Autoproduzioni: la via per un'indipendenza musicale

Non è facile iniziare un discorso su qualcosa che vivi quotidianamente sulla tua pelle. Sembrerebbe paradossale, eppure è così; l'essere direttamente implicati in un problema rende arduo un obiettivo semplice come quello della oggettività, permette alle proprie passioni di trasparire dal testo, fornendo il più delle volte un immagine distorta di quella che è la realtà. Parlo, appunto, in qualità di persona direttamente interessata. Ho una band, so cosa vuol dire autoprodursi un disco, realizzarlo interamente, passo per passo, con le proprie mani, so cosa sono gli sbattimenti che questo comporta e i continui problemi a ciò legati. Tuttavia conosco anche l'altra faccia della medaglia: so cosa significhi trovarsi nelle mani di un etichetta, la quale produca il tuo materiale, lasciando a te -come unico sbattimento- le registrazioni dei pezzi, la scelta della grafica di copertina e le attese per l'arrivo del tanto agognato disco.
In tutto questo tempo peraltro, ho potuto constatare come le opinioni del giovane popolo ribelle dei punx siano alquanto discordi. Solitamente si esalta l'autoproduzione come un serio valore per cui lottare, lo si pone accanto a temi classici dello "stato mafioso", "polizia bastarda" e "birra a manetta", tuttavia, ad un esame approfondito, sono molto pochi quelli che conoscono effettivamente l'importanza di una produzione autonoma del proprio materiale, mentre sono in molti quelli che si schierano aprioristicamente contro qualsiasi possibilità di contributo da parte di piccole/grandi label del settore…essendo poi solitamente questi duri e puri quelli che forniscono le convinzioni meno intelligenti al perché autoprodurre il tutto.

Un'ulteriore breve considerazione introduttiva: leggendo qualche tempo fa un articolo su una fanzine, ebbi modo di apprendere -e, al tempo, considerare insulsa- l'opinione secondo la quale l'eccessiva diffusione dell'autoproduzione attuale, aggiunta all'enorme sviluppo degli mp3, avesse certamente aumentato la quantità dei gruppi musicali nella sfera punk rock, ma, di fatto, avesse anche fatto subire un serio colpo alla qualità media degli stessi. Il ragionamento in questione infatti sosteneva che una decina di anni fa, essendo pochi i gruppi che realmente si sbattevano e non si scoraggiavano di fronte agli ostacoli che qualsiasi band incontra nella propria esistenza, la qualità delle produzioni degli stessi era immensamente più alta. Al momento trovai quella riflessione campata per aria. Mi chiedevo come si potesse essere così insensibili al fatto per cui oggi uno dei capisaldi del punk, il famoso detto "questo è un accordo, questo è un altro, ora prendi la tua chitarra e metti su un gruppo" si fosse realizzato pienamente. Attualmente chiunque può decidere di mettere su una band, e con un minimo di buona volontà arrivare a produrre qualcosa, visti i prezzi talvolta davvero irrisori praticati dalle sale prove (il tutto a discapito della qualità di registrazione ovviamente) e vista la facilità di diffusione del prodotto stesso, grazie all'avvento dei masterizzatori e di internet soprattutto. In realtà quell'articolo aveva in se un valore ben più alto di quanto pensassi. Saranno passati circa due anni da quando lo lessi, e in questo tempo ho avuto modo di ascoltare una buona parte della produzione indipendente punk italiana, e ne ho viste davvero di tutti i colori. Ho visto demo composti di sole tre canzoni (di cui spesso un paio uguali ma semplicemente registrate in modo diverso o in condizioni diverse), ho visto band apporre il famigerato "all rights reserved" sui loro cd autoprodotti (senza rendersi conto, poveri sprovveduti, che, legalmente parlando, quella scritta non ha alcun valore giuridico se non è supportata da una iscrizione alla SIAE, peraltro costosissima e quindi fuori dalla portata di un gruppo di ragazzi). Ho ascoltato dei dischi in cui sembrava di sentire una sola, unica, interminabile nenia rumorosa e cacofonica...non che il punk debba essere melodia, come sosterrebbe Dexter Holland degli Offspring, però un minimo di organizzazione a livello di pentagramma, se non altro per quello che riguarda la diversificazione delle canzoni tra di loro, è senz'altro necessario. A questa triste lista si aggiungano prodotti realizzati in fretta e furia, con più cura ai ringraziamenti finali che alla musica vera e propria; dischi usciti a distanza di un mese l'uno dall'altro, come a dire "tanto ci autoproduciamo tutto, facciamo uscire più cose possibili prima di sciogliersi"; dischi, infine (ma la lista degli orrori sarebbe ben più lunga), realizzati da gruppi già morti e sepolti, masterizzati il più delle volte in numero esorbitante e poi regalati a tutti per diffondere le idee (qualora le idee siano presenti, cosa spesso piuttosto rara) di qualcuno che quelle idee ha smesso di urlarle in un microfono.
Alla luce di queste considerazioni dunque, ossia dopo aver sperimentato cosa voglia dire lasciarsi aiutare economicamente da qualcun altro interessato alla musica che facciamo, e dopo aver conosciuto ancora meglio la realtà indipendente del mio paese, sono arrivato alla conclusione che parlare di gestione autonoma dei propri mezzi finanziari e creativi, al di fuori di una bieca logica di mercato, è senz'altro giusto e doveroso. Troppo poche le persone interessate realmente al pensiero portante di questo genere musicale, troppi quelli affamati di speculazione. Parlarne dunque e realizzarne gli obiettivi, e tuttavia cercare di usare un mezzo così potente con intelligenza e con la dovuta accortezza. Mi sembra inutile, e scusate se mi permetto di dare un consiglio, formare una band e realizzare un demo dopo appena due mesi. Capisco la foga creativa, talora alimentata dal buon esito delle prime sedute in sala prove, ma mi piacerebbe pensare che ciascuno, prima di immettere qualcosa di proprio sul mercato (qualcosa, che è bene ricordarlo, resterà comunque come testimonianza di un periodo ben definito della band) pensasse a dare una forma concisa e curata delle proprie idee. Del resto oramai, 4 urli in croce e 2 chitarre distorte non impressionano più nessuno, e nessuno si fa più spaventare da un paio di crestucce colorate e jeans strappati! E allora tanto vale abbinare a queste cose un concreto e stabile apparato ideologico (espresso ovviamente nei testi delle canzoni stesse, ma anche nel comportamento quotidiano, affinché si provi ad essere punk anche al di la del concertino del sabato sera o della bevuta con gli amici, lo si provi ad essere cioè nella realtà di tutti i giorni), che renda un lavoro se non di qualità estrema perlomeno sufficientemente valido da non cadere nel dimenticatoio in pochi attimi.

E per quanto riguarda la produzione non indipendente? Invito anche qui ad una serena riflessione e ad una diversificazione appropriata. Non tutto ciò che è oro luccica, né ovviamente -tanto per restare in tema di proverbi- tutti i cani che abbaiano mordono! Insomma, se qualcuno dimostra di apprezzare la vostra musica e si offre di finanziare in parte o del tutto la realizzazione di un'uscita discografica, abbiate perlomeno il buonsenso di chiedervi chi sia questo qualcuno, cosa abbia già prodotto, che credenziali abbia. Questo ovviamente non perché rischiate di finire nelle mani di qualche imbroglione (per fortuna la scena non è ancora così sviluppata da permettere la nascita di fenomeni come questi), ma perché si può essere prodotti da qualcuno che abbia le vostre stesse idee e che non faccia altro che mettere a servizio della scena parte dei propri soldi, finanziando la scena stessa, ossia producendo un gruppo che di essa fa parte e in essa vive.

Gianluca "RUDEB0Y"