Music for (one followed by many) zeroes
L'enorme diffusione delle nuove tecnologie che si è avuta negli ultimi dieci anni ha portato anche ad una maggior presenza della musica nella vita quotidiana; contemporaneamente, tuttavia, si sta pure compiendo una trasformazione del "ruolo" che viene attribuito alla musica. Su questo sito si è già discusso in precedenza di fenomeni come il P2P ("peer-to-peer"), ossia il libero scambio di file (non solo musicali) tra utenti connessi tramite la rete; qui discuteremo invece aspetti più legati alle trasformazioni del significato che la musica sta subendo, nella concezione comune, in riferimento alle forme di musica "genericamente pop(olare)" -escludendo quindi le forme musicali ritenute "colte" o "accademiche" come ad esempio la musica classica.
Il fenomeno della diffusione della musica nella vita quotidiana nasce con la "riproducibilità tecnica delle forme artistiche", e si è manifestato su vasta scala sostanzialmente a partire dal XX secolo. Questo processo è tuttora in corso, come mostra il fatto che negli ultimi dieci o venti anni la qualità degli strumenti di riproduzione musicale è cresciuta costantemente, assieme alla loro diffusione.
La musica ha quindi fruito di una sempre maggiore "reperibilità" (la stessa possibilità di comprare/scaricare musica da internet è un esempio in tal senso) e anche di una sempre maggior "penetrazione" nella vita quotidiana. Oggi le canzoni servono persino come suonerie per i cellulari, non c'è supermercato o grande negozio che non diffonda musica in sottofondo mentre facciamo la spesa, la stragrande maggioranza delle automobili ha una autoradio, moltissimi spot pubblicitari in TV vengono sonorizzati con pezzi di gruppi famosi (...o destinati a diventarlo, dopo che quindici secondi di una loro canzone finiscono a fare da sottofondo alla sequenza di uno sporcaccione che fa il bagno senza levarsi di dosso i jeans).
Tuttavia, questa sempre maggior presenza della musica si sta anche accompagnando ad una "trasformazione" del ruolo che essa assume nella quotidianità: come mostrano molti degli esempi appena citati, la musica viene sempre più ad assumere un ruolo "secondario" rispetto ad una diversa azione che si sta compiendo, relegata a "creare una ambientazione favorevole", a "non disturbare" mentre si sta facendo altro. Questo mette decisamente in secondo piano e riduce notevolmente -quando non annulla del tutto- il potenziale di comunicazione che la musica stessa può avere, e la trasforma semplicemente in uno strumento "funzionale" ad una diversa azione.
In particolare, poi, spesso questa "diversa azione" consiste nel "comprare" -e più precisamente (e questo è forse l'aspetto più significativo) nel "comprare qualcos'altro".
Vi siete mai chiesti perché in tutti i negozi (esclusi al più i negozi di dischi specializzati in un genere particolare) si diffonde lo stesso tipo di musica? Che solitamente è un pop commerciale sentito, risentito e strasentito? Semplicemente perché deve essere un tipo di musica che sia "familiare" per il maggior numero possibile di persone (per il cliente-medio, i Threadbare non sarebbero così familiari come Britney Spears...), "molto conosciuto", deve essere una canzone "uscita di recente" (se devono mettere Light My Fire, si può star certi che sarà la versione coverizzata da Will Young, non quella originale) e infine -punto importante- che sia "semplice da sentire".
Non "semplice" nel senso di "musicalmente non elaborata" (come potrebbe essere anche una Anarchy In The UK), ma "semplice da sentire" nel senso di immediata, orecchiabile, che non disturbi (i riff -se ci sono- devono essere pulitini; dissonanze e tempi dispari sono invece aboliti; i testi non devono parlare di cose difficili o controverse) ma che sia invece accattivante (e quindi eventualmente anche molto elaborata, dal punto di vista di suoni, effetti ed arrangiamenti vari), che non richieda sforzo per ascoltarla, e soprattutto che non sottragga concentrazione...mentre si acquista il detersivo!
Tutte queste caratteristiche mostrano che la musica assume quindi un ruolo semplicemente marginale, volto a creare/suggerire una ambientazione "favorevole" rispetto a qualcos'altro. La musica deve essere passiva: non deve assolutamente sottrarre energie mentali/emotive/fisiche all'`"altra azione" che si sta compiendo, che solitamente è di tipo commerciale -sia che si tratti di comprare gli assorbenti igienici al supermercato, la visione di un film al cinema, o una chiamata telefonica sul cellulare.
Questo utilizzo della musica porta ad uno svuotamento dei significati/messaggi che essa può esprimere, ne sottomette il valore artistico ed emotivo, dirottandolo verso un "secondo fine" esterno, e in definitiva ne compromette la stessa essenza di forma di comunicazione. La musica, come viene comunemente concepita, sta assumendo sempre più il ruolo di uno strumento adatto a "suggerire una atmosfera", a "creare condizioni favorevoli per qualcos'altro"; uno strumento, però, inevitabilmente destinato a rimanere in secondo piano.
Qual è l'alternativa a questo scenario? A questo "impoverimento di significato" che la musica subisce? Esiste oggi una tale alternativa?
Probabilmente la risposta è SI': un'alternativa esiste; ed è possibile cercarla risalendo all'aspetto di comunicazione della musica stessa. Cercando nella musica non solo "un sottofondo carino che non mi disturbi mentre faccio altro", ma un mezzo che veicoli un messaggio emotivo e/o attitudinale. Che "dica qualcosa", anziché semplicemente "suggerire un'atmosfera".
E la musica punk, grazie ai suoi caratteri (che ne fanno da sempre qualcosa di intimamente diverso sia dal pop che dal metal -i quali per certi versi sono persino affini tra loro) è una forma particolarmente adatta per questo.
Infatti, a ben vedere, non è un caso che molti aspetti diversi -e apparentemente contrastanti- si siano sviluppati in maniera così organica proprio nel punk: dal violento nichilismo del '77 all'impegno militante dell'hardcore negli anni Ottanta; da un tipo di sensibilità "emo" all'attitudine SXE; dalla ricerca di divertimento delle band di scuola californiana, ai toni plumbei del post-HC. Questo non è tanto legato ad una "forma" del punk in sé (dal momento che la forma estetica dei vari sottogeneri cambia molto) bensì ai caratteri "essenziali" alla base del fenomeno: si potrebbe dire (con un termine che qui va letto in un senso molto generale) all'"attitudine".
Il punk infatti nasce dal basso, da chiunque lo ascolti e lo viva, e nasce per gridare e comunicare, per tentare di liberare emozione o sofferenza nel modo più diretto e naturale possibile: il punk è qualcosa in cui l'attitudine viene prima della musica, e in cui -di conseguenza- la musica non può "degradarsi" a semplice strumento funzionale ad un "secondo fine".
Ora, le trasformazioni del mondo contemporaneo hanno compromesso la possibilità di esprimere questa "attitudine"? L'hanno forse resa "obsoleta", "storicamente superata"?
No.
Anzi: in un mondo in cui i problemi (su ogni scala) sono tanto vasti e talmente complessi, e in cui d'altra parte le attuali tecnologie permettono di avere a disposizione strumenti di comunicazione potenti come mai nel passato, è tanto più urgente ed "attuale". Di fatto, le nuove teconologie sono uno strumento prezioso, praticamente insostituibile, per sviluppare in modo concreto esperienze creative e di comunicazione. Innanzi tutto perché consentono la creazione di una "rete" impensabile fino a pochi anni fa (Radio Riot non avrebbe potuto essere trasmettessa per telefono; e probabilmente non ci sarebbero stati i soldi per installare su tutta la "One Nation" tanti ripetitori quanti sono quelli che diffondono Radio DeeJay...). E in secondo luogo perché permettono anche uno sviluppo dell'"autoproduzione" in senso lato, con il grande numero di mezzi tecnologici che sono resi accessibili (a partire dai più semplici programmi per registrare ed editare un CD, o per stamparne la copertina, per comunicare newsletter di eventi e concerti, eccetera...).
L'utilizzo intelligente dei mezzi che la tecnologia mette a disposizione permette di creare un vero e proprio "network (contro)culturale" che si pone come alternativa alle non-scelte di un mondo apparentemente sempre più "omologato".
Esiste l'opportunità di concepire e realizzare un modo di "creare" e di "creare musica" che sia radicalmente nuovo rispetto al passato -e soprattutto rispetto al modello di un "asfittico" Villaggio Globale che i telegiornali pretenderebbero di descrivere mostrando l'insegna di un McDonald's a Pechino. La strada di un modello culturale "a senso unico" in cui OGNI forma di espressione umana si degrada ad una pura dimensione commerciale è senza via d'uscita, e conduce unicamente allo straniamento e all'"alienazione" -trasformando ad esempio ciò che originariamente era una forma artistica in un puro strumento funzionale allo scambio commerciale.
In un mondo in cui la discriminante sta diventando sempre meno dettata dall'appartenenza geografica/etnica/religiosa e sempre più dall'appartenenza "culturale in senso lato" (un mondo in cui -per esempio- i fighetti di Nuova Delhi e i fighetti di Nuova York saranno sempre più simili fra loro) è essenziale comprendere il ruolo e la portata di queste trasformazioni, ed agire di conseguenza, senza rimanere intrappolati nei modelli aridi che la cultura mainstream tenta di imporre.


