OGM: la rivoluzione della biotecnologia

Sugli scaffali dei supermercati e sulle nostre tavole potrebbero già essere presenti, quasi indistinguibili dai loro parenti naturali e originali, nascosti nelle merendine e nei biscotti, nei surgelati e nelle scatolette: pur tra mille polemiche gli alimenti geneticamente modificati (o cibi transgenici) sono tra noi. In Inghilterra si sono addirittura guadagnati la definizione di "Frankenfood" (il cibo di Frankenstein) quasi a farci intendere che, come il mostro di Mary Shelley, il cibo costruito manipolando pezzi di DNA potrebbe ribellarsi al suo creatore.
Ma cosa sono esattamente i cosiddetti "alimenti transgenici" di cui sempre più spesso tutti parlano e scrivono? Cercherò di spiegarlo in maniera molto semplice. Si tratta di alimenti che contengono dei geni estranei al loro DNA. In pratica viene modificata la loro struttura genetica, allo scopo di ottenere caratteristiche particolari che li rendano maggiormente commerciabili.
Oggi ad essere manipolati sono alcuni vegetali come il mais e la soia e i geni inseriti nella struttura del loro DNA sono due: uno che produce una tossina in grado di rendere la pianta resistente agli insetti, l'altro che preserva dagli erbicidi. Entrambi sono autorizzati in Europa e soia e mais vengono utilizzati nell'industria alimentare, sia come ingredienti di base, sia come additivi.
Soia e mais sono appunto le colture più interessate dalla rivoluzione biotecnologica: commercializzate negli Stati Uniti nel 1995, le due colture GM sono approdate in Europa nel 1996.
L'utilizzo delle nuove varietà geneticamente modificate si sta espandendo molto rapidamente. Basti pensare che le varietà vegetali geneticamente modificate e la cui commercializzazione è stata approvata dalle autorità sanitarie sono almeno 64 negli Stati Uniti e in Canada, 20 in Giappone e 8 in Europa. La schiacciante maggioranza delle coltivazioni si trova in USA, Argentina, Brasile, Australia, Messico, Canada e per il 99% si tratta di soia e mais. In Europa non esistono ancora colture commerciali dei nuovi vegetali, se si escludono i circa 10.000 ettari di mais che verranno messi a coltura in Spagna (che è stato il paese europeo più tollerante nei confronti degli alimenti modificati dove il limite consentito era del 5%, ma ora sembra aver cambiato atteggiamento e una sola azienda spagnola è autorizzata a coltivare mais transgenico). In Francia, invece, i previsti 2.000 ettari a mais sono stati congelati per almeno due anni in attesa di nuove decisioni. Il governo britannico, dopo aver proclamato che i cibi modificati geneticamente non avevano effetti dannosi per la salute, ci ha ripensato (complice anche la vicenda di "mucca pazza") ed ora ha accettato la normativa europea. In Italia esistono solo campi semina sperimentali, di cui non è possibile conoscere la locazione. Si sa comunque che vengono sperimentate varianti transgeniche di svariate piante, dalle barbabietole alle patate, dai pomodori al radicchio e al tabacco, per migliorarne la qualità industriale, per controllare il processo di marcescenza o di maturazione (per la raccolta meccanica) o per aumentare la resistenza alle malattie. A proposito di pomodori… che dire di un pomodoro con una durata di conservazione praticamente illimitata? E' il caso del pomodoro americano Flavr Savr TM, il primo vegetale da consumo alimentare geneticamente modificato introdotto sul mercato americano nel 1994. Beh direi che fa un effetto strano pensare che si possa mangiare un pomodoro comprato 3 mesi prima. In effetti, i critici, hanno poi rilevato che la modificazione genetica induce semplicemente il rallentamento della decomposizione delle pareti cellulari, ma tutti gli altri processi di invecchiamento (come per esempio la decomposizione della vitamina A e C e altri preziosi elementi nutritivi) avvengono normalmente. Quindi l'alimento è solo apparentemente fresco, mentre il suo valore nutritivo può essere prossimo allo zero. Cioè come dire che si mangiava una cosa rossa, più o meno rotonda, definibile pomodoro solo per colore e forma…Il Flavr Savr oggi non è più in commercio.

Ma com' è nata la biotecnologia? Nel 1982 la Federazione europea di biotecnologia dava la prima definizione ufficiale di questa disciplina che già stava rivoluzionando la medicina e l'industria alimentare: "La biotecnologia è l'utilizzazione integrata di biochimica, microbiologia e ingegneria per realizzare applicazioni tecnologiche partendo dalle proprietà di microrganismi, di colture cellulari e altri agenti biologici". A partire dagli anni Settanta alla biotecnologia tradizionale si è infatti aggiunta l'ingegneria genetica, basata appunto sulle combinazioni del DNA, che ha aperto nuove possibilità, ponendo però innumerevoli implicazioni di natura etica, sociale e giuridica. In realtà, la biotecnologia, intesa nel senso più generico del termine risale a tempi antichi: basti pensare alla produzione di bevande alcoliche (vino dall'uva o birra dai cereali) attraverso la fermentazione degli zuccheri operata da batteri, documentata a partire dall' 8000 a.C.; la panificazione attraverso il lievito è antica di almeno 6000 anni. Ma solo nell'epoca moderna è maturata una visione scientifica che ha portato alla comprensione esatta dei meccanismi di quei processi, permettendo un controllo scientifico e tecnologico di quegli stessi processi chimici e biologici, applicandoli però su scala industriale.

Le aziende agrobiotecnologiche prevedono che entro il 2005 sarà disponibile una generazione di prodotti transgenici, cosiddetti "cibi funzionali" e i "nutrifarmaci", rivolti al miglioramento qualitativo dell'alimentazione e con finalità terapeutiche. Ad esempio frutta e verdura con un contenuto aumentato di vitamine, cereali con più fibra e addirittura veri e propri alimenti terapeutici come la banana che contiene il vaccino per l'epatite B.

Ma è davvero così semplice? Perché allora così tanti dubbi e polemiche in proposito? Ci dobbiamo fidare?
Quali sono i rischi per la salute umana, oltre a quelli sull'impatto ambientale? Qui il discorso si complica e cercherò in modo sintetico di dare una spiegazione come risposta a queste domande. Ovviamente gli eventuali rischi vengono minimizzati dai produttori e dai sostenitori delle biotecnologie. Le valutazioni sono estremamente differenti: già emergono grosse spaccature tra USA (che non pongono limiti alla ricerca e all'uso di alimenti transgenici) ed Europa (che si muove invece con maggiore cautela). Le possibilità di rischio per la salute umana sono principalmente due:
1) Nuove allergie: manipolare geneticamente un organismo vuol dire introdurre una molecola di DNA che gli permette di produrre una proteina che prima non era in grado di fabbricare. Noi ci nutriamo da sempre di proteine, ma esse talvolta (così come altre sostanze) possono essere rifiutate dal nostro organismo. E quando questo succede il nostro organismo reagisce in modo violento con quella che chiamiamo "reazione allergica" o allergia. I fautori degli alimenti GM sostengono che l'introduzione di cibi manipolati nella nostra dieta non può causare rischi di nuove allergie, citando l'esempio dell'introduzione del gene di banana nel pomodoro, omettendo però di precisare che - in questo caso - si tratta di cibi abitualmente consumati. Spesso però l'ingegneria genetica riguarda geni e quindi proteine che non fanno parte del consumo alimentare tradizionale: i rischi non sono prevedibili se il gene "trapiantato" , ad esempio nel grano, con cui facciamo pane e pasta, proviene da uno scorpione o da una petunia o da altri organismi finora mai utilizzati nell'alimentazione (non so voi, ma a me queste possibilità risultano piuttosto sconvolgenti).
2) Resistenza agli antibiotici: gli antibiotici sono le uniche armi efficaci contro i batteri patogeni (cioè che causano malattie) ma a causa dell'insorgenza di resistenza agli antibiotici queste armi sono sempre meno efficaci. Numerosi studiosi temono che la diffusione di geni con resistenza agli antibiotici - tipici delle piante transgeniche - si creino nuovi batteri contro i quali nessun antibiotico possa agire.

Un'altra questione di fondamentale importanza è l'impatto delle biotecnologie sulle già precarie economie rurali dei paesi in via di sviluppo. I sostenitori - le multinazionali delle biotecnologie, ricercatori e alcune organizzazioni internazionali - ritengono che una grande innovazione agricola non potrà che migliorare anche i paesi agricoli più poveri del Sud del mondo. Ma c'è chi sostiene l'esatto contrario e cioè che le biotecnologie porteranno ingenti profitti nelle casse delle multinazionali, arricchendo ulteriormente i paesi ricchi senza prestare attenzione ai danni e ai bisogni dei paesi più poveri.

Le considerazioni che si possono fare a questo proposito sono infinite: ognuno farà le proprie. L'importante è che ogni considerazione venga fatta sulla base di informazione e conoscenza di tutte le implicazioni che i gli OGM (organismi geneticamente modificati) avranno. Come consumatori è un dovere informarsi su quello che consumiamo ed è un diritto avere la possibilità di farlo.

Paola