Del downloading
Internet ormai lo conosciamo tutti e abbastanza bene. Conosciamo le sue potenzialità, i suoi pericoli, le sue opportunità, i suoi difetti. Conosciamo anche i contribuiti e gli ostacoli che ha portato all'interno delle scene punk italiane.
Tuttavia un conto è conoscere, un altro è sapere usare.
A mio parere uno dei fenomeni più interessanti legati ad internet, il file sharing e più in generale il downloading, ha preso una piega poco utile - se non addirittura dannosa - per le scene punk italiane.
Sappiamo che oggi, con semplici programmi alla portata di tutti, è possibile possedere un'ingente quantità di musica. Con un qualunque browser si può andare sul sito di un gruppo e, se disponibili, scaricare le sue canzoni, ed esistono addirittura dei portali, tipo MySpace, in parte finalizzati a far circolare la musica dei loro iscritti. Con altri programmi, inoltre, possiamo trovare e scaricare quelle canzoni che sull'home page del gruppo e sui suddetti portali non ci è stato possibile reperire.
Ma poi?
In questo breve articolo non voglio approfondire il tema a 360°, ma solo proporre una riflessione su ciò che il file sharing e il downloading comportano per i gruppi punk autoprodotti.
Quando questi fenomeni cominciarono a diffondersi (potremmo dire con l'avvento di Napster intorno al 2000-2001 - sebbene la combinazione di mp3 e programmi di chat quali IRC avessero già da tempo fatto la propria parte) fummo in molti ad apprezzarne con entusiasmo le potenzialità. Un ostacolo come la distanza, che non permetteva agli ascoltatori del genere di conoscere molti gruppi connazionali, era finalmente arginato.
Fin da subito ci fu la condivisione di file musicali (principalmente mp3) di gruppi da tutta Italia, e immagino che furono in molti a raggiungere una maggiore notorietà proprio per questo motivo - senza ovviamente voler trascurare i fattori socio-culturali che, nel corso degli anni successivi, portarono ad una maggiore attenzione del pubblico di massa al genere.
Il risultato finale, a cui siamo arrivati oggi, è grossolanamente questo: chiunque può scaricare praticamente tutti i brani di qualsiasi gruppo punk italiano. Dove non porta l'home page del gruppo arriva MySpace (o chi per lui), dove non basta MySpace c'è Emule (o chi per lui), dove neanche Emule riesce a fornire la canzone cercata arrivano le dozzine di contatti su programmi di chat (come MSN) tra cui qualcuno, di sicuro, avrà quella canzone.
Quantitativamente, quindi, il risultato aspettato e acclamato anni fa è cresciuto notevolmente.
Ma questo ha portato anche ad un problema.
I gruppi punk italiani legati al d.i.y. che pubblicano tutto il (o buona parte del) proprio disco sul sito o su MySpace sono molti e mi sembra che stiano aumentando piano piano. La qual cosa è un ottimo indice di come, nonostante la proliferazione di gruppi punk sempre più slegati dai concetti di autoproduzione, no profit e copyleft, la frangia d.i.y. sia sempre nutrita e forte dei propri ideali.
Il problema però risiede nel ruolo dell'ascoltatore, di chi cioè scarica e "ascolta" queste canzoni.
Mi fermo prima sul secondo punto. Ho messo le virgolette ad 'ascolta' perché da discorsi e letture mi sto accorgendo che "ascoltare" sta diventando un verbo molto relativo.
La possibilità di poter scaricare di continuo un'ingente quantità di musica porta molte persone ad avere un surplus di canzoni che vengono poco approfondite o che addirittura non vengono ascoltate. La mia ipotesi è che mentre prima si comprava un disco e lo si ascoltava più e più volte, aspettando di avere i soldi per un altro, di venire a conoscenza della sua uscita (parliamo sempre di punk italiano, che non ha - e spesso non vuole avere - la visibilità di uscite delle major), di sentire qualche canzone da amici o ai concerti per vederne la compatibilità con i propri gusti, e di riuscire a trovare il disco in qualche distro, adesso c'è la possibilità di venire subito a conoscenza della sua uscita e di scaricarlo via internet dandogli un'ascoltata veloce al PC, magari mentre si sta navigando in rete o controllando le e-mail; una situazione ben diversa dallo stendersi sul letto e far girare il disco sul proprio hi-fi.
Ma se questo modus operandi potrebbe esser utile per ascoltare un disco di una major prima di spendere oltre 20 €, lo è di meno per i dischi autoprodotti.
In tutti e due i casi, infatti, l'ascolto sembra essere diventato alquanto superficiale. Innanzitutto mi chiedo quanti, ogni volta che scaricano un disco, si fermino da qualunque azione e lo ascoltino attentamente fino alla fine; non molti credo, anche perché viene a mancare un "vincolo" che si ha invece col disco comprato: il denaro. Se ho speso 5, 10, 20 € per un disco mi sento in dovere di ascoltarlo attentamente (altrimenti vorrebbe dire aver speso dei soldi per una cosa che in realtà non mi interessa); se invece l'ho scaricato posso anche permettermi un ascolto superficiale, giusto per sentire se potrebbe interessarmi.
Inoltre, avendo la possibilità di scaricare diversi dischi al mese, l'ascoltatore non ha materialmente il tempo di ascoltarli tutti con attenzione. Anche i lettori mp3 sono ormai oggetti che puntano alla capienza a dispetto della reale possibilità di ascolto: poter "portare con sé" 100 dischi in un aggeggio minuscolo non vuol dire ascoltarli tutti (e, se non finissi fuori tema, varrebbe la pena chiedersi quanto sia utile spendere centinaia di euro per un oggetto che non sfrutteremo appieno).
Insomma, abbiamo più dischi ma li ascoltiamo di meno.
Riguardo al primo punto, lo scaricare, il danno che subisce il gruppo può essere notevole.
Se si scarica il suo disco per ascoltarlo va bene, ma non comprarlo quando ci piace va male. Non tutti, infatti, comprano il disco originale: molti si accontentano della copia in mp3 messa a disposizione dal gruppo stesso o scaricata da amici o sconosciuti. Ma non scordiamoci che quel gruppo ha stampato delle copie e le sta vendendo, e lo sta facendo non per un ritorno economico (parliamo sempre di gruppi punk legati al d.i.y., al no profit, al copyleft), ma per lanciare tutta una serie di messaggi (sia d'informazione che di libera espressione).
Se però il gruppo non riesce a rientrare delle spese (che generalmente non sono troppo alte, ma che hanno comunque la loro influenza su ogni singolo membro del gruppo trattandosi vagamente di 300-500 € a testa - ma anche di più - per un gruppo di 4 persone con un album di 1'000 copie), considerando anche che le spese di un gruppo sono altre (corde, bacchette, strumenti, sala prove,... tutte spese che chi suona questo genere non ha direttamente intenzione di "risarcirsi" con i ricavati, ma che necessariamente fanno parte delle uscite di un gruppo), i risultati potranno essere poco piacevoli; l'autoproduzione può essere una scelta, ma la frustrazione di non riuscire a coprire le spese può pesare su di essa.
In più, ma questo è un fenomeno che potrebbe avere una sua considerazione a parte, sono sempre di meno le persone che comprano un disco ad occhi chiusi: adesso tanto vale scaricarlo. E questa non è una fetta di "acquirenti" (passatemi il termine) trascurabile. Io, personalmente, ho sempre visto il comprare un disco "per sentire com'è" soprattutto come una forma di supporto al gruppo: penso che a me 5-6 € per un disco che poi potrebbe anche non piacermi non mi cambiano niente (potrei sempre regalarlo a qualcuno più interessato), mentre per il gruppo il mio contributo (unito a quello di altri che la pensano così) può fare la differenza.
Non voglio che in questo discorso venga fraintesa la mia idea di autoproduzione e, soprattutto, quella di ragazzi e ragazze che la portano avanti.
Chi fa un disco (ma anche una fanzine, un'etichetta, un concerto,...) in questo modo sa fin dall'inizio che non ci rientrerà con i soldi, ma non è questo che gli interessa (altrimenti non avrebbe fatto punk d.i.y.). Le spese arrivano tutte in una volta, mentre la vendita dei dischi può risultare molto lenta. Se poi consideriamo che queste persone non si fanno problemi a regalare dischi ad amici, conoscenti e simpatizzanti, e a metterli a prezzi ridicoli proprio per comunicare la necessità di proporre logiche al di fuori di quelle "di mercato" (quali commerciabilità del prodotto, apparenza sopra l'essenza, lucro), si capirà come il guadagno, anche solo per coprire le spese, non sia tanto considerato.
Tuttavia le spese ci sono. E quando si deve rimandare l'uscita di un disco per mancanza di soldi, o quando sei "costretto" a venderlo a qualche euro in più o a non regarlarne più tante copie per via delle poche entrate, o a chiedere qualche soldo in più per i concerti, la situazione si fa meno piacevole.
Non volerci guadagnare va bene, rimetterci per la propria idea di musica anche, ma non riuscire a coprire le spese perché l'ascoltatore si accontenta del disco online va un po' meno bene.
Un articolo simile non può che essere la riflessione di una persona. Altri la pensano come me, altri in maniera diversa pur stando dentro la stessa faccenda. Ciò che però credo sia sicuro è che comprare il disco di un gruppo significa supportare quel gruppo, e supportare la continua costruzione della via punk do it yourself.
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