando nome che si cambia la natura delle crudeltà a cui gli animali vengono sottoposti, spesso nell'inosservanza delle pur minime norme di tutela che regolano questa materia.
Chi pratica la "sperimentazione animale"?
Industrie chimiche, farmaceutiche, cosmetiche, laboratori ospedalieri, istituti pubblici e università. Ogni anno, solo in Italia, più di 1.130.000 animali (cioè 3.000 al giorno) vengono utilizzati per prove di laboratorio. Chi sperimenta sugli animali dice che sono abbastanza "simili" all'uomo. Ma il concetto di "simile", da un punto di vista scientifico risulta alquanto vago e del tutto privo di valore! Se qualcuno ti dicesse che nella stanza accanto non c'è ossigeno ma un gas molto "simile" all'ossigeno ci entreresti? Se avessi bisogno di una trasfusione di sangue, la faresti con una sostanza molto "simile" al sangue umano? Gli animali sono simili a noi nel percepire il dolore o la paura, ma sono diversi per i meccanismi di assimilazione, per struttura fisica e biochimica. Il grandissimo sviluppo della farmacologia ha aggiunto un numero enorme di esperimenti con animali per testare i farmaci: dalla somministrazione delle varie sostanze per verificarne la tossicità (fino alla morte), agli studi sul grado di cancerogenesi di alcune sostanze, procurando alle cavie tumori di vario tipo e tantissimi altri esperimenti.
Ma oltre ai farmaci esistono svariati prodotti, di cui facciamo uso quotidianamente, la cui tossicità deve essere prima testata e ogni giorno veniamo costantemente a contatto con prodotti derivanti dallo sfruttamento o dall'uccisione di animali (senza rendercene minimamente conto): dagli alimentari ai cosmetici, dai detersivi ai dentifrici e così via. Non ci si immagina neanche lontanamente quanti animali muoiono sfigurati da rossetti o intossicati da profumi o bruciati da creme. Per provare un nuovo ingrediente, gli animali sono costretti ad inalare per sei ore al giorno del talco o a respirare per quattro ore di seguito un decolorante per capelli o ad ingoiare del dentifricio. Gli occhi vengono irradiati con raggi ultravioletti o vi viene iniettato del collirio (i conigli sono tra i più utilizzati perché non lacrimano e devono subire gli effetti devastanti senza alcuna possibilità di reazione naturale per espellere la sostanza, fino alla distruzione del bulbo oculare). Eppure sono già più di 8.000 gli ingredienti già disponibili per le aziende, senza considerare che ci sono sempre più sicuri test alternativi, ormai largamente praticati, come le ricerche su colture cellulari, proteine vegetali o su pelle artificiale.
Perché allora continuare? La risposta è semplice e facilmente intuibile: spesso per favorire le carriere scientifiche e il più delle volte per interessi commerciali e per continuare ad incamerare aiuti pubblici e privati destinati alla ricerca. Gli interessi economici, come sempre, prevalgono su qualsiasi altro criterio, anche quello della logicità.
Sarebbe interessante analizzare la regolamentazione legislativa in materia di vivisezione, ma per motivi di spazio mi limito a citare solo la legge 413 del 12 ottobre 1993 che riconosce il diritto all'obiezione di coscienza alla sperimentazione animale per medici, ricercatori, personale sanitario e studenti universitari (per una volta l'Italia si fa onore essendo stata il primo paese al mondo a riconoscere questo diritto).
L'obiezione di coscienza ha lo scopo di tutelare il diritto di ogni persona a non compiere atti che siano contrari alla sua coscienza, in quanto implicano violenza verso terzi e l'aver esteso questo diritto in materia di vivisezione significa riconoscere che tale pratica costituisce violenza contro gli animali (e questo è un grande passo in avanti).
Sebbene in minima parte, come consumatori, possiamo contribuire alla lotta contro l'uso dei test sugli animali, scegliendo i prodotti cruelty free (cioè quei prodotti che non siano testati sugli animali) facendo maggiore attenzione a quello che acquistiamo. E mi rivolgo soprattutto a chi ha fatto una scelta vegetariana (come la sottoscritta) o vegan, per motivi etici, oltre che salutisti. Perché alla fine non avrebbe senso scegliere di non mangiare animali e prodotti derivati per risparmiare loro enormi sofferenze, non tenendo in considerazione tutti gli altri esperimenti a cui vengono sottoposti per farci trovare al supermercato il dentifricio per denti più bianchi o il dopobarba per l'uomo che non deve chiedere mai!
Basterebbe cominciare a leggere le etichette dei prodotti e sapere il significato dei vari simboli e diciture che vi si trovano scritti.
Oltre alla dicitura prodotto non testato su animali si possono trovare altri simboli: il simbolo V indica le aziende che hanno prodotti privi di ingredienti ottenuti uccidendo animali (grassi animali, oli animali, gelatina, acido stearico, glicerina collagene, placenta, ambra grigia), il simbolo V+ indica le aziende i cui prodotti sono privi di ingredienti ottenuti uccidendo animali e ingredienti come uova, prodotti caseari, lanolina, miele, cera d'api.
Sono la prima ad ammettere che sarebbe veramente impossibile, o quasi, fare quotidianamente uso di prodotti non testati sugli animali, ma un nostro piccolo sforzo contribuirebbe almeno a diffondere questo modello di "consumo intelligente" utile non solo agli animali, ma anche all'ambiente e alla nostra stessa salute.
Paola


