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I vecchi dominatori

Si ritirò dietro le quinte trascinando le zampe. Il passo stanco era appesantito, oltre che dall'immensa mole, dalle dolorose fitte che i muscoli lanciavano a ogni minimo sforzo. Posò il sombrero su una sedia e si lasciò cadere sui glutei con un gran tonfo, sollevando cumuli di polvere. Da fuori, le grida eccitate della gente si facevano sempre più intense, febbrili, selvagge. Rivolse loro il muso, sbuffò infastidito e tentò di non ascoltarle.
- Cos'hai, Rex? - disse una voce rauca e gracchiante. - Troppa grinta, stasera? Troppa foga? Non le reggi più, come una volta le serate, eh? - La voce scoppiò in una risatina stridula e pungente. Rex prese a chiedersi se non fossero meglio le urla smanianti della gente lì fuori.
- Ridi poco, Ratto - rispose, - non sei più giovane di me: il peso degli anni lo senti anche tu.
- Oh sì. Sì, sì, sì. - Ratto uscì per metà dall'ombra. Si poteva distinguere il profilo esile, lo sguardo viperino e un perfido sorriso che tagliava quasi per intero il lungo muso squamato, mostrando due fila di denti acuminati. - Anch'io sento il peso degli anni, anch'io mi sento vecchio e stanco e senza forze... - proseguì con un tono falsamente compassionevole. - Ma la gente ci vuole! La gente ci chiama! Ha bisogno di noi! Non possiamo deluderli, capisci Rex?
Rex grugnì e sbuffò di nuovo, smuovendo nuvolette d'aria attorno alle narici. - A me sembra quasi che ti interessi altro, più di ciò che vuole o non vuole la gente.
Gli occhi di Ratto si fecero due fessure sottilissime. Stava soppesando l'altro, le sue parole, le sue intenzioni; ne esaminava lo sguardo e ogni micromovimento, per afferrare cose che forse nemmeno lo stesso Rex sapeva di pensare ancora.
- Ratto ha ragione, Rex. - Una voce buia e profonda riverberò dall'alto della stanza.
Le due creature alzarono i musi: da una parete completamente in ombra sporse un lungo collo bluastro, piegandosi fino ad arrivare all'altezza dei due interlocutori. La testa, tanto grande da far pensare che il collo si sarebbe lacerato nel condurla verso il basso, rivelava un'espressione tanto mite quanto stolta, di chi pensa con lentezza e afferra solo un vago senso semplificato delle cose del mondo.
- Bonto... - borbottò Rex.
- Loro ci vogliono sentire ruggire, Rex, e allora noi ruggiamo. Che male c'è, dico io?
Rex si grattò la pancia, seccato. Aveva notato come Ratto lo stava guardando, aspettando la sua risposta con quella tipica luce famelica negli occhi. Cosa voleva da lui? Cosa stava architettando? Perché Ratto architettava continuamente qualcosa, Rex lo sapeva. Agiva sempre nel bene del gruppo, della comunità, è vero, ma c'era sempre qualche cosa che non lo convinceva. Aveva la sensazione che se un giorno fossero caduti, Ratto sarebbe caduto in piedi, e che quantunque facesse le cose in maniera tale da riempire equamente i piatti di tutti, il suo fosse in qualche modo un po' più pieno degli altri. Ma non aveva prove di tutto questo, se non il suo intuito.
Decise di tenersi sul vago.
- Non lo so. Non dico che non mi piaccia, solo che mi chiedo... Perché?
- "Perché"? - ripeté Ratto con un sibilo. - In che senso, "perché"?
La punta della lunga coda di Rex cominciò ad agitarsi nervosamente. Non gli piaceva, sembrava quasi un interrogatorio.
- Ma non so, Ratto, perché sì. - Cercò di non guardarlo negli occhi, ma poi pensò che Ratto avrebbe notato questa sua debolezza e si sarebbe fatto ancora più insistente; allora si sforzò di non abbassare lo sguardo. - Insomma, sanno tutto di noi. Hanno scritto migliaia, forse milioni di libri. Hanno condotto studi che, dobbiamo ammetterlo, sono stati encomiabili. Hanno persino prodotto film incredibilmente verosimili. Diamine - proruppe - ci scommetto che alcuni saprebbero persino dirmi quante squame ho sulla coda!
Bonto emise una fiacca risata asmatica. Ratto sorrise, ma Rex pensò che quello era un dannatissimo sorriso di convenienza, e che intanto quel suo cervellino da gallina (da avvoltoio, semmai) stava elaborando accuratamente quanto aveva appena detto.
- Insomma, - continuò, più per cercare di dare una spiegazione alle sue parole, che per voglia di parlare, - perché ci vogliono ancora vedere? Perché vogliono sentirci ruggire, mi chiedo? Alcuni hanno persino riprodotto dei ruggiti nettamente superiori, ispirandosi ai nostri!
- Ma i nostri - intervenì Ratto con tono seducente - sono i ruggiti originali; i migliori, peraltro. La gente vuole sentirci perché li abbiamo inventati noi, quei ruggiti.
- Non li abbiamo inventati, Ratto - obiettò Rex. - Non abbiamo fatto altro che fare quello che facevano i nostri simili, niente di più. E' vero - convenne - qualcuno ne ha fatti di veramente eccezionali, e devo dire che noi siamo stati particolarmente in gamba...
- Ed è questo, il punto - lo interruppe Ratto, - siamo in gamba: per questo la gente vuole sentire noi, per questo vuole sentirci ancora!
- Non vuole sentire noi! - sbottò Rex. - Non gliene frega un beneamato di noi, Ratto, diciamocelo francamente.
Ratto lo osservò con attenzione, mentre Bonto seguiva il discorso con aria assente, spostando di volta in volta il muso verso chi stava parlando.
- Non gliene frega niente, di noi - ripeté Rex. - Quando gli faccio sentire i miei nuovi ruggiti, che ho provato e riprovato in questi anni, loro un po' esultano, sì (qualcuno si dimena anche, è vero), ma dai loro occhi capisco che sono solo in attesa che io faccia i miei ruggiti più vecchi, quelli che faccio da tutta una vita e che ormai conoscono a memoria. Non si sono ancora stancati di ascoltarli?
- E perché dovrebbero stancarsi? - sorrise Ratto - Sono stati dei gran bei ruggiti.
- Sì, è vero! Ma io ho dei nuovi ruggiti da fargli sentire. Ogni tanto provo anche a dire qualche cosa, e quelli sorridono, gridano, ma poi mi chiedono i miei vecchi ruggiti: niente più! Se facessi una serata di soli vecchi ruggiti, sarebbero più che contenti! Se invece ne facessi una solo con quelli nuovi... Beh, forse mi lincerebbero. Non gliene frega di noi, vogliono solo continuare a sentire roba vecchia di millenni. E allora perché mai dovrei continuare, mi chiedo. Mi sono persino stancato di fare sempre gli stessi identici ruggiti. Sono cambiato, io, so fare di meglio (almeno secondo me). Se gli importasse davvero di noi, ci chiederebbero ruggiti nuovi, e gli piacerebbero.
Rex non sopportò più lo sguardo attento (troppo attento) di Ratto, e fece finta di massaggiarsi le zampe indolenzite.
A Ratto non piaceva quella conversazione. Non gli piaceva che Rex pensasse così tanto, creandosi così tanti problemi. Sperava di mostrargli che si sbagliava, allargando le piccole incrinature nel suo discorso, ma ogni volta che ci aveva provato pareva che Rex si convincesse ancora di più di ciò che sosteneva. Se avesse continuato così, sarebbe stato anche capace di mollare baracca e burattini e andarsene via, lasciandolo solo con Bonto. E Bonto, diciamocelo, non era proprio la star del gruppo. Certo, avrebbe potuto unirsi con altri vecchi, altra gente della comunità. C'erano quelli della stanza numero cento, ad esempio, che non erano tanto male. Ma avrebbe voluto dire inserirsi in un nuovo gruppo e sottostare alle sue decisioni per un bel pezzo, scalando lentamente il monte per conquistarsi una nuova posizione di potere. No, doveva fare tutto il possibile perché Rex rimanesse. Ma perché era così ottuso? Perché si poneva tante domande? Bonto, nella sua stupida semplicità, aveva capito che non c'era tanto da chiedersi i "perché" o i "come mai": quella situazione andava bene così com'era, loro ci stavano comodi comodi lì dentro. Che bisogno c'era di chiedersi se la gente, quella massa di stolti ascolta-ruggiti capace solo di strillare acriticamente per dei versi vecchi milioni di anni, amasse di più i vecchi o i nuovi ruggiti, il gruppo come persone o i rumori che esso produceva? Gli piaceva quello che facevano? Bene, allora gliel'avrebbero fatto.
Lo stomaco di Rex brontolò all'improvviso, assomigliando al rumore di un enorme teiera in ebollizione.
- Diamine se ho fame. Ehi Bonto, cos'è rimasto? Voglio mangiare qualcosa, prima di tornare da quella stupida bolgia urlante.
Ratto si drizzò sulla coda e, prima che Bonto potesse codificare la domanda fattagli, si diresse verso la cassa con frattaglie e avanzi. Afferrò coi denti una testa di bue e, con uno scatto del collo, la lanciò a Rex che la ghermì in volo e cominciò a masticarla.
- Buona, vero? - chiese Ratto.
Rex biascicò qualcosa con la bocca piena. In due morsi aveva già finito la testa e Ratto provvide a lanciargli dell'altro cibo: un torso di agnello e due cosce di maiale attaccate da un lembo di carne. Rex ringraziò ruminando sonoramente.
- Presto dovremo far provviste - disse Ratto, guardando distrattamente nel cesto, - la carne è quasi finita.
L'espressione di Bonto si fece turbata. - Vuoi dire che rimarremo di nuovo senza cibo? Che non mangeremo per dei giorni? Ohh, io non so se potrò sopportarlo!
- Ma no, idiota - lo riprese beffardemente Rex - quella è solo la cassa dei dessert comprati col cachet delle serate. E poi, scusa, quando mai abbiamo fatto la fame?! Che diavolerie vai dicendo, razza di tontolone dal collo bislungo?
Ratto ridette sgraziatamente: - Ma sì, Bonto, è solo il dessert, comprato coi guadagni delle serate. A te piace il dessert, vero?
Il muso di Bonto si illuminò del suo sorriso sdentato: - Sì! Sì, sì, sì! A me piace il dessert che comprate coi guadagni delle serate.
- Una vera leccornia, - continuò Ratto - non è vero Rex?
Rex, che stava togliendosi un osso di maiale rimasto incastrato tra i denti, annuì sbadatamente.
- Sono speciali, vero? - incalzò Ratto. - Semplici dessert, merende, spuntini, ma... che delizia, eh?!
- Sì, sì - ciancicò Rex distrattamente.
- Non facevamo la fame, prima di queste serate - proseguì Ratto con tono compiacente, - ma bisogna ammettere che con questi spuntini stiamo davvero meglio, eh Rex?
- Sì, sì, stiamo davvero meglio, hai proprio ragione - rispose sbrigativo Rex, sperando che la smettesse di rivolgergli domande mentre si puliva i denti.
Ratto tornò a concentrarsi su Bonto: - Visto? Piacciono a tutti noi, questi dessert. Quindi non ti preoccupare: non faremo mai la fame e avremo sempre i nostri dolci, succosi dessert... Finché continueremo a fare le nostre serate.
Rex si immobilizzò. La coda, che aveva smesso di agitarsi, iniziando a dondolare a destra e a sinistra da quando aveva messo quei deliziosi bocconcini sotto i denti, crollò a terra con un tonfo sordo, come morta. Guardò fisso avanti a sé, verso un punto imprecisato. Con la coda dell'occhio poteva vedere Bonto, sulla destra, e poco più sotto la chiara figura di Ratto. Sorrideva, ne era sicuro, e era sicuro anche di sapere perché. Era sicuro di tutto, adesso. Aveva capito ogni cosa. I pensieri di Ratto, i suoi piani, la sua strategia, come lo aveva fregato con quei teneri, deliziosi, bocconcini di carne che si scioglievano tra le fauci... Sì, aveva tutto ben chiaro davanti a sé. Riusciva a vedere e a capire ben più di quanto era stato detto, implicitamente o esplicitamente, nell'ultimo quarto d'ora. "Ma certo...", pensò, e poi si presentò un altro pensiero, e un altro ancora, come una catena di frasi e immagini che gli schiudeva il quadro generale della situazione, dando un senso compiuto ai suoi sentimenti e alle sue considerazioni. Ora finalmente capiva.
La coda fece un breve sussulto, poi si riaccasciò al suolo. Si accorse di stare con la bocca aperta, ma non la chiuse. Prese di nuovo coscienza dell'ambiente circostante (quanto era passato? Un secondo? Due?). Bonto lo guardava, ma non aveva ancora avuto il tempo di realizzare il suo cambiamento d'animo. Ratto, invece, sorrideva - ora lo vedeva chiaramente. Un sorriso accennato, subdolamente candido. Voleva dirgli qualcosa, ribattere, usare il suo stesso ruggito, proprio quello che ruggiva in faccia alla gente in ogni serata, per dirgli che no, lui non ci stava, lui non era d'accordo, lui la dignità, l'onestà intellettuale, ce l'aveva ancora, e l'avrebbe mantenuta a costo di... di... ... Ma in bocca aveva ancora quello squisito calore succulento del pasto appena consumato. Come avrebbe potuto ribattere? Come avrebbe potuto dire qualunque cosa? Come, se non voleva rinunciarvi?
Chinò la testa, mesto, poi si alzò sulle zampe, aiutandosi con la coda. Con passi lenti e pesanti, si portò fino all'ingresso sull'esterno, verso la gente urlante. Allungò un artiglio e riprese il sombrero, sistemandolo sulla testa.
- Vado - dichiarò abbattuto. - Mi aspettano.
Alle sue spalle, il sorriso di Ratto si allargò fin quasi a toccarsi da una parte all'altra del muso oblungo, mostrando tutta la serie di denti affilati.
- Bene, vecchio mio - sibilò.- Bene. E buon lavoro.

Messaggio ai morti viventi numero 1 (di 1)

L'inflanzione aumenta.
Questo è un accordo, questo è un altro, adesso prendi una chitarra e forma la tua punk band. Ma anche no. Perché c'è da chiedersi il perché. Sì. Qui mica "tarallucci e vino". O c'è qualcuno che la pensa così? Magari sì, a sedici anni, poi si dovrebbe crescere e iniziare a domandarsi se il punk non serva a qualcosa (noi ci abbiamo provato e pare che per la maggior parte di voi non serva a un granché). La realtà, invece, è che abbiamo scoperto che a venti, trenta e quarant'anni spesso è ancora "tarallucci e vino". Che sia chiaro: è sacrosanto e fondamentale. Se non ci fosse divertimento, spensieratezza e rock'n'roll sarebbe un disastro. Ma se ci fosse solo quello sarebbe una catastrofe.

Oggi punk è figo. Punk è moda, come dicono quelli (e dicono bene). Lo è da un po', a dire il vero. Per me punk era figo: lo era eccome! Lo è un po' anche adesso, credo. Ma è figo come è figo Paul Watzlawick, Stefano Benni, Fabrizio De André, Noam Chomsky e via discorrendo. No come i Lost, Fabrizio Corona, X-Factor o Federico Moccia. Accapisc'?

Fare vuol dire impegnarsi, e l'impegno spaventa. Sulla soglia dei trent'anni non sai neanche dove trovare il tempo per fare tutto il fare necessario (non c'è neanche un mercato nero del tempo, non c'è). Grazie a Dio, se tu sei sulla soglia dei trent'anni, qualcun'altro è sulla soglia dei venti. Il problema è che a quell'epoca tu occupavi i centri sociali, loro occupano i centri commerciali. Ed è anche colpa tua, ricordatelo. Se la cosa migliore che sai fare è stare nelle message board a usare una dialettica che (tu credi) ti renda un figo; a insultare gli altri perché (tu credi) se dimostri (su un forum, poi...) che uno è un coglione allora vuol dire che tu non sei coglione; a indignarti, impegnarti e poi gettare la spugna con gran dignità; a fare l'intellettuale che parla di attivismo; a pensare che Walter Veltroni sarebbe stata la grande svolta e che "meno male che adesso c'è Franceschini" - e io qui mi domando da quando i Walter Veltroni e i Franceschini di questo mondo hanno mai centrato un cazzo con noi; beh, una fetta di colpa è proprio tua, ed è una fetta bella farcita.

"Questo è un accordo, questo è un altro, adesso prendi la chitarra e metti su la tua punk band" voleva dire "E' facile". E lo è. Perché non è che bisogna arrivare fino all'orizzonte - magari puoi, chissà -, ma quantomeno inizia a vedere se riesci a fare dieci passi.

La fine della galassia

Lo vidi arrivare di corsa. Era un ometto smilzo, anonimo, con un paio di grossi occhiali calati sul naso, i capelli di media lunghezza arruffati e impregnati di sudore, il volto rosso per lo sforzo e madido.
Mi arrivò davanti ansimando e gemendo. In una mano teneva una grossa borsa marrone di finta pelle, una di quelle da professore di università; sotto l'altro braccio, carte e cartine malamente arrotolate.
"E'... il binario... 09?", ansimò.
"Sì", risposi io.
"A che ora parte il treno per Berlino?"
"Ma è già partito!", dissi io.
"Come?" squittì incredulo. "Già partito? E quando?"
Presi l'orologio dal gilet. "Vediamo... circa dieci anni fa."

L'uomo si lasciò crollare a terra, sul sedere. Le carte si srotolarono e la borsa si aprì, vomitando innumerevoli fogli con appunti e schizzi.
"Cosa dovevate fare a Berlino?" chiesi così, un po' per tentare di consolarlo, un po' per curiosità.
"C'era un importante convegno di astronomia" sfiatò malinconico. "Sono un astronomo" aggiunse poi.
"Suvvia, non è il caso di rattristarsi per un convegno mancato. Ce ne saranno certo altri."
"Sì", sospirò "ma questo era davvero importante. Dovevamo decidere se la nostra può essere ancora definita una galassia."
"Sorbole! Ma come?! E perché mai non dovrebbe più esserlo?"
L'uomo sistemò gli occhiali sul naso: "E' un po' complicato..."
"Beh, provi a spiegarsi, per favore. Insomma, per quel che ne so questa cosa dovrebbe riguardare anche me!"
"Forse sì, ma le assicuro che la sua vita e il suo lavoro da ferroviere non ne risentiranno un granché."
"Insisto perché me ne parliate."
L'uomo abbozzò un sorriso. Si alzò, si diede qualche pacca sui pantaloni, e cominciò a parlare.

"Forse non lo sapete, ma diversi anni fa il sole è esploso".
"Cosa?! Come esploso!? Nessuno ha detto niente alla televisione! E poi, scusate, io lo vedo ancora lì!"
"Perché ne è esplosa solo una parte e noi - o meglio, voi e quelli che non s'interessano di astronomia - non ce ne accorgiamo. Per il nostro pianeta il cambiamento è stato minimo. Per ora, almeno. Comunque, il sole è esploso, credetemi. Ma i suoi pezzi sono ancora qui attorno, nella nostra... galassia."
"E dove, di preciso?" chiesi, ancora scioccato da quella sconvolgente verità.
"Forse saprete che il nostro sistema è composto da diversi pianeti: P-77, HCentauri, P-Crasso, Crosta..."
"Qualche nome mi suona familiare."
"Ecco, le diverse parti staccate dal Sole principale sono state attirate dal potere gravitazionale degli altri pianeti, che ora gli girano attorno."
"Urca, ma quindi..."
"Sì: ogni pianeta ha il suo sole personale."

Mi tolsi il berretto per grattarmi la testa.
"Ma signor... signor?"
"Piotrowski, piacere" disse stringendomi la mano.
"Signor Piotrowski, ancora non mi è chiaro cosa centri questo con la nostra galassia. Perché non può essere più definita tale?"
"Ebbene", fece quello togliendosi gli occhiali e alitandoci sopra, "alcuni miei colleghi, già anni fa, hanno cominciato a sostenere che, avendo ogni pianeta il proprio sole, il nostro non è più un sistema solare, ma tanti sistemi solari; tanti quanti i pianeti, per intenderci. Ma questo porta un nuovo interrogativo: la nostra galassia è ancora definibile tale?"
"Aspettate, andate piano; voi siete un astronomo, io un ferroviere: non correte troppo! Se ho ben capito, dopo l'esplosione del sole ogni pianeta ha il suo sole personale. Giusto?"
"Proprio così", disse quello.
"Ma perché chiedersi se la nostra galassia è ancora definibile tale?"
"Perché, senza spiegarvi i dettagli, ogni pianeta ora è un sistema solare a sé, e non è chiaro se ognuno di questi sistemi solari faccia o no parte della stessa galassia"
"Ma come sarebbe a dire? Certo che ne fa parte! I pianeti sono sempre quelli! Sono sempre gli stessi pianeti, anche se ora hanno il loro sole!"
"E' ciò che sostenevo anch'io," sorrise l'astronomo "ma non è del tutto vero. Anch'io mi sono dovuto arrendere all'evidenza che molte cose sono cambiate."
"In che senso? E come?"
"Vedete, prima il Sole nutriva tutti i pianeti. Qualcuno era più freddo, qualcuno più caldo, ognuno con le sue peculiarità ma tutti riscaldati dallo stesso Sole. Ora che ogni pianeta ha il proprio sole, pare che si stia sviluppando per conto proprio."
"Non capisco..."
"Prima, dipendendo tutti dallo stesso Sole, che da sempre scaldava e illuminava i pianeti allo stesso modo, questi avevano raggiunto un loro equilibrio, sia al proprio interno che tra di loro. Ma ora che ciascuno ha il proprio sole, è come se degli altri... non gliene importasse più! Come se ciascun pianeta potesse vivere beato e tranquillo per i fatti suoi, col proprio pezzo di sole, isolandosi dagli altri."
"Avanti, signore! Volete forse farmi credere che un pianeta influenza i suoi vicini?"
"E' così. Il fenomeno delle maree, d'altronde, è noto a tutti."
Arrossii imbarazzato per aver mostrato la mia superficialità.

"Insomma," farfugliai "da quando ogni pianeta ha il suo sole, se ne sta per i fatti suoi e si sviluppa in modo diverso da prima..."
"...turbando l'equilibrio esistente, esatto."
"Ma, ditemi, come stanno cambiando i pianeti?"
L'astronomo sollevò le sopracciglia perplesso: "Spiegarlo è difficile e complicato. Ci sono tante osservazioni e descrizioni, alcune delle quali solo teoriche, e così tanti dettagli da prendere in considerazione, che risulterei certamente impreciso e superficiale. In generale, potrei dirvi che alcuni pianeti si stanno evolvendo, mentre altri hanno perso parecchia energia."
"Energia?"
"Sviluppo della vita, biodiversità interna, evoluzione creativa, influenza sugli altri pianeti..."
"Capisco, capisco..."
"Pensate che alcuni pianeti, ad esempio Eskape, dopo aver ricevuto il loro pezzo di sole sembravano assai rigogliosi, mentre ora la loro energia è prossima allo zero."
"E com'è possibile?" chiesi preoccupato.
"Questioni astrofisiche che vi risparmio. Diciamo solo che i piccoli soli sono ancora instabili, e la loro influenza sui diversi pianeti è facilmente mutevole."
"Aspettate, avete parlato di influenza dei soli su diversi pianeti?"
"Oh, certo! Ogni pianeta ha il suo sole, ma capita che ciascun sole influenzi, seppur in misura minore, anche altri pianeti."
"E questo è un bene?"
"Direi di sì", sorrise l'uomo. "Speriamo solo che duri" aggiunse, e con ciò sparì quell'accenno di sorriso.

A stento credevo a quanto avevo udito. Il sole era esploso e nessuno ci aveva detto niente. Pensare ogni pianeta col suo sole mi faceva provare una gran pena e una forte solitudine. Una domanda sorse così spontanea alla mia mente che la posi quasi senza accorgermene.
"Ma, tutto ciò, che influenza avrà sulla Terra?"
L'uomo sorrise amaro: "Molta, eppure impercettibile. Così come il bambino non si accorge che, giorno dopo giorno, si alza di un millimetro, noi - o meglio, voi - non vi accorgerete dell'influenza di tutto ciò sul nostro pianeta. Eppure, ve l'assicuro, ci sarà."
"Ma, secondo voi, la nostra è ancora una galassia?"
L'uomo sospirò: "Ho sempre sostenuto di sì, ma - ahimé - ormai mi sono convinto del contrario. Sempre più differenze tra i pianeti, sempre meno scambi di energie tra essi: come si può definire tutto ciò un'unica, grande, galassia, fatta di pianeti e sistemi intercomunicanti? Al convegno avrei proprio dovuto dire che, infine, anch'io ho accettato questa posizione."
"Ma" chiesi infine all'astronomo, che ora raccoglieva le sue cose, "credete che tutto tornerà come prima?"
Forse comprendendo il mio timore, forse condividendolo anche lui, l'uomo mi sorrise stringendomi una spalla: "Non tornerà come prima, amico mio, ma non disperate: le cose possono sempre cambiare in meglio."

Detto ciò, raccolse le sue ultime cose e, senza aggiungere altro, se ne andò. Non lo rividi più, ma ogni tanto, guardando il cielo di notte, mi chiedo ancora cosa stia cambiando per noi.

A che serve il punk #4

Quarta e ultima parte di questa sorta di sondaggio, da cui però non si trarranno conclusioni: quello lo farete voi, semmai; tanto noi le conclusioni le sapevamo già e le commentiamo su queste pagine quotidianamente.
Per sapere di cosa tratta questo articolo, potete vedervi le parti 1, 2 e 3. E ora, le ultime risposte alla nostra domanda: "Ma a che serve il punk?"

"A scopare di meno"
Sangue H.C. (GO)

"Ah noi non lo sappiamo mica, di sto pank a noi non ce ne frega un cazzo..."
The Tunas (BO)

"A farti odiare dai fighetti"
Sun@9 (PD)

"A far si che tu possa fare questa domanda, no?"
Carlos Dunga (FI)

"Questi li conosco :D ciao radioraiot"
Arturo (TO)

Ok, l'ultima non è una vera risposta ma così hanno parlato gli Arturo! Mi ha fatto piacere che qualcuno di voi abbia anche lasciato dei commenti o ci abbia inviato delle mail con il proprio parere: ci interessa molto sapere cosa ne pensa la gente che sta sotto al palco - dato che chi è sopra ha per definizione i mezzi per dirlo.
Infine, voglio chiudere con una seconda risposta data dai Radio Vudù, che a molti di voi suonerà come nota: "Here are three chords, now form a band".

A che serve il punk #3

Voi ve n'eravate dimenticati? Noi non ce ne siamo dimenticati. E così ecco la terza parte dell'articolo, con altre dieci risposte (stavolta più movimentate, devo dire) alla domanda del mese: ma a che serve il punk?

"Riprendendo il discorso di sergio (Kina, vedi A che serve il punk #2, ndPit): il punk come attitudine, così su due piedi, mi vien da dire che è (o dovrebbe essere) consapevolezza nel fare le cose.
Se non si capisce abbiate pietà ma è sabato mattina e lavoro.
"
Montezuma (PU)

"A nostro avviso è la domanda ad essere malposta.
Tutte le cose devono necessariamente servire a qualcosa?
"
Kalashnikov (MI)

"'sta nuova funzione de maispeis catena de santantonio fa cacà. Ma che è sta merda? Mo uno pure qui se ritrova la casella intasata de cazzate come sulle mail? Non me le mandate che non ve rispondo (l'ho appena fatto!)"
Marco, Think About (RM)

"Oi! ...che ognuno faccia come cazzo crede, che faccia il punk o lo skin o il rudeboy, basta che dentro ci sia animo, rabbia e coerenza con la propria attitudine di vita e con le proprie idee. L'importante è non infangare in nessun modo il punk/HC con le nuove cacate del 2009 e quelle porcate di sottodivisioni tipo fra street-punk e crust punx... 'na volta si diceva 'If the kids are united, they will never be divided'!"
Punk Virus (CZ)

"Un po' come la domanda; a rompere il cazzo, pura provocazione, niente di più. O, più semplicemente, per noi incapaci virtuosi degli strumenti musicali: a sputare un po' di fuoco!!!"
Atarassia Grop (CO)

"Non so se è utile ma non riesco a pensare a niente di meglio: 'Siamo i figli di mezzo della storia, non abbiamo ne uno scopo ne un posto. Non abbiamo la grande guerra, né la grande depressione; la nostra grande guerra è quella spirituale, la nostra depressione è la nostra vita... Siamo cresciuti con la televisione che ci ha convinti che un giorno saremmo diventati miliardari, miti del cinema, rock star, ma non è così e lentamente lo stiamo imparando e ne abbiamo veramente le palle piene!'"
Marconarco (CZ)

"A cantare tutti in coro che vogliamo l'anarchia nel Regno Unito.
Semplice, no?
"
Il Teatro Delle Ombre (UD)

"Non è che serva. Semplicemente è."
Roma Hardcore Siamo N'Oi! (RM)

"I punk non servono. Nessuno. Quelli veri.
O almeno ci provano.
"
Francesco, Settevolteronin (MI)

"Spacca e fa pogare."
Radio Vudù (MI)

Degna conclusione, direi.
Alla settimana prossima con le ultime cinque risposte.

A che serve il punk #2

Voi non ci credevate, ma io l'ho fatto davvero: ho chiesto a un tot di persone, tra gruppi, zine e individui, a che cosa serve il punk. Una semplice domanda: ma a che serve il punk? Niente di più, niente di meno. Ovviamente non ho dato altre spiegazioni sul perché di questa domanda: dove sarebbe finita, altrimenti, la spontaneità? Dopotutto non c'è nessuna ragione per rispondere in modo non autentico. Giustamente qualcuno potrebbe voler aggiungere qualcosa: la possibilità di lasciare un commento a questo articolo è aperta a tutti! Anche a chi non ha avuto l'opportunità di rispondere a questa domanda.
Ma bando alle ciance e vediamo le prime dieci risposte.
Quando è stato inserito ho specificato il nome/nick, altrimenti ho lasciato il nome del gruppo; per il luogo di provenienza ho riportato quello del MySpace.

Ma a che serve il punk?

"A fatte discorre!"
Nowise (Fabriano, AN)

"Userò una nostra canzone e sarò breve: il punk è un grido di rabbia!"
Camillo, Ass-Hole (FR)

"...non serve."
Recidiva (RM)

"A nulla."
Quarto Potere (CA, provincia)

"Essere punk è un pretesto per sbronzarsi ;)"
Duff (CS)

"...niente."
Gargantha (Spresiano, TV)

"A niente, come tutte le avanguardie. Tolto l'aspetto estetico-ideologico, il punk non serve assolutamente a niente. Ecco perché ogni tentativo di venderlo si rivela (fortunatamente) fallimentare."
Il Poverello (Italia)

"Secondo me il punk può essere servito in passato... adesso non serve sicuro più a niente e a nessuno. E' la forma d'espressione musicale che è finita peggio rispetto ai vari generi che esistono adesso. E' nata in un certo modo e si è sviluppata seguendo determinate forme. Adesso se chiedi a un 16enne qualunque ti dice che il punk è Avril Lavigne... che tristezza!"
Spat, I Cani Di Sara (RM; Lamezia, CZ; Benevento)

"Come semplice 'stile musicale' oggi serve a qualcuno per farsi i soldi; per cui, per quanto mi riguarda, non serve a un cazzo. Come attitudine, invece, mi ha salvato la vita."
Sergio, Kina (AO)

"Basta con 'ste menate, che ognuno faccia quello che si sente di fare. Se inizio a rapportarmi con tutta la merda che sta la fuori allora non ne esco piú; ognuno con i propri mezzi e metodi diritto al proprio obiettivo. Se la gente pensa che punk sia suonare bene, farsi un nome (anche nella scena cosiddetta diy) o a guadagnare qualcosa, sta a chi invece crede che queste cose siano del tutto fuori da un contesto denominato punk prendere iniziativa e agire di conseguenza.
Punk oggi punk domani punk ieri punk è morto punk è vivo: avete rotto il cazzo.
Non credo sia questo il punto. Mi soffermerei di più, forse, su tutti quelli che in passato facevano punk, poi sono scomparsi dall'inizio degli anni '90 per ricomparire ora dicendo che 'ora ha di nuovo senso, vista la situazione mondiale'. Come se le guerre nei '90 e 2000 non ci siano mai state, come se in galera non ci fosse mai finito nessuno, come se i posti d'aggregazione non fossero più stati chiusi, come se tante altre cose fossero sparite in quella parentesi di tempo. Poi ecco il voler riformarsi e chiedere delle belle parcelle a chi gli organizza una data (e si può fare una bella lista di persone e gruppi che se ne approfittano, probabilmente fomentati dall'idolatria per gli anni '80).
Fatevi due conti e non state a menarvi il cazzo su cosa è vivo, chi è punk e chi non lo è.
I fatti si vedono quando qualcuno li compie.
"
Andrea, N.S.A/AnxTv (SP)

Ironia della sorte: questa è stata proprio la decima risposta. Direi che è il modo migliore per concludere questa prima parte.

A che serve il punk #1

Una stretta di mano al csa Pirateria (RM), agli Olim Palus, ai Quarto Potere e ai Tetano. Il 14 maggio faranno un concerto benefit per i Disforia, colpiti dal terremoto.

Allora punk significa ancora qualcosa?
Ho mandato un messaggio ad un po' di gente chiedendo "Ma a che serve il punk?". Sarà curioso leggerne le risposte, anzi, sarà divertente. Dieci anni fa chiedevamo: "Il d.i.y. è una scelta o una necessità?". Tutti pronti a difendere la scelta del fare le cose da sé per proporre un'alternativa. E oggi? Cos'è che dicono le stesse persone?

Bravi i Tetano, i Quarto Potere, gli Olim Palus e il Pirateria. Triste, però, vedere che certe iniziative sorgano quasi esclusivamente in determinati ambienti, o dai soliti pochi elementi.
Una decina d'anni fa ero a Nottingham e sfogliavo una rivista locale. Salta fuori un articolo di uno stilista che, in passerella, aveva fatto sfilare modelle vestite da punk. Pensai: "Ecco qui, siamo fottuti". D'altronde se dev'essere un fenomeno di costume, un prodotto di mercato, che senso ha il punk? Può essere semplicemente un genere dove, qui e lì, qualcuno si sveglia con un'iniziativa più o meno sensata? Era (è?) una proposta di alternative. Poi ci siamo accorti che l'alternativa è un po' faticosa, e allora è meglio dirottarla verso la normalità.

Ieri parlavo con un diciannovenne che suona in un gruppo punk.
Lui: "Non so che fare, se continuare gli studi o meno".
Io: "Sei all'ultimo anno, finisci e via".
Lui: "E' che non so che fare dopo della mia vita".
Io: "?"
Lui: "Ma sì, lo sai. La vita è una merda [testuali parole; credevo fosse una cosa che si sente solo su internet e nelle canzoni, un po' come il tizio che scivola sulla buccia di banana, prerogativa di cartoni e fumetti, ndPit], dobbiamo andare tutti nella stessa direzione e questo fa schifo".
Io: "'Dobbiamo'?".
Lui: "Certo, altrimenti cosa fai?".
Io: "Oh, ma tu sei un punk, suoni in un gruppo punk, non dovresti andare controcorrente o robe del genere?!"
Lui: "Eh...".

Ottima prospettiva.
Chissà qual è stato il processo di identificazione di chi ha appena letto. Chissà quanti andranno al concerto del 14 maggio. Chissà quanti non potranno andarci ma, nonostante tutto, diranno "Ok, faccio qualcosa di mia iniziativa". Chissà. Chissà.

Il senso

Diciamo subito le cose come stanno.
Sabato 3 a Roma c'è stato un concerto durante il quale uno skinhead ha dato del fascista al chitarrista dei Turturros e per poco non scoppiava una rissa.
Ci sono dei "perché" che io non ho intenzione di spiegare: non sono un giudice e non mi interessa la chiacchiera. L'unica certezza che ho è che il chitarrista dei Turturros non ha nulla a che vedere con l'accusa.

Questa notizia l'ho riportata solo come pretesto, e badate bene che l'abbandono lì. Potevo portarne tante altre, ma questa è la più fresca, stop. D'altronde fa proprio al caso di un pensiero che abbiamo da diverso tempo (non mi do del plurale maiestatis, voglio solo sottolineare la diffusione di questo pensiero) e cioè che troppe volte e in troppi contesti la disunione fa la debolezza.

Andrea Pomini nel numero 7 di "aBbestia!" scriveva: "Ma chi l'ha detto che tutti devono andare d'accordo con tutti solamente perché si ritrovano in un modo o nell'altro coinvolti all'interno della grande mamma "scena"?". Sacrosante parole e lapalissiana verità, a ben pensarci. Non è e non sarà mai possibile avere le stesse idee e, più in generale, andare sempre d'accordo, anche se facciamo tutti parte dello stesso gruppo, scena, movimento. I disaccordi ci sono pure tra i membri di una band, figuriamoci quando parliamo di migliaia di persone!
Il disaccordo, però, è una cosa. L'attacco ingiustificato (in qualunque sua forma), è tutt'altro.
Che per carità, di giustificazioni in realtà ce ne sono e ce ne saranno sempre: quello mi sta antipatico, quell'altro mi ha preso per il culo, quel gruppo mi fa schifo, Tizio mangia animali, Caio chiede 10 euro per il CD... A ben vedere ognuno ha sempre la giustificazione pronta per le proprie motivazioni e, sia mai che dica il contrario, sono tutte valide e vale la pena tirarle fuori!

Ma qual è il senso? Perché, diamine, è questo che mi sfugge. Qual è il senso?
Dobbiamo difendere un territorio? O l'orgoglio? O la nostra opinione (perché se non difendiamo la nostra opinione cadiamo terrorizzati dalla paura di essere soverchiati da quella degli altri). Molto bene, risolviamola tra di noi, tra uomini (o donne). Ce l'hai con me? Prenditela TU con ME, in qualunque modo ritieni opportuno: col dialogo, con gli scritti, con la protesta, con le botte se preferisci così. Ma fallo TU, non scomodare ideologie, movimenti, filosofie, canzoni e, soprattutto, tutta la tua cricca per darmi addosso. Non solo per il fatto che, se mi attacchi per attaccare una bandiera che sai bene che io non impugno, dimostri come minimo superficialità e in generale un'esplicita vigliaccheria, ma anche perché questo è il modo migliore per smembrare e distruggere un'unità di fondo tra gruppi di persone che, se non la pensano sempre e comunque nello stesso modo, hanno una visione del mondo (non di come dev'essere, non di come cambiarlo, ma semplicemente di com'è allo stato attuale) che è comune e che, per tutti loro, va cambiata.
Chi ci guadagna così? Chi trae beneficio dall'ennesima spaccatura che si è creata tra i membri di questa maledetta Scena?

Oggi succede che c'è chi ha un problema con qualcuno, magari una band con un'altra band, e si finisce per coinvolgere forze del tutto esterne a quel problema per dichiararsi guerra, quando i presupposti per una guerra non ci sono.
Per quel che mi riguarda i presupposti per una guerra ci sono solo quando l'avversario è il Nemico, quello con la N maiuscola. E una band, una persona, un concerto, una scelta appartenenti al mio stesso mondo (che in quanto mondo ha per forza di cose culture e idee diverse) non è il Nemico. Al massimo è una questione personale, che va risolta personalmente.
Ed eccola la risposta, ecco chi ci guadagna. Non noi.

Cinque paragrafi e potrei scriverne altri cinquanta, ma io non sono un oratore così bravo né voi degli ascoltatori così attenti. L'idea, almeno quella, spero di averla data. Il senso di tutto questo, io, continuo a non vederlo. Sicuramente non è quello che gli date voi, "ask me why and I'll spit in your eye".

Il centro sociale: perché non sgomberarlo

Cos'è un centro sociale?
Tante cose, e non so nemmeno se sono in grado di dirle tutte. E' cose buone e, diciamolo, anche cose meno buone. Una cosa su tutte, però, è che il centro sociale è uno stimolo alla creatività, all'organizzazione, all'aggregazione positiva. Gente che s'incontra e mette su concerti, eventi e fa informazione. Un'informazione di parte, certo: ma scusate, quale informazione non lo è? E' l'uomo che deve raccogliere le diverse "parti" dell'informazione e prendere poi una decisione propria.

Il centro sociale permette alla gente, soprattutto (ma non solo) ai ragazzi, di (ri)trovarsi. Al contrario di quanto la preziosa cultura popolare pensa, il centro sociale ripudia le droghe pesanti. C'è chi vuole eliminare la differenza tra droghe leggere e pesanti, ma basta una velocissima ricerca sugli effetti di marijuana e hashish per confrontarli con quelli devastanti di eroina e droghe chimiche. Anche qui, non c'è bisogno di prenderci in giro: certe droghe riescono a volte (non così spesso come si vuole far credere) a circolare nei centri sociali. Nello stesso modo in cui circolano in discoteche e bische. La differenza è che sui centri sociali, da sempre, campeggiano scritte quali "No eroina": invece le discoteche, da sempre, se ne disinteressano. Basti pensare a quanti servizi abbiamo sentito di ragazzi morti per "un cocktail di droghe preso in una discoteca": quante volte invece abbiamo sentito di eventi simili capitati in un csoa?

Il centro sociale spesso si pone come punto d'incontro fra diverse culture ed etnie e dà da mangiare e da dormire (a volte da vivere) a gente che non ha un tetto, ma che vorrebbe una vita dignitosa come quella di chi può permettersi un computer per scrivere queste righe. Si pone come un ponte, permettendo una mediazione tra lingue e tradizioni diverse, favorendo a suo modo il processo di integrazione. Non aiuta gli immigrati a sbarcare in Italia, aiuta chi vive in strada a capire la nostra Nazione.

Il centro sociale crea cultura, organizzando eventi che parlano di animali, di cucina e diete, del fai da te, di musica, di cinema, di fumetti e arti figurative, di mostre, di storia e geografia, anche di politica, sì. Ma il centro sociale è una necessità sociale. Lo dimostra il fatto che nasce tanto negli ambienti di sinistra quanto in quelli di destra, nonché in ambienti che non si identificano in alcun partito. La necessità di creare uno spazio di aggregazione, comunicazione e creatività non ha bandiera.

Ora... perché questo articolo? Perché il cs deCOLLIamo di Roma è a rischio sgombero.
Il cs deCOLLIamo è nato così: dei ragazzi hanno chiesto uno spazio di aggregazione, ma il Comune non li ha ascoltati. Guardandosi attorno hanno trovato un posto che, da 10 anni, era stato abbandonato: era un campo sportivo, con tanto di sede, che era stato finanziato e lasciato a morire. Giusto? Sbagliato? Occupare un posto che non è usato da 10 anni, che non è MAI stato usato, trasformandolo in un potenziale di creatività, crea danni o benefici?
Ma i ragazzi sono stati pronti a trattare col Comune quando, due anni dopo l'occupazione (avvenuta il 2 aprile 2006), hanno accettato la scelta di riaffidare quel campo sportivo a delle società che l'avrebbero gestito e riabilitato al suo scopo generale. Hanno chiesto e ottenuto che venisse costruito un altro spazio, una struttura leggera, dove continuare il loro processo di creazione. Poi, il 22 agosto, arriva la direttiva dello sgombero. Tutto a monte.

Dicevo, perché questo articolo?
RR è letta sicuramente da gente che sa già quanto ho detto sopra, e che avrà colto (spero con tolleranza) le estreme semplificazioni che ho fatto. Vorrei però che questo modo di spiegare il centro sociale potesse arrivare ai cittadini di Roma e delle altre città italiane. Destra e sinistra (esattamente) si sono adoperate negli ultimi anni per sgomberare quanti più centri sociali possibili. Hanno creato un clima di tensione enorme. Hanno usato la parola "sicurezza" impastandola con tutto. Oggi ogni questione viene risolta con il termine "E' una misura di sicurezza". Sicurezza "di chi", non è chiarissimo. Sicurezza "per cosa", lo è ancora di meno.

Riprendendo un mio precedente articolo, sono convinto che occorra fare informazione con chi non vive i centri sociali, con chi non sa esattamente di cosa si tratti. Bisogna invitare il cittadino ad essere attivamente informato di quel che succede negli spazi occupati, di come funzionano, di chi li gestisce ("chi" in senso di propositi, di tipo di comunità, di massa di necessità e bisogni fatta persona). Bisogna che il cittadino stesso si domandi perché mai un centro sociale dovrebbe essere sgomberato, e che si unisca al nostro coro contrario alla soppressione della creatività e dell'aggregazione.

(per informazioni sul cs deCOLLIamo: www.myspace.com/cst_decolliamo)